Le avventure di mister Dust

Mr Dust ha bisogno di sapere quanto prima se Torino è uguale all’impressione avuta in volo: uno monotono splendore senza margini d’imprevisto. Si è fatto portare in giro da un tassista prima di raggiungere il palazzo dove è atteso. Ha trovato la città invasa da una insolita cupezza, nonostante la stagione estiva. Svuotata, mostra l’apprensione di chi l’ha pensata negli anni, la segreta ambizione di incutere timore, di divorare quelli che arrivavano dalle province. Mister Dust ne ha tratto un solitario appunto che ora campeggia nella pagina del suo quaderno: cosa rimane a un uomo di sguardo quando non vede più nulla? E ora, mentre passano davanti alla stazione, aggiunge: può un medico legale trovare triste l’accanimento? America lontana, manchi a questi occhi, ha pensato atterrando. Come l’impressione di scomparire, ritoccando terra. Capovolgere gli stadi, mettere disordine alla realtà. Non presentarsi, non verificare, non ubbidire. E, tuttavia non smarrire la fiducia nel movimento della ricerca. Perdere l’orientamento, vagare senza cercare una ragione, magari scendere dall’auto e lasciar perdere. Potrei chiamare questi pensieri ordinaria diserzione?

E in questa diserzione ritrovare i progetti e il rancore, la logica, e la curiosità. Approfittare di un viaggio per sistemare faccende intime e invisibili, come ordinare le priorità esistenziali di un uomo razionale, senza appigli non dimostrabili, senza appoggi divini? Concentrarsi sul corpo che dice morte, e non viene rispettato, sulla scomparsa scandalosa della morte in occidente, solo una immagine del palinsesto. Bisogna: tenere d’occhio il proprio livello di cinismo, sorvegliare la percentuale – bassissima – di commozione, provare a rimettere in circolo un briciolo di fiducia negli altri, oltre che nella scienza sposata in gran spolvero. Può succedere di perdersi nei contorni, come di accontentarsi di una visione aneddotica della città, legata a storie che hanno avuto la meglio sull’oblio. Ma, superando i contorni, evitando gli aneddoti, si può trovare l’essenza d’ogni cosa con ulteriori ricerche e precisazioni, senza mai perdere di vista i particolari. Bisogna avere una mente fotografica, capace di registrare. Togliere tutto, lasciar perdere le figure centrali e cercare negli angoli. Svolta a destra il taxi, viale alberato, sul marciapiede una signora in blu, e tutto il tempo davanti agli occhi prima di arrivare al museo di anatomia. Dust sa cosa è l’altezza, il vuoto e anche una vertigine. Si appoggia all’entrata e aspetta. Non gli va di esordire con una debolezza. Conosce gli italiani, non aspettano altro. Nelle discussioni cercano le pieghe non la logica, ronzano intorno ai corpi degli interlocutori per entrare in loro, vogliono ferite, non risposte, gli incontri scientifici in Italia sono perlopiù dei duelli; vince chi trova prima la debolezza dell’altro. Lui, qui, in questa sterile città deve mettere in collegamento due fatti con una morte, mettere in relazione una causa e un effetto, riuscire dove i contemporanei a quell’evento hanno fallito. Deve capire fino a dove si spingevano le conoscenze all’epoca dei fatti, per questo dopo Firenze, è venuto qui a Torino, poi partirà per Londra, e solo lì saprà, forse, dare una risposta al mistero che affronta. Di fronte al palazzo del museo anatomico ci sono una sfilza di volti in bianco e nero, enormi, i loro occhi penetranti, manca la distanza, il passo indietro che sanno fare i pittori. No, Dust non è un fanatico della superiorità pittorica, piuttosto un osservatore scrupoloso, che odia le imperfezioni, gli errori di luce o anche solo la mancanza d’impegno, in quella che dovrebbe comunque essere una opera d’arte. Non basta annullare le distanze per entrare nel corpo di un soggetto, c’è bisogno di una spiccata capacità, altrimenti tutti i chirurghi sarebbero scultori finissimi. Ora, che il degrado è entrato a pieno diritto nell’arte, anche i critici spesso perdono il filo del confine, e applaudono senza dubbi, quello che è solo, semplice, ripiegamento su una naturale fine che spetta a tutti.

Dust, spesso ha pensieri complicati, e credetemi anche io fatico a stargli dietro. Ma da uomo di ragione, mi concede notevoli spiragli per la comprensione. Anche in senso più vasto, torna sui fatti, li rispiega, insomma se trovate difficoltoso seguirci, non mollate, è il duro lavoro di chi cerca di risolvere un mistero. Vedo che qualcuno annuisce, mi sento sollevato. Alcuni vivono male la ricerca, in genere. Non sopportano i tempi morti, in realtà, è in quello spazio di tempo che di solito, riflettendo, vengono le idee migliori.

Di solito, dopo questa frase, Dust, aggiunge ironico: chiedete a John Lennon. Chi ha visto tornare dei soldati dal fronte, anche solo in un film, sa che la vita non è facile per nessuno, figuriamoci per un americano che ai fini di uno studio, in un corso universitario, cerca i limiti della conoscenza scientifica per capire se può dare un nome a un corpo, superato dal tempo. Dust, il dottor Dust, ha bisogno di certezze che non appartengono al nostro tempo. Deve retrodatare la conoscenza, capire se si è trascurata una indagine o se davvero non si poteva andare oltre. Una inutile ricerca che finirà in un saggio, magari anche se trova la soluzione, e non solo delle possibili ipotesi, e quello sarà – fra tante stupide tracce – , la più marcata, che segnerà la prova della sua esistenza.

2.

Non domandate il nome del morto a mr Dust, vi risponderà con un numero. E non provate a contestarlo, vi dirà che solo il numero fornisce una impressione di realtà. È la corrispondenza di dati che muove la scienza e fa avanzare la ricerca, e un mistero invecchia in fretta, superato da altri. Solo la poesia è notizia che resta nuova, diceva Pound, l’americano preferito da Dust. Lui, crede fermamente nell’ambizione dell’autonomia, non alle aggregazioni, e ora, qui, in questo istituto di anatomia torinese sente la solitudine del corpo che tutti ci portiamo dentro. Non è difficile sentirsi perduto come un peccatore in questo palazzo che pare una fabbrica, visto dall’esterno, con le sue due snelle torri che si alzano sopra il corso Massimo D’Azeglio. Dust sale accompagnato dal responsabile del museo, dalla sua assistente e da uno strano tipo di ragazza, attrezzata per il trekking, il suo abbigliamento stride con la solennità del palazzo, non con i desideri di Mr Dust. È quella ragazza a riportarlo nella realtà, a distrarlo dalle cerimoniose parole del professore italiano. Alla miseria del formalismo, lui preferisce l’altezza della semplicità incarnata – involontariamente – dalla ragazza e dal suo abbigliamento: pantaloni verdi militari con tasconi, scarpe alte da montagna, una polo molto aderente, capelli cortissimi, nessun ornamento,  e due moschettoni che pendono alla cinta. Forse è solo una addetta che di mattina dimentica ogni cosa perdendosi sulle alpi e di pomeriggio viene a sorvegliare pezzi d’uomini sotto teca. Oggi di sicuro, non è riuscita a cambiarsi e per non arrivare in ritardo è venuta dritta dritta al museo, regalando l’evasione a Dust. Intanto, si sta perdendo il racconto del direttore sulla storia del palazzo, a lui non interessa, ha una sola domanda da fare, ma prima deve sopportare la visita, i racconti, le curiosità e quando avrà superato la cerimonia d’accoglienza dovuta al suo status di gran visitatore, potrà chiamare in disparte il professore, e chiedergli quello che fa al suo caso, quello che manca per risolvere il suo mistero. Dust ha una nuova vertigine appena entrato nella sala di anatomia, e in piedi ma sente in corpo come una sensazione dello stare a terra, un effetto da pugile appena alzato da una conta. Ha davanti Giacomo Borghello, nato a Novi Ligure nel 1810 e morto all’ età di diciannove anni, alto due metri e venti. Il gigante del circo, da esibire. Alla sua destra un nano senza nome. Nella sala molte teche, organi sotto vetro, braccia, ossa e cervelli, in ordine. Dust, verifica lo stato d’uso di questi accessori umani. Ora le vertigini sono passate, ha anzi una voglia irrefrenabile di scrivere e prendere appunti, non sa che da questa sensazione e  dalla vista e dalla storia del professor Carlo Giacomini che dirigeva questa cattedrale della scienza, nascerà il suo libro “La vita avventurosa dei cadaveri” che sarà un long seller che lo toglierà dall’anonimato universitario, e lo porterà in cima alle classifiche statunitensi, e quindi avrete capito che tutti i suoi sforzi per svelare il mistero del morto, saranno inutili, ma lui questo lo saprà solo fra dieci mesi, quando a Londra capirà d’essersi sbagliato grossolanamente, lanciandosi nella scrittura di un nuovo libro che racconta il suo viaggio nel mondo dei cadaveri, l’uso che facciamo dei copri post mortem. Dust, dopo aver guardato sott’occhio la ragazza del trekking, sta appuntando alcune parole del professor Giacomini:Non essendo partigiano né della Cremazione né dei Cimiteri preferisco che le mie ossa abbiano riposo nell’ Istituto Anatomico dove ho passato i più bei anni della mia gioventù ed al quale ho consacrato tutte le mie forze … Desidero ancora che il mio cervello venga conservato col mio processo e posto nel Museo insieme agli altri”. Quello che più l’ha impressionato sono le mani, e non soltanto perché lui sa che sono state quelle di un chirurgo, ma si può dire che la sua grandezza stia nelle mani? Si può forse dirlo d’un musicista? C’erano altre mani, sotto vetro, magari di criminali – di sopra stanno allestendo il museo Lombroso, inventore di una bizzarra teoria: che voleva la faccia come mappa del crimine – e lì Dust non ha avuto tentennamenti, non ha registrato nessun pensiero, piuttosto indifferenza, con una pressione involontaria a voltarsi e guardare altrove, magari in direzione della ragazza. In questo preciso istante, evase le formalità, finita la visita, è a colloquio con il professore, sta facendo la domanda che gli ha fatto attraversare l’oceano, perdere una settimana a Firenze presso un istituto simile, e l’ha portato qui, prima di chiudere il cerchio in Inghilterra. La ragazza è seduta sull’ampia scala di marmo bianco, l’assistente del prof è tornata nel suo studio, e nei corridoi c’è solo una studentessa vestito a righe e zaino su una spalla che si è fatta coraggio e ora ripeterà il percorso di Mr Dust. Finito il colloquio la faccia dell’americano è da mammifero trafitto, la ragazza aspetta che si congedi dal direttore del dipartimento, che scenda le scale e che aspetti il taxi davanti all’ingresso, poi con calma si avvia, e quando gli arriva a meno di un metro domanda: «Ha tempo dottore?» E lui senza voltarsi: «Tutto il tempo del mondo».

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2 thoughts on “Le avventure di mister Dust

  1. apedieinstein ha detto:

    Dustsenzascrupoli adoro il tuo rigore,dai, lascia spore sul tuo cammino di questo suolo lunare….

    apedieinstein

  2. […] pensato a una storia che aveva raccontato il governatore dell’Illinois: Bill Murray – politico suo malgrado, sognava di fare l’attore, famoso per il suo humour – ha anche […]

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