Angela Davis in the garden

Pena dell’anima il nome della donna: due gocce d’acqua con Angela Davis, mi guarda dal bordo della piscina, anticiclone delle Azzorre: passano femmine in abiti danzanti. “Arturo’s and the happy death dogs” suonano tuttamanetta una cover di Jagger, intorno si calpesta il prato inglese, bevendo champagne. I camerieri mulatti bravi a dribblare più del vecchio Ronaldinho smorfia sul viso/rabbia in petto, nell’angolo un architetto americano parla della nuova Shangai. Dietro di lui un lago with ninfee e alberi giusti neanche un quadro di Claude Monet, Levati, Levati, urla una bambina, arroganza in fiocchi. Guardo la mia Angela Davis bordopiscina e penso che sono già innamorato come nemmeno le api con i miei vecchi Tex. Ci state a fare un giro? Partiamo dal principio, aereo Tokyo-Francoforte-Milano della luffy (Lufthansa): passato in sogno con Gheddafi a sterminare baschi – ritorno da una venti giorni giapponese, unico souvenir Sally (00810XXXX39333), atterro, msg, invito festa per la sera. Taxi, albergo, doccia, party. Ingresso, sguardo in giro, convenevoli non ha importanza, sopraggiunta noia, in un test sui miei bisogni sessuali risulterei secondo solo a un impiegato di concetto d’una casa farmaceutica, a quest’ora mi va bene pure lei, non avevo incrociato ancora con lo sguardo pena dell’anima.

Di solito giro al largo dalle piscine, non mi va di lasciarmi morire in acqua, preferisco adagiarmi sul divano migliore della casa e farmi servire opinioni di terza mano che poi vedrò scritte sulle prime pagine domani. Nei party che si vedono a cinema non c’è la noia da fermata di bus frontiera Mexico/Usa, come qui: le discussioni sono campi di rugby con quarterback scarsi. L’unica è berci su, o pensare di essere in un film di Bogdanovich che ho visto in aereo, mentre massacravo baschi con Gheddy, e ricordo: un bambino morto in un paese sperduto con troppo vento e solo un ragazzo a disperarsi correndo su un furgoncino scassato lungo strada deserta / polverosa, pare non finir mai. Tempo. Regalami una stazione radio capace di scomporre i discorsi che ho ascoltato fin qui e rimandarli blobbati, qualcosa che liberi  la conversazione e mi restituisca una irregolare serata uguale a quella di una estate fa a Palm Beach. Con la mano libera afferro il braccio dell’Angela Davis, la costringo a voltarsi verso di me, cercando di velocizzare quello che gli occhi si sono già detti e le convenzioni ritardano orribilmente. It is a necessary picture, noi due non saremo mai più vicini di così. È scritto nella bibbia moriremo tutti, fiori, belli brutti, persino presidenti, sento queste frasi di lato, e mi ricordo di Isabella Mendelssohn, un antenato a comporre marce nuziale, lei a sfasciare matrimoni – il peggio: credeva davvero in questa missione, l’imperativo: cercare di meglio. E a me che le ripetevo: È una idea assurda. Rispondeva: Tu sei di quelli convinti di reggere il mondo sul palmo. Non ho mai capito cosa intendesse, ma era una immagine che rendeva. Impossibile replicare perché dopo mi baciava, discutere sarebbe stato inutile. E il mio peccato si chiamava giovinezza. Intanto la festa va avanti, in mezzo alla grande quantità indistinta di teste, ritrovo la mia Davis. Pausa. Mi faccio largo con gli occhi tra vortici e nuvole, scavo, libero , supero un Rubens inconsapevole e la vedo nella sua interezza: educato tifone di bellezza ocra che fascia curve nere. Appare evidente a tutti che lei sia un sogno di armonia kepleriana assemblato nel migliore dei modi. Inconsapevole universo. Perfetto/a. Niente a che vedere con l’ipocrisia del bianco o la finta compostezza di Gibellina. Vorrei gridare: è venuto il mio turno. Ma sarebbe una inutile, sciatta, dimostrazione d’ingenuità. Lei è una città straniera di notte, infida, e nelle sue strade chiamano il mio nome, no, non c’è bisogno d’altro, basta andare, attraversarla, rispondere. Suonano rumba. Lei, sorriso sulle labbra, lascia partire una gamba di lato, azione: solleva la gonna stretta sulle cosce, il resto è temporale. Sfuggito alle note d’una canzone: Rubami l’anima, pena mia, prendimi ancora. Il tuo abbraccio durerà a lungo, vincerà il gelo, e il tremore. Rubami l’anima, pena mia, prendimi ancora. E le parole servono a costruire la mia buffa ragione. Ballare, per me è difficile, avendo perso il fiato – urlando – quando ti ho vista. Ma non voglio finire, invocando inutili dei, o accampando scuse, voglio ancora sentirti, dire che tu sei quella che rompe anni di consuetudine. Fingerò di non trovare il cuore, frugandomi come un ladro, pur di tenerti il gioco, di saperti accanto a me, di vederti ancora, anche solo per un attimo. Il tempo non basta mai a dire tutto, la festa finirà, domani la stagione cambierà e io sarò a lungo quello di sempre, anche se ho detto altro, anche se prometto ancora, ma ti prego, no, non diventare un gelido muro, che sordo incassa colpi e incurante non sente ragioni. È una notte d’estate, l’ultima, che ingigantisce il dolore, una notte che se lo volesse: potrebbe soffocarmi, ma io mi sforzo di ascoltarti, oltre la musica, e le parole della gente, mi sforzo di guardarti e farti sentire quello che sento nel mio delirio. Me ne andrei, ma non so dove.

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One thought on “Angela Davis in the garden

  1. apedieinstein ha detto:

    CURRE CURRE GUAGLIO’, CURRE CURRE GUAGLIO’ – 99 posse

    – perchè se corri non vieni nella foto e non ti prendono.. silvio orlando in “sud” di g. salvatores

    vai avanti così
    apedieinstein

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