El fútbol es el único lugar donde me gusta que me engañen

Ho avuto una vita da non lamentarsi, vinto un mondiale, perso l’anima secondo la stampa, sono stato la riserva di Pelé, ho giocato, segnato, sudato, allenato tante squadre saltando da un continente all’altro, guadagnato molti soldi, preso una laurea in chimica, sono stato direttore di un giornale sportivo, ho provato ad essere governatore della Provincia di Santa Fe, non in questo ordine, claro. E se dovessi salvare un giorno salverei ancora quella notte porteña, e rifarei tutto uguale, esclusione di Maradona compresa.  Sono César Luis Menotti, el flaco, quello che fece vincere il campionato mondiale di calcio alla nazionale argentina per la prima volta. Sono quello alto, snello con i capelli lunghi sulle spalle e l’impermeabile. Quello che nelle foto ha la testa alta e gli occhi che guardano di lato, è l’abitudine di chi è stato marcato per una vita. Era il 1978, c’era ancora il muro di Berlino. Sono un dispari, che trenta anni dopo è uguale ad allora, qualche capello di meno, giacche migliori e un mucchio di aerei presi per finire sempre su un prato a ordinare undici uomini. Negli occhi un campo di calcio e in tasca la voglia di vincere. Ma ogni ponte ha il suo punto per essere minato e ogni vittoria si porta dietro una colpa. La mia vita: un album di foto.  

La prima: io che guardo, mani in tasca, le squadre a centrocampo. Si vede anche uno spicchio di cielo sopra Buenos Aires, peccato non si senta la gente urlare: Menotti no se va! Menotti no se va! Quella sera ho vinto il mondiale, non quando abbiamo rifilato i tre gol all’Olanda. Mancava un anno al campionato, giocavamo contro la Polonia e tutto mi diceva no. Stadio Monumentàl, serata di vento. Indossavo un impermeabile nero e non sapevo che alla radio mi stavano facendo a pezzi, non per il calcio ma per il passato politico. Lo speaker d’America, come si faceva chiamare el gordo Munoz, un fascista al servizio del trio Videla, Acosta, Massera mi stava facendo la barba con un machete: «Per 30 milioni di argentini è arrivato il momento della verità: Menotti devi mostrarci le tue carte, i tifosi non apprezzano più il tuo gioco…dovresti trovare il coraggio di lasciare il posto!». E quando la Polonia ha segnato: ha rincarato la dose, mi hanno detto che per poco non esultò al gol dei polacchi. Mancavano venti minuti e con quel risultato non sarei andato ai mondiali. Nemmeno riuscivo ad incitarli, avevo capito che sarei finito male, non avevo la forza per gridare. Lo fece per me Passarella, e non smetterò di ringraziarlo, che oltre a sbraitare la buttò in avanti dove c’era Mario Kempes che la mise in porta. La gente prese ad urlare il mio nome e perfino il gordo dovette rimangiarsi le parole e la sua personale lettura della mia biografia. Più del gol fu l’urlo di quarantamila argentini che mi mandò ai mondiali. Il giorno dopo i titoli dei giornali erano un rosario di  “Menotti è l’uomo giusto per la Selección“. 

 La terza foto: seduto sotto una veranda in Messico, di fianco un giornalista che vuole sapere se sono ancora comunista. Ne hanno dette tantissime su di me, nessuna giusta. La risposta è che no, non ho mai smesso di essere un uomo di sinistra, nemmeno quando ho continuato ad allenare la nazionale argentina negli anni di Videla. Le partite le guardavano i montoneros e i generali, i soldati e persino i militanti dell’esercito rivoluzionario, noi giocavamo per la gente. Sì, sono stato prudente, persino ambiguo, vigliacco anche, ma non ho smesso di credere negli ideali di uguaglianza. Mi sono defilato per un chiaro scopo: vincere. Odio i processi e i giudizi facili, e soprattutto nessuno collega il fatto che l’Unione sovietica era l’unico paese al mondo che continuava a comprare l’intera produzione di cereali argentina, e il fatto che i militari abbiano riconosciuto e non toccato il partito comunista argentino. Questo è quello che ho detto a quel giornalista, non in questo ordine, claro.

La quinta foto è Maradona che piange quando gli dico che non giocherà. «Es la amargura (amarezza) más grande de mi vida». Ancora non sapeva cosa gli aspettava, ha sempre esagerato, quel ragazzo. Lo stavo proteggendo ma lui non poteva capirlo. L’anno dopo vincemmo i mondiali in Giappone con una squadra costruita intorno a lui, non mi ha dato mai ragione.

È difficile allenare una nazionale di calcio, lo è ancora di più sotto un regime, lo sport diventa riscatto, rabbia, si coagulano motivi e storie lontane tra loro. Devi fare i conti con tutto questo e saperti mimetizzare. L’ho fatto, ho barattato l’ideologia per il silenzio, l’anima per la vittoria che dà immortalità, ma non sono il complice di nessuno.

La settima foto è una storia, la racconto e non la spiego. In primo piano c’è un morto, un ragazzo: Mario Roberto Santucho ucciso in uno strano agguato. Ha aperto la porta convinto di trovare un amico e ha trovato un proiettile. Era il leader dell’Erp, l’esercito rivoluzionario del popolo, ispirazione marxista. Aspettava dei montoneros, arrivarono i militari. I capi del movimento peronista erano in Messico, Mario Firmenich e Fernando Abal Medina, che poi si macchieranno di altro strani errori. Come del silenzio durante i mondiali, nemmeno una scritta sui muri apparirà. Era uno strano paese l’Argentina di quegli anni. Voi continuate a prendervela con me che allenavo una squadra di calcio.

Per anni avete esaltato Cruyff che non venne a giocare poi avete scoperto che era per vigliaccheria, per paura, ma non dell’Argentina o dei generali, ma solo per questioni sue, private, uno strano sequestro, e qualcuno ha anche detto che era stato l’esercito, per avere un campionato liscio senza il migliore. A parte che avremmo dovuto sequestrare almeno altri venti calciatori, ma poi l’olandese era triste e alla fine, annoiato e rassegnato, e per una volta non c’erano trame ma solo una stupida coincidenza. Per anni vi siete dimenticati di quelli che sembravano aver ragione, io stavo seduto sulla panchina del torto e ci sono rimasto perché tutti gli altri posti erano occupati. Sì, c’erano momenti che avrei voluto fuggire, scomparire, ma anche altri che sentivo di star guardando la vita in faccia, magari dal lato sbagliato, ma l’avevo presa per il bavero e l’avevo costretta ad ascoltarmi. Ero un traditore, ero un venduto, o forse ero solo un allenatore che stava facendo bene il suo lavoro e così stava salvando il mondo, come dice quella poesia di Borges. Sì, è vero su quel mundial, c’erano sangue e ombre, ma ci sarebbero state uguale anche senza di me. Io allenavo una squadra che giocava a calcio per divertire tutti gli argentini e non per giustificare nefandezze e uccisioni. Ma ero dalla parte sbagliata. Nessuno ha provato a immaginare che ci potevano essere dei buoni dalla parte del torto? Non è forse vero che dalla parte dei rivoluzionari, c’erano questi giusti che poi hanno avuto vite tranquille e grossi affari, possibilità e sogni realizzati, no, no non sto giustificando i generali, non lo farei, sto semplicemente dicendo che niente è come sembra, e questo l’ho imparato sbagliando.

Che poi a voler essere precisi, noi abbiamo vinto per il bene del calcio e anche un po’ dell’Olanda che in quegli otto anni ha fatto la parte del colonnello Aureliano Buendìa. Le rivoluzioni è meglio perderle, non devi fare i conti con la realtà e puoi spingere il piede sull’utopia tanto nessuno ti chiederà ragione, hai perso. Perché parlo così? Beh, ricordo quello che disse Rob Rensenbrink, una grande ala sinistra, quello che ebbe sul piede la possibilità di cancellare il mio sogno, se il suo tiro non si fosse fermato sul palo, stasera ci sarebbe lui, qui, a raccontarvi come andarono le cose. Rob, sostenne anni fa, che il calcio totale quello della sua squadra, quello che entusiasmò i ragazzi e i giornalisti, aveva cominciato a rovinare il gioco perché introdusse l’idea di velocità e di fisicità che ha portato all’esasperazione delle partite di oggi. Che  sono di certo meno belle di quelle passate perché non si vedono quasi più dribbling. Ho fatto questo giro di parole, per dire che la storia del calcio totale, di Cruyff e di quella grande squadra è uguale a una domanda che mi faceva un mio amico americano, ok, ok, meglio una giornata con uno scrittore liberal nei salotti di una qualunque grande città statunitense o una giornata con un vaccaro repubblicano nel Texas? ecco, noi eravamo i vaccari repubblicani che difendevano la tradizione sbagliata ma sapevamo muoverci nel deserto, magari senza grazia, ma con un forte senso della realtà. Dentro di noi c’era la vita, c’erano gli uomini e la loro ambiguità. Puzzavamo ma sapevano da che parte veniva il vento. Non volendo, abbiamo regalato l’immortalità alla clockwork orange, e anche un argomento politicamente corretto da tirare in ballo nelle serate giuste, davanti ai cocktail, ai liberal che non ci hanno avuti.

L’ordine non è mai quello giusto quando ricomponi una storia, ho sempre questa impressione nel raccontare di quel mundial, nel ricordarmi di quegli anni alla guida della Selección.

La nona foto io che guardo fuori dal finestrino d’un aereo l’ho fatto mille volte, ho girato come e più di uno zingaro, mi sono alzato fra le nuvole e sono disceso su un campo di calcio, ho girato il mondo, conosciuto gente, allenato, litigato, aiutato un numero di calciatori che non ho mai contato, sono stato più in giro che in casa. Ogni volta prima del decollo guardo fuori ma è come se mi frugassi dentro, mi viene una leggera paura, è come se dovessi fare i conti con quello che ho avuto, con la mia fortuna, il mio cinismo, la forza che ho messo nelle mie azioni, la voglia di andare sempre a vedere, mi domando se non sia l’ultima volta che succede, l’ultima volta che guardo fuori dal finestrino, l’ultima che mi alzo, l’ultimo giro di questa assurda vita. Poi una sera a Città del Mexico ho conosciuto uno che ha fatto atterrare un Boeing 747 in un campo, portando a casa solo pochi feriti, che si giustificò dicendomi: «non sai mai cosa ti può arrivare dall’alto, come può finire, tanto vale andare fino in fondo. Il trucco è non starsene a guardare con le mani in mano».

Se un uomo vuole essere immortale deve pagare il prezzo dell’immoralità. Cercando le vette della qualità si deve per forza bordeggiare l’immoralità. No, non sto cercando di giustificarmi, sto cercando di farvi capire. E nemmeno sto dicendo – come potrei – che ci sarebbe potuto essere un altro al mio posto. Sto raccontando i fatti. Claro que sì, che ho avuto dubbi e pentimenti, ma so anche che ogni volta davanti a un rivale, davanti a un avversario come per istinto ho avuto voglia di vincerlo, superarlo, è nel mio carattere, l’uomo è ambiguo. Non esistono uomini completamente innocenti e buoni, il male come il bene non gioca mai da una parte sola, gli unici che non hanno ombre sono gli spettri, perché hanno abdicato al buio. Ciò che mi ha sempre indignato è stata l’univoca lettura delle mie scelte, ho avuto momenti di dubbio doloroso, ma io fin dall’inizio, ci crediate o no, sapevo che avremmo vinto, e non c’entra il regime o Ramón Quiroga, sapevo che avremmo vinto per una questione di mettere e levare.

L’undicesima è quella della mia squadra. Voi vedete i volti dei giocatori in fila, dritti mentre cantano l’inno, io la vedo dall’alto come dio che quel giorno guardava la partita ne sono certo o come un qualsiasi allenatore su una lavagna. C’è Fillol il portiere, difesa con Passarella libero, l’uomo più duro che io abbia conosciuto su un campo di calcio, Luis Galván e Olguín in marcatura, Tarantini fluidificante a sinistra, arruffone dal cuore d’oro. In mediana Ardíles: un matematico, elegante, un professore, Gallego come appoggio di Kempes: un grandissimo sottovalutato, tutti continuano a dire che fu solo un bagliore, ma riguardatevi quelle partire, seguite i suoi dribbling, rivedete i suoi gol e cambierete idea, correva come una gazzella. Sugli  esterni avevo Bertoni e Ortíz o all’interno qualche volta mettevo Luque quando avevo bisogno di una spinta di forza.

Ne ho visti per i campi di difensori, mediani, stopper, liberi ed esperti, brocchi, medi e grandi campioni, c’è chi spazza avanti, chi prova il dribbling, chi la butta dentro. I numeri dieci, piedi puri, geometria, aperture, tunnel e gol per l’amore del pubblico e della gloria; su di loro si consumano in molti: scrittori, critici e giornali. Intorno crescono i lamenti, dal mister in panchina fino al dirigente che sbraita in tribuna, passando dalle curve dove ogni sentimento è estremo. Dico bravo a chi sa ancora stare in campo diligente e senza annoiarsi, costruttori beati d’azioni e ripartenze, disegnatori di trame e diagonali, castigatori di rete, spalle e punte, azzannatori e spezzagiochi, salaci falciatori, fini scansavversi, saltatori d’aria e crossatori dal piediputa, santini di centrocampo, rozzi corridori, accentratori fedeli, sanfedisti del catenaccio e giacobini della zona, solerti servitor di palla, solitari puntatori d’uomini. Oggi vi ringrazio, perché nonostante il tempo non mi stanco di guardarvi. Sappiate sopportare la pigrizia fuori dal campo, o lo stare defilato in panchina, la sofferenza dell’ ala svogliata, stufa d’andare e venire, quello che del gol non gl’importa più, della gloria ancora meno, o quelli che gli piace guardare la palla da lontano, dormienti e lascivi, beffatori del gioco, bravi a disprezzare quello che non riescono a fare.

La tredicesima è un campo vuoto, ancora tutto da sbagliare. Ho sempre pensato alle partite come somme d’errori, si vince per accumulo di errori, per gol mancati, per questo bisogna cominciare presto a giocare.

I miei ricordi vanno in questo senso, so che è ridicolo elevare ad epica la propria esperienza, il proprio percorso. C’è una vigliaccheria della vita che solo i grandi calciatori sanno trasformare in opportunismo sul campo. Difficile da scorgere, non è vero che il campo è specchio, solo i gesti precisi hanno il vantaggio della dignità che si tramuta in ricordo comune, che diventa emozione condivisa. Il calcio è un principio assoluto, un gioco di squadra che si realizza con l’egoismo del gol. Il resto non esiste. Vittoria e sconfitta non sono due facce della stessa bugia come sta scritto a Wembley, ma due categorie dello spirito.  Ma c’è ancora un’altra considerazione, se si accetta di giocare per una bugia a che serve sforzarsi tanto? Se fosse così, la volontà non accompagnerebbe il gioco, non ne varrebbe la pena. Come per le sinfonie, i film, i libri, per i campi di calcio, passa per un attimo l’immortalità della bellezza, e c’è subito uno che grida come i marinai che annunciavano Terra! Poi tutto torna normale e non si smette di andare avanti non si smette di aspettare il prossimo passaggio, ma questo lo capisce solo chi è stato ad aspettare, chi conosce lo strano rumore che fanno i gol, chi riesce a scorgere nelle incomprensibili discese sulla fascia per metterla in mezzo l’unicità di ogni particella, l’importanza di un ritrovamento minerario, insomma si tratta di guardare diversamente o di non capire. Io vengo da una storia che suona blues più che tango, da una scalata verso la cima che ha visto cadute, e abitudine a cadere, fatto di idee brusche e ammirevoli, di gesti slacciati da cucire, di uomini lontani che magari si odiano pure ma che in nome della vittoria devono cercarsi e guardandosi negli occhi capirsi, anche di azioni mirabili ed incomprensibili ai più, di errori e di accettazioni pur di stare lì e poter gridare: Ho vinto, è merito mio, e via tutto il resto, per oggi sta dietro di me, viene dopo, e io sono l’imperatore, sono aldilà del bene e del male, in cima, poter guardare in basso e scorgere come è cominciato tutto, potersi rivedere e magari sorridere dei propri inciampi, del proprio percorso di conquista. Essere parte della grandezza vuol dire avere certezze. Vedere in fila l’intensità dei propri sforzi, sentir suonare le proprie emozioni, essere diventati la brezza che muove il proprio sogno non capita che a pochi, di questo non posso lamentarmi, accusatemi pure, ne avete di ragioni per farlo. La mia forza maggiore è stata l’incoscienza.

Le prime scarpe nere, lucide sere d’agosto, il piede morbido sulla terra, mi sentivo velocissimo.  La palla, la prima vera palla, di cuoio pesante, male alle punte quando calci, schiaffo in testa. Palleggi, confidenza, approccio, gioco: prende forma, voglia. Il campo piccolo, gli alberi a fare da porte, rifiuti da dribblare, pietre ai lati, grida scomposte, apprensione dei padri. Partite senza fine per cucire pomeriggi alla sere, uniche emozioni di una infanzia povera. La casa piccola, sofferenza, il freddo, amare delusioni delle piogge improvvise come delle bandierine alzate dopo, gol mancati, risposte perse. Campi, storti, spaesamento della partita, vera: calci, fiatone da vomito tipo prima cicca, urla che intimoriscono, sguardi che infastidiscono, donne, sudore, maglie strette. Cadute in corsa che interrompono pensieri, volontà: tutto da ricominciare, tutto da rifare, alzati, corri, riprendila, la vita che non ti fa passare. Giorni di corsa senza mangiare. Puzza, sapore amaro, acqua gelata. Oggi non giochi. No di donna. Trasferte, ostilità della gente, persino paura di segnare. La prima sicurezza: l’abitudine del tuo posto, quell’angolo di terra, stessa gente di fianco, parte da recitare mille volte, cambiare, la sera sfinito a letto a immaginare. Gol, conferme, separazioni, partenze, ritorni, soldi: finalmente.  Correndole dietro, inseguendola cercando di tenerla ferma di mandarla dove immagini, farle vedere i tuoi corridoi, i compagni, la porta avversa, gli altri da saltare: l’ultimo sforzo fin che sei lì.  Cambiano le città, cieli pure, tempo consuma ma lei no, rimane uguale, per quanto il denaro ci provi, rotola sopra, passa accanto, fuggendo, beffa. Fuggendo nega, fuggendo fa sperare, dice di volersi lasciar andare, ma non è quel tipo di donna, li ha visti tutti ragazzini, li ha visti goffi e lenti, solo con pochi alla fine ha giocato sul serio, solo con pochi alla fine è rimasta un tempo definito, solo con pochi è stata fedele, l’hanno pagato, amaro: re, angeli, pirati, dentro il campo, schiavi, mercanti, dietro, odiati come pochi, amati solo dopo, quando stanchi si sono voltati: il cortile non c’era, e lei nemmeno. 

La quindicesima è quella di cui più mi vergogno. È la foto di un particolare della mia stanza nel ritiro di Josè Carlos Paz, un paesino fuori Buenos Aires, dove stavamo blindatissimi. L’hanno scattata a mia insaputa, la mia colpa non aver smentito. Faceva parte del prezzo da pagare. Era la foto di una pistola Smith & Wesson, calibro 38 la didascalia sui giornali diceva che mi serviva per difendermi dai sovversivi.

La diciassettesima sono io in quella stanza con tutte le domande che vi state facendo ora voi. Ho appena letto una lettera di Nadra e Fava leader del Pc argentino, dicono che è meglio appoggiare Videla altrimenti l’esercito andrà in mano a settori spietati e duri in stile Pinochet.

La diciannovesima è la partita col Perù. Vincemmo sei a zero, i brasiliani avevano vinto quattro a uno. Loro terzi, noi in finale. Ora anche il portiere del Perù parla: Ramon Quiroga dice di aver preso soldi, che voi ci crediate o no io ero all’oscuro della cosa. Chiedete alla federazione argentina, domandate a Quiroga chi gli ha detto di farci passare, ma lui questo non lo dirà, sarà vago, ma ovvio tutti hanno accusato me perché eravamo nati entrambi a Rosario. In questa storia ho torto marcio, e per quanto ci provi voi non mi crederete mai, ma due cose, due cose sono innegabili: la prima è che squadre  allenate da me sono sempre state spettacolari, la seconda è che sono un vincente. La mia colpa è di stare in una foto in primo piano, gli occhi che cercano ricordi vedono la mia faccia e si fermano lì, accusano, giudicano, condannano.

La ventunesima è virata seppia. Ci siamo io e Rattín, uno di fianco all’altro. È una sera degli anni 60, alla Bombonera, giocavo nel Boca Juniors ed eravamo in svantaggio. Antonio Ubaldo Rattín, il capitano, sotto le urla della tifoseria “xeneize” che stava per perdere la pazienza, mi fa: «Flaco, corri, che qua c’ammazzano tutti», e io sorridendo gli rispondo: «E da quando per giocare a calcio bisogna correre?»,  ho sempre pensato che nel fútbol: «è possibile smettere di correre, si può non entrare in gioco per lunghi tratti, ma l’unica cosa che non si può smettere di fare è pensare»  perché «di un giocatore di calcio si può fare un atleta, ma non viceversa».

La ventitreesima è la faccia di un uomo di cui nutro immenso rispetto per come se ne è andato. Tutti parlarono di Cruyff perché conveniva, in pochissimi scrissero di Jorge Carrascosa, capitano della nazionale argentina, detto “el lobo”, il lupo, esterno destro dell’Huracán, lui avrebbe dovuto alzare la coppa del mondo, ma pochi mesi prima del mondiale, scelse di non giocare, e si ritirò. Non ha mai spiegato perché, non c’era bisogno, la verità salta agli occhi.

Oggi con le olimpiadi in Cina si ripropone la stessa questione, è successo anche con la coppa Davis in Cile, è successo in Zaire con Alì e Mobutu, succederà ancora. Ma se il Dalai Lama chiede di partecipare alle olimpiadi, di non boicottarle, perché io ancora sono nel torto? Per aver regalato una sera di tregua al popolo argentino? Per essere stato spietato come Achille con Ettore? O per aver fatto bene il mio mestiere?

Non credevo e non credo che si possa costruire una immagine internazionale con un evento sportivo, anzi, l’evento tira fuori tutti, mette il paese sotto i riflettori. Se ne parla prima e dopo. Chiedete ai giornalisti sportivi che clima c’era. Era innegabile che ci fosse una dittatura e che Buenos Aires non fosse una città triste in quei giorni.

Andate da Tarantini, andate a chiedergli cosa ho urlato negli spogliatoi prima che scendessimo in campo contro l’Olanda, stampatevi e appendetevi la sua intervista a Pagina 12. Urlai con forza: “Non vinciamo per quei figli di puttana, vinciamo per alleviare il dolore del popolo”. E sapete che Tarantini non è un calciatore qualunque, ma quello che chiese conto personalmente a Videla di tre suoi amici desaparecidos. Tarantini era in un bar quando arrivò l’esercito e sequestrò varie persone, tra queste c’erano i suoi amici. Ancora oggi sono desaparecidos. Fu in una festa organizzata dal quotidiano Clarín in onore della selezione che si fece coraggio e chiese di quei tre ragazzi,  un affronto. “Videla me sacó cagando”. Ha raccontato. 

Ecco il silenzio. Siamo colpevoli tutti di quel silenzio solo che a me i giornalisti chiedono conto di una vittoria mondiale e a Henry Kissinger hanno dato il nobel per la pace. Ma io le prendo le mie colpe. Sono argentino. Soffro con loro. Ancora oggi. Buenos Aires sembra non finire mai. Si scava ogni giorno, si aspetta ogni momento, a mani nude si cerca l’impalpabile verità, gli impalpabili colpevoli, gli impalpabili protagonisti di un tempo dilatato dal dolore, di un tempo consumato dal silenzio, di un tempo reso abitudine.  Racconto  quello che riesco a trattenere di troppa vita impaccata e mandata a fondo. Di troppa vita che ancora, assente, pesa come un cielo nero divenuto masso che non permette di voltare pagina. È forse colpa mia? In Argentina gli aerei tagliano il cielo, offendono il mare, nonostante di tempo ne sia passato. Il ricordo è vivo nell’animo scomposto di questo popolo. I militari camminano tranquilli per strada, mentre le scarpe aspettano. Per ogni volo che si alza, c’è un cuore che palpita e soffre. Per ogni urlo divenuto muto, c’è un ricordo lungo un muro. Per ogni sorriso ingoiato, vita mangiata, donna, uomo scomparso, c’è una parola, una foto, un altro uomo, donna a dire il vero, ma tutto questo non basta.

Ma tutto questo non basta.

Due storie, che poi sono la stessa. Comune destino, sommesso ricordo. La notte che abbiamo vinto i mondiali l’angelo della morte Alfredo Astiz, uno che aveva ucciso cento persone, decide per festeggiare che avrebbe portato in giro per la città un ragazzo suo prigioniero. È un suo ex compagno di liceo, l’ha trovato in una cella di tortura, ma non ha smesso di torturarlo, lo faceva ricordandogli i tempi del liceo, le ragazze, i professori. La notte della vittoria, lo ha portato al bar La Paz a prendere un caffè e a parlare di calcio con una P38 puntata addosso, poi l’ha riportato in prigione. Questa stava a meno di un chilometro dal  “Monumentàl”,  dove giocavamo, ma che voi ci crediate o no, io l’ho scoperto solo dopo. I prigionieri superstiti hanno raccontato dei boati provenienti dallo stadio udibili nelle carceri dell’Esma, Escuela Mecànica de l’Armada, si chiamava così la prigione. Quella notte sono scappati in tre dalla scuola, nudi, si sono mescolati alla gente che festeggiava per strada ce l’hanno fatta, l’hanno scampata, mi piace pensare che in tutti gli sbagli che ho fatto, quella fuga un po’ sia anche merito mio.

L’ultima foto è del 1982, su un campo di calcio di fianco a un uomo che diceva di somigliare a Patton, lui sembra ubriaco, io, come al solito, guardo di lato e non sorrido, dietro di noi c’è un elicottero. Avevo rilasciato da poco una intervista dove elencavo gli errori dei militari. Finivo augurandomi che nel mio paese si votasse. Mancava poco ai mondiali in Spagna. Stavo allenando la squadra, c’erano molti giornalisti e fotografi stranieri, pensavo di aver lasciato alle spalle le mie colpe, quando sul campo atterrò un elicottero dell’esercito. Ne venne fuori il generale Galtieri che aveva preso il posto di Videla. Dice che era venuto per spiegare ai giornalisti le mie tantissime qualità, e mi abbraccia. Loro scattano e scrivono. Io penso a Efraim, quel pilota d’aerei colombiano che mi ripete: «non sai mai cosa ti può arrivare dall’alto, come può finire, tanto vale andare fino in fondo. Il trucco è non starsene a guardare con le mani in mano».

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6 thoughts on “El fútbol es el único lugar donde me gusta que me engañen

  1. Carlo Picone ha detto:

    Ormai, fra il MJ e Menotti c’è una sorta di completa identificazione… Chissà se nella realtà il grande allenatore argentino la pensa veramente così, se è capace di esprimere riflessioni tanto letterarie… è l’aspetto migliore di MJ: parlare di calcio per andare oltre il calcio… preferibile rispetto a prove più ardimentose che spaziano dentro i meandri di culture diverse da quella sudamericana…

  2. […] dietro il crescere dell’entusiasmo che da Napoli arriva a Buenos Aires, dal San Paolo al Monumental, e che gli consente di giocare tranquillo davanti a Lionel Messi. Conquistata Napoli e convinta […]

  3. […] può essere considerato l’iniziatore della scuola rosarina che arriva a Lionel Messi passando da Menotti, Bielsa, Di Maria, Icardi, Banega, Javier Felipe Guzmán – e molti (150) ne farà anche nel […]

  4. […] catalana, prendendosi davvero un anno di congedo dal calcio, andando a pescare in Argentina con Cesar Luis Menotti e leggendo quello che gli diceva Jorge Valdano – presunto nemico del Real Madrid – per poi […]

  5. […] al Barcellona dopo aver innamorato quelli dell’Argentinos Juniors e convinto un hegeliano come Cesar Luis Menotti, ma ancora mancante di un luogo pronto a concedergli tutto, per poter diventare mito. Napoli è il […]

  6. […] «Menotti lo conobbi quando avevo 17 anni e la sua influenza sulla mia sensibilità arriva fino a oggi. È un allenatore affascinante. Su Guardiola, per me è l’ultimo rivoluzionario dopo Arrigo Sacchi. Un Menotti 3.0. Ammiro Bielsa per il suo rigore etico, e Ancelotti per la sua saggia serenità. Di Pochettino mi piace il suo saper scommettere sui calciatori giovani». […]

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