Il Piantatore

Il vecchio Matthew Ritchie, sotto la sua veranda, in accappatoio, distesopiedisullasedia, si gode il tramonto, bevendo lentamente l’ultima birra ghiacciata del giorno. C’è un leggero vento che rinfresca l’aria, lui conosce bene il vento, ogni tipo di vento direbbe «Certamente amico puoi giurarci che so riconoscere uno spiffero da un tornado al primo soffio, posso dirti se pioverà e sempre da che parte, non sono mica uno di quegli stupidi che guardano la tv per sapere cosa mettersi addosso il giorno dopo» ecco lo sta già dicendo, anzi l’ha già detto. Matthew è un omone, quando entra in un posto occupa tutta la porta: grande e grosso, lunghe mani, lunghi piedi, occhi infantili che ti guardano, però, con un sorriso lietissimo, anche se poi, ha modi bruschi, ma solo per nascondersi. Gioca a raccontarti il mondo, ma escluso il vento, ne sa poco, pur avendo girato molto, per il suo lavoro: «Piantavamo pale eoliche io e altri tre». Sì, usa il verbo piantare come si fa con gli ortaggi, gli alberi e compagniabella, lui tecnicamente sarebbe un montatore, ma gli piace dare un nome diverso alle cose, è fatto così. Ora è in pensione, passa il giorno sotto la veranda a guardare il deserto oltre la strada. È tornato a vivere in questo strano posto «Per tirare giù la saracinesca, in pace». Si è scelto una delle tante case di legno in fila lungo la strada «Una vale l’altra» ha pagato in contanti «Risparmi di merda, si fottano» ed è venuto a stare qua. Ha uno sgangherato furgone che usa un giorno a settimana per andare al supermercato «Faccio, il pieno, soprattutto di birra, voglio mica morire di sete» per il resto del tempo se ne sta sotto la veranda. «Leggo il vento io, cazzo, per questo ho scelto di starci» da qualche giorno, però, la lettura è disturbata dall’invadenza gentile di un nuovo vicino. In due giorni gli ha raccontato tutto di sé, il vecchio Matthew è stato ad ascoltare paziente, senza dire niente.

L’uomo, si chiama Freddy Ascot, ed è un nano «Mai visto uno col muso così vicino alla merda» è andato giù con indici di borsa, percentuali e tassi d’interesse, pare che sia uno che ha fatto un botto con la borsa, e ora si riposa «Secondo me è dovuto venire via per qualche cazzo d’imbroglio» ma la birra di Matthew se l’è guadagnata quando gli ha detto che ha la casa piena di topi bianchi in gabbia «Cazzo, almeno questo non mi parla di politica estera» dice che di loro si fida, e che sta provando un esperimento che cambierà la storia dell’umanità. Matthew gli crede «C’è gente che ha creduto alla Lehman Brothers» almeno fin quando non gli chiederà di sottoscrivere delle azioni. Il nano è cordiale, e deve aver il senso del vuoto, se riesce a non invadere mai quella che il vecchio chiama Yellow Lifeline. Entrambi hanno a che fare con le misure. Matthew piantava pale eoliche in giro per gli States, Freddy misurava gli investimenti della gente degli States.  Passano le settimane, i dialoghi rimangono quelli da un braccio all’altro di un lago. Pochi scambi, qualche battuta. «Come procede con i topi?» e dopo un attimo di silenzio: «Procede». Matthew, ha una chiamata notturna che lo porta al cesso tutte le notti alla stessa ora, e vede la luce in casa del nano sempre accesa, e pensa   «Cazzo, lavora per due, e se pensi che è un nano», poi maledice la sua prostata, spegne la luce e torna a dormire. Il pensiero è nato mentre aspettava per pisciare. La notte dopo invece ha pensato: «e se generasse un nuovo tipo di disordine, forse ne dovrei parlare con lo sceriffo Fresàn». Quattro notti dopo, però, non c’è ancora andato e stavolta all’ora della sua pisciata notturna non trova la luce accesa del nano: «Si riposa anche lui, o ha capito che ci sto pensando». Il giorno dopo, il nano, si spinge a bussare alla sua porta, una mattina, lui apre, evita di sputare di lato quando lo vede vestito di tutto punto, con quegli abiti fatti su misura «che verrebbe da chiedergli: penserai mica di essere migliorato, spendendo tutti questi soldi?» ascolta la preghiera che Freddy gli fa, annuisce e chiude la porta. Libera una birra dal pacco, e prima di invocare tutte le giocate di Joe di Maggio lascia partire un «Perché?». Perché non gli ha chiesto che cazzo significa: «Nulla sconfina nell’invisibile, vedrai tempo una settimana lo proverò». Lui, aveva annuito, come si fa davanti ai preti che ti dicono Dio esiste, a te rimane il dubbio ma non li deludi. E poi che cazzo c’entravano i topi?

Ha aspettato il buio, è andato sul retro ha preso una torcia e si è diretto verso la casa del nano. Ha girato intorno, ma c’erano le tende alle finestre. Dall’interno nessun rumore. Acceso di curiosità, ha tirato fuori il cacciavite che viene sempre nella tasca di lato dei suoi pantaloni da operaio ed ha forzato la porta sul retro. Ha sentito squittire i topi. E quando è entrato nel salotto, c’è mancato poco che gli prendesse un infarto. Ha cercato invano di accendere una luce, fottendosene di tutto, e dimenticando la sua condizione. Non trovando gli interruttori, ha cercato di illuminare la voragine con la torcia, e quando gli è parso di saperne abbastanza, è ritornato su suoi passi ed è uscito. Non si è ripreso nemmeno quando ha bevuto la terza birra di seguito, stramaledicendo d’aver forzato la porta del nano. Adesso che è seduto sotto la veranda e sta decidendo se svignarsela o chiamare lo sceriffo, gli torna nelle narici l’odore stagnante che era in casa e che la paura aveva annullato. «Ero troppo preso da quel pozzo di vuoto», disse a voce alta a se stesso. «Il nano ha detto una settimana». Lui, prima carica il furgone, ha deciso per andarsene e avvisare lo sceriffo, quello che ha visto è surreale. Ma, mentre sceglie le cose da portar via, nell’afferrare la foto di Mary, gli cala una stanchezza che è quella di chi non ha niente da perdere e che vede ogni cosa al di là della linea gialla della vita, può andare e venire, perché, ormai, a conti fatti, conta tutto meno di quanto si pensi. E allora perché agire come uno qualsiasi? Scarica l’auto, va in garage, prende i contenitori con la benzina, si dirige verso la casa del nano come nemmeno Joe di Maggio all’altare con Marilyn e quando ha finito, prima di accendersi il miglior sigaro della sua vita, porta la piccola sedia che ha sotto la veranda al centro, nello spazio tra le due case. Tira fuori il sigaro, lo appoggia tra le labbra, esita, ma solo per piacere non per paura, fa quattro passi, mette le mani in tasca: tira fuori la scatola con i fiammiferi, scintilla, fuoco. Al sigaro. Scintilla, fuoco. E dopo lancia, ripete l’azione tre volte: fiammifero, scintilla, fuoco. Si siede, per godersi lo spettacolo delle fiamme, e all’indirizzo della casa avvolta dalle fiammate, urla, quasi che il nano potesse sentire: «Questo era un posto tranquillo. Cazzo».

 

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One thought on “Il Piantatore

  1. apedieinstein ha detto:

    se il Pibe avesse incontrato MJ gli avrebbe dato del palestrato di merda, si sbagliava Diego, una delle rare
    volte, stare zitto e riflettere magari per una volta gli avrebbe fatto bene…

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