Il nuotatore

Si chiamava Albert e oltre a poter esibire delle discrete esplosioni linguistiche aveva dalla sua la difficile arte di saper rappresentare la realtà. Sì, era un attore, ma questo viene dopo, dopo lo sguardo di lei e tutto quello che viene chiamato: contesto. Alle donne che davvero gli piacevano, che insomma lo stupivano, diceva sempre la stessa frase: «il silenzio implica il desiderio». E quelle che capivano, finivano nel suo letto. Lui, solo a un paio aveva mostrato le medaglie vinte alle olimpiadi, e raccontato di come una piscina era differente da un continente all’altro, anche se sembrava un discorso surreale. Non lo era mai, quando a parlare era Albert, il nuotatore, e delle sue discrete esplosioni linguistiche ora sapete anche voi, e anche che hanno delle implicazioni geografiche/sportive. Ai giornalisti, invece, parlava dell’esportazione dell’uomo interiore quando si nuota. Di come la piscina sia mondo, molto più di un set. Anche se c’è chi le confonde o peggio chi non le distingue. Perché l’espressione “guardare dentro” non appartiene solo agli analisti e agli scrittori, o è un invito di un prete, ma molto di più, quando uno è immerso nella sua corsia d’acqua, nel suo pezzo di percorso, e deve fare in fretta come una donna timbrare un cartellino, solo che non le danno medaglie né copertine, se lo fa prima degli altri. È complicato mettere in comunicazione l’acqua con la routine, anche se potrebbe essere una pratica elementare della cultura umana. Perché la sostanza di cui tutte le cose sono composte, l’importanza per uomini e donne, che in buona parte lasciamo che confluisca nella parola Dio, potrebbe essere affrontata con meno superficialità. Il nuotatore lo faceva, per questo era un uomo completo. O almeno appariva così a chi aveva margini di dubbio sulla parola Dio.

Ovvio, la ramificazione delle idee umane intorno a questa parola è talmente complessa che non basterebbe il sacrificio del nuotatore a poter giustificare il dubbio e le conseguenze. Però, Albert, sosteneva che nuotando, sforzandosi, si poteva essere anche Dio o dimenticarlo. E qui la situazione si complica. Perché si uniscono due ipotesi contrapposte se si può essere Dio non si può dimenticarlo, oppure proprio essendo Dio si può non avere più memoria della parola che si incarna. Come quando si è in un edificio e si guarda altrove. Ad Albert è successo in un acquario a Cape Town. È come se le altre forme che erano lì potessero rimuovere la sostanza delle cose. In quel caso aveva guardato dentro una vasca senza starci. Ed è uguale a un uomo che ha due nomi, può saltare da uno all’altro. Giorni freddi e caldi. Negli anni il nuotare aveva creato una pelle nella quale stare, e a volte ci stava proprio bene, se si esclude che quella pelle era molto lontana da sé. Un posto distante che però ti fa stare bene, anche quando ci stai andando o solo ci pensi. Succedeva così anche con le piscine, poi tutto era cambiato, e si era accontentato dei set, ma sapeva che prima o poi i componenti della tristezza o chi per loro avrebbero di nuovo vinto, e, lui, questa volta, non aveva un altro posto come la piscina o il set, dove sacrificarsi e inseguire un risultato migliore per dimenticare il mondo che abitiamo.

Contrassegnato da tag , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: