The Suburbs

comincio  dalla fine e dall’asfalto macchiato di benzina, dal fuoco che veniva fuori dalle auto con le urla, che per la fretta ci siamo portati il fucile intero, dico senza smontarlo e rimetterlo nello zaino, e pensare che prima c’era tanta calma e vento sul ponte, e questo, no, non lo avevamo previsto, ci siamo sdraiati per terra, per un po’ siamo rimasti a guardare le macchine passare: una cosa tipo dio che ti guarda correre su e giù, ecco, pensavo cose del genere e poi mi sono chiesto: ma noi siamo dio adesso? e forse ho anche girato la domanda a sam, ma non mi ha risposto se il dubbio mi è rimasto. non so mica a cosa pensava lui, so quello che ci diciamo quando giochiamo a casa, colpendo le nostre prede, non posso sapere a cosa pensava, so di certo che sam cominciò a montare il fucile, e che io non dissi più nulla, vuoto. era come vedersi dalle auto, forse quando sam ha preso a puntarle c’ho anche pensato che dentro, dico oltre il vetro, c’erano uomini e donne vere, come noi, come i nostri compagni, tipo lisa che mi fa impazzire, e ho anche sperato che arrivasse qualcuno a fermarci, ma chi ferma dio? ecco, per questo mi sono distratto quando sam ha mirato e fatto partire il primo colpo, e quando si è girato verso di me dicendo: l’ho preso in fronte, ho visto solo l’auto slittare, mettersi di traverso e andare a sbattere e, cosa strana, quando lui ha detto: fronte, io ho sentito buum, mi sono voltato e c’era l’auto che si schiantava, e allora ho risposto: ottimo lavoro. non c’era altro da dire. dopo no, niente commenti, sam è così, come dire: freddo, ecco. in niente senza scomporsi né voltarsi ha sparato all’altra auto, ed è stato uguale, il tempo di un respiro, uno solo, e buum di nuovo, solo che questa volta non ero distratto e sapevo dove guardare, ho seguito l’auto e il botto seguente, e lui non mi ha detto: l’ho preso in fronte, ma: diamoci, e ci siamo dati.

dopo, niente, a casa, ognuno per conto suo, sì, certo abbiamo rimesso a posto il fucile. sam ne ha quanti ne vuole, il padre ha un’armeria, e lui spara da molto prima di me, non mi lasciava mica mirare alle auto, solo barattoli, diceva: metti che sbagli? giusto, non ero pronto. il giorno dopo a scuola ne abbiamo parlato, io gli ho detto: cazzo sam, la tv ha detto che li hai fatti secchi tutt’e due e lui mi ha solo sorriso, come a dire, lo sapevo, cosa pensavi, se ti dico in fronte è in fronte, amigo, stecchiti, amen, sono uno apposto io, e allora siamo tornati dentro.

il pomeriggio come sempre sono passato da casa sua e abbiamo giocato. gli arcade fire a palla e noi che ci divertiamo con il pc. solo che quella sera prima di lasciarci sam mi ha detto: domani lo rifacciamo. e io volevo dirgli: ma come? c’è la città piena di polizia, persino lo sceriffo herbert, che di solito è buono, ha un viso da lenzuolo steso al freddo, che mia madre mi ha detto: non fate tardi, che mio padre dice: cazzo fate sempre tu e quell’altro mentecatto? ma poi ho rivisto lisa che mi passa accanto senza guardarmi e allora non ho detto nulla, ho annuito mollandogli un gancio sulla spalla. ma dopo, tornando a casa, c’ho ripensato che non era prudente, che ci potevano prendere, poi mi sono rassicurato: s’è mai visto dio in galera? così ho preso a pedalare in fretta e sono filato lungo il viale che gli alberi parevano un muro, un solo lungo passo di verde, e le case sembravano scomparse. dopo ho puntato dritto al letto e non c’è stato più dio nei miei pensieri.

                                                                                          abbiamo cambiato ponte e zona. sam è uno in gamba, sa come agire, e io lo seguo, così abbiamo preso la metro, ce ne siamo stati buoni buoni a sedere fra mendicanti che ti suonano due strofe e poi ti guardano a lungo fin quando non molli loro qualche dollaro, è stato allora, dico, per sfuggire a quegli sguardi, che ho visto lisa di là nell’altro vagone, fra l’opaco del vetro della porta di mezzo, e mi sono dovuto trattenere dal raggiungerla e dirle: sai che io e il mio compare ce ne andiamo ad accoppare due? ho pensato: metti che ride e io smetto di amarla? meglio lasciar perdere e ho mollato 50 cent al suonatore mendicante, tanto che sam senza smettere di guardare fuori ha lasciato partire fra i denti: ti ha dato di volta il cervello? e io allora potevo rispondergli che dio è responsabile di ogni creatura e che sì, toglie la vita tutti i giorni, ma non disdegna ogni tanto anche di fare la carità, ma sono stato zitto e mi sono messo a guardare fuori. erano più le scritte colorate che il paesaggio ad affacciarsi dai finestrini, ma queste sono le cose che non posso dire a sam, per questo le scrivo per quando lisa dovrà ascoltarmi, mi basterà aprire il quaderno e via, recuperando questo tempo che ci tiene in due vagoni separati anche se andiamo nella stessa direzione e io adesso non posso starle vicino. abbiamo un compito questa sera, sam mi ha detto che dovremo farlo altre due, tre volte al massimo, e poi cambieremo, te lo prometto compare, sparerai anche tu prima o poi. me lo ha ripetuto anche mentre eravamo stesi al buio sul vecchio ponte in attesa. è stato allora che per la prima volta ho capito che io ero il coraggio di sam, lui sì, era ed è comunque un duro, uno che la sa lunga sulla vita e quelle cazzate lì, ma senza di me non avrebbe mai trascinato il suo corpo sul ponte per far fuori due mammiferi a caso che tornano dal lavoro o stanno per vedere il loro grande amore. allora ho respirato a lungo e gli ho detto: io sono il tuo coraggio. cosa? ha detto lui, senza distogliere lo sguardo dalle auto che sfilavano sotto le nostre pance. io sono il tuo coraggio, ho ripetuto e poi: avrai anche mira, forza e precisione, ma da solo non avresti fatto nulla. lui ha posato il fucile, si è alzato sui gomiti, e dopo aver scosso la testa a lungo mi ha guardato come non mai, e ha detto: è così, bravo compare, cazzo se migliori. e ha impugnato di nuovo il fucile, e dopo chiudendo l’occhio sinistro mentre il destro si appiccicava al mirino ha lasciato partire una strana frase: prede comuni, cazzi comuni. io non ho capito subito, ma era la prova che lui mi stava riconoscendo in pieno, ero davvero felice, e lo sono stato anche dopo lo sparo, poi lui ha detto: basta uno questa sera, e ci siamo dati. stesso percorso in metro, solo niente lisa e niente musicisti che non si sono presi cent da me, avevo altro da pensare: ero la mano di dio, quella sera, una su due è un ottimo risultato.

i giornali parlavano di reduci della guerra che si divertivano a fare i cecchini, veniva quasi voglia di dirglielo: siete fuori strada, io e sam ce la ridevamo in mensa, mentre il direttore ci sfagiolava mettendoci in guardia e invitandoci a non uscire la sera. noi ridevamo e basta, continuando la nostra vita, può dio avere paura di sé?

un paio di giorni dopo sam mi guarda e fa: bisognerebbe andare a new york, e dopo una pausa: è lì che devi stare per essere famoso, che poi è un dito solo, lo spazio sull’atlante: stendi l’indice e zac ci sei.

una roba interessante la geografia con le mani, ho risposto, allora lui mi ha stupito dicendo: che difficoltà c’è a immaginarsi il mondo come un videogioco? 

per un po’ non ne abbiamo più parlato. dico dell’impresa. sì, sempre stesse azioni, pomeriggi comuni, ma siccome la città era in allerta, un casino di polizia, esercito, giornalisti, non ne parlavamo nemmeno fra di noi, per paura di essere sgamati.

sembrava trascorsa un’eternità da quando ce ne stavamo accucciati su quel ponte, invece solo poche settimane e la cosa era scomparsa dai giornali.

ecco, non avere più quello sguardo sulla nostra impresa mi ha fatto sentire di nuovo inutile, così sono andato da sam e gli ho mollato: compare è tempo di andare.

e lui, lapidario: giusto. fra noi non c’è tanto bisogno di parole ci becchiamo al volo. in un attimo stavamo già armeggiando sulla pianta della città alla ricerca di un ponte. è stato allora che mi sono guadagnato i gradi, quando ho fatto notare a sam che di sicuro erano tutti sorvegliati. lui mi ha guardato diversamente, mi ha fatto sentire più grande, migliore, qualcosa a metà fra un bacio di lisa che non ho mai avuto ma che tante volte ho immaginato e il pensiero di trovare il dolce caldo nel forno quando torni da scuola. dopo è calato il silenzio e sam ha ripreso a fare il capo. prima però ha detto: o andiamo a new york e diventiamo davvero famosi o ci cerchiamo un punto in alto dal quale far fuori un paio di mammiferi. anche una finestra ha aggiunto dopo un silenzio prolungato interrotto solo dai nostri respiri irregolari.

prendi il fucile e facciamoci un giro. ho risposto.

giusto. ha detto lui. e siamo usciti.

è stato allora che gli ho chiesto: sam, secondo te la libertà è credersi dio e sparare a chi ci pare?

e sam senza voltarsi: la libertà è uno spettro, smettila con queste cazzate.

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