Oltre il limite (Manchester U.)

C’è un momento di silenzio prima del decollo di un aereo, appena dopo le spiegazioni delle hostess su dove trovare il giubbetto, come indossare la maschera, cosa fare in caso di emergenza e incidenti, durante il quale tutti o quasi, prendono coscienza della possibilità che il volo non vada bene, poi cancellano il pensiero, l’aereo decolla, non ci pensano più fino alla prossima volta, a meno che non ci siano turbolenze. Bohumil Nezval era uno di quelli che aveva pensavo alla morte prima del decollo, per la prima volta, e l’aveva fatto mentre guardava il suo viso – come in uno specchio – sulla prima pagina de L’Equipe. Era il calciatore del momento, con tre gol aveva regalato la finale di champions al Manchester, ora, volava sull’Europa con un enorme peso in petto. Avrebbe voluto chiamare Ferguson e dirgli di questo strano pensiero, si era anche alzato ma poi era filato dritto alla toilette. Che cosa doveva dirgli: mister ho scoperto che anche io devo morire, forse oggi, guardando un documentario sull’Egitto e le sue piramidi, mentre sono sulla prima pagina di un giornale e forse mi daranno il pallone d’oro?

Non aveva mai fatto un pensiero simile prima di un decollo, prendeva aerei da anni ormai, era andato ovunque, non era un problema di voli, sì, certo una volta in Giappone aveva avuto davvero paura, però mai aveva pensato con tanta intensità all’eventualità che potesse morire, questo era il problema, stava troppo vivendo, forse, era andato oltre il limite della normalità, oddio la sua vita era stata tutta vissuta in cima, quindi si dovrebbe parlare di una normalità di lusso, di una vita da attico, forse era salito troppo in alto, e da quel punto, oltre le vertigini si prende anche consapevolezza della caduta, imminente. Imminente? Non è così che va, uno non sente la morte addosso, come stanchezza eccessiva e gratuita – dove l’aveva letto? – o come forza enorme al punto da stracciare tutti, e lui, così, era sembrato contro l’Inter, un marziano, per tre volte aveva infilato uno dei migliori portieri del mondo. Guardava i compagni addormentati o intenti a seguire la costruzione delle piramidi, sereni, sicuri del tempo futuro, come se qualcuno li avesse rassicurati, lui, invece, era stato lasciato solo, in disparte, col suo dolore improvviso esploso mentre l’aereo saliva nel cielo francese, estremizzando il concetto di scomparsa. Cominciò a fare due conti, in fondo era stato un grande anno, erano primi nel campionato, in finale di champions, capocannoniere in entrambe le competizioni, con un cammino da record, stava leggendo la tabella statistica compilata dal giornale, con una smorfia di rammarico guardò fuori dal finestrino il bianco delle nubi che avvolgeva il boeing, non si vedeva nulla, stavano esistendo? In punta di sonno il suo compagno di posto Nelson gli disse: siamo ai margini del dramma, lo fissò, sbigottito, aveva capito male? Nelson era diventato un filosofo esistenzialista, di colpo, a diecimila metri? Dai, siamo quasi a casa, chiarì il terzino, ci stiamo lasciando la Francia alle spalle, non è il caso di spaventarsi. A Bohumil  sembrò un chiaro segno, la lucidità involontaria di Nelson era dovuta all’avvicinarsi del disastro, ma solo, unico, ne aveva coscienza, avvertiva quello che stava per succedere, uno stormo di uccelli come con quell’aereo americano era pronto a infilarsi nei motori, un guasto improvviso, un errore del pilota, o peggio l’aereo che cede atterrando come l’altra settimana quell’airbus turco spezzandosi in tre parti. Possibile che nessun altro sia in allarme, che fare? gridare, avvertire, siamo sul nostro ultimo volo? O soffrire in silenzio, aspettando la morte mentre scorrono immagini dell’antico Egitto? Guardando la pista dalla scaletta, Bohumil, respirò forte, per darsi forza prima del battesimo di terra, ma soprattutto nella speranza che quell’ansia gli passasse, invece non andava via. Mentre esitava, Richardson, lo stopper, gli diede una pacca sulla spalla invitandolo a scendere, e ridendo gli disse: capisco il panorama unico, ma avrei una certa fretta, abito nelle retrovie io. I compagni dietro: risero, Bohumil fece salire una guancia, scendendo le scale con lentezza. L’idea di tornare nel suo appartamento vuoto lo angosciava, ma non riusciva a parlare con nessuno di quella sensazione che si portava dietro. Guidava con prudenza, temeva un incidente stradale, aveva impiegato due ore, dal campo, prima di mettersi in auto. A lungo esitato, voleva tornare in taxi, pensato di andare in un hotel del centro, si era fermato a parlare della partita con i custodi, che ormai conosceva da una vita, provenendo dalle giovanili dei red’s. Poi, quando, finalmente era riuscito a mettersi in auto, aveva fissato il volante per un tempo lunghissimo. C’era voluta una vecchia canzone dei Clash per mettere in moto e tornare a casa. Aveva mandato messaggi a due sue ex, provato a invitare a casa tutti i compagni, un amico, il suo procuratore e infine aveva chiamato suo padre. Morire di giovedì, si ripeteva, che significato ha?  Era stata una conversazione sciatta, veloce, inutile, fra due estranei, col risultato che riattaccando Bohumil sentì l’enorme distanza che ormai da anni lo separava dai suoi genitori, non era una novità, ma stavolta, tutto gli sembrava definitivo, enorme. Intanto, montava la sicurezza della sua morte, sentiva la certezza. Dal cruscotto spaziale della sua fuoriserie, uno dei 50 esclusivi modelli prodotti su richiesta e pagati assurdamente come il bilancio di uno stato africano, vide la sua villa, il giardino nell’assurda perfezione che non gli apparteneva, come la serra con i 21 esemplari di rose e la piscina olimpionica coperta, monumento alla sua solitudine, guardò la casa, immaginò il frigo pieno, l’enorme stanza da letto e si vide in compagnia di Rebecca, quando era successo? Solo 5 mesi fa, non pensava ad altro, oltre che alla carriera s’intende, aveva scoperto che scopava ancora col suo ex, ripercorse i giorni di dolore, le partite in panchina, infine quel gol su punizione che sembrava essersi portato tutto via. Aveva ricominciato a segnare, vivere, sperare. Fino  alla semifinale, alla sua migliore partita, stava provando a capire quando doveva essere cominciata quell’assurda sensazione di morte. Non trovava niente di strano, durante i gol pensava di essere posseduto da un grasso Dio luterano capace di accrescere le sue doti, era forse questa la sua colpa? Uno stupido pensiero da bambino? No, ci doveva essere altro, sentiva imminente la sua morte, percepiva l’inutilità della sua vita, rimpiangeva il tempo sprecato, forse doveva cambiare città andare in Spagna o in Italia, sbagliato tutto, rifiutato per riconoscenza verso il club che l’aveva scovato su un campo di Praga e trascinato sotto il cielo grigio di Manchester. Entrò in casa, preparò un sandwich che non finì, bevve: vino, birra, poi latte, alla tv ridavano i suoi gol, sembrava una commemorazione. Accese la radio, sentì il nuovo singolo degli U2: irlandesi di merda, rimanete sempre a galla. Si adagiò sul divano e prima di addormentarsi guardò la sua stanza bianca, zeppa di oggetti, ricordi, e gli sembrò la tomba d’un faraone.

 

Foto: Katy Grannan, “Dale, Pacifica, CA” (2006) from the series “Lady Into Fox”/Courtesy Salon 94, NY and Fraenkel Gallery, CA.

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