Inutile fuggire

Ero nei bagni della Penn Station di New York, stavo tirando fuori l’uccello in tutta fretta perché nelle orecchie avevo lo speaker che annunciava il mio treno, quando ho sentito un colpo di pistola alle mie spalle. Lentamente mi sono voltato e non c’era nulla. Il colpo, forse, era stato esploso in una delle latrine che stavano di fronte agli orinatoi murari. E se poco prima avevo visto due persone davanti allo specchio alla mia destra: un nero con una giacca da netturbino e un ragazzo biondo e imbrillantinato, ora non c’era nessuno, e la mia unica certezza veniva dal basso: mi ero pisciato sui pantaloni e le scarpe. Sono stato immobile per qualche minuto, e rimettendomi a posto l’uccello ho avuto tantissima paura, volevo correre lontano, senza riuscirci. Poi, visto che non succedeva niente, mi sono fatto coraggio ed ho aperto con lentezza tutte le porte delle latrine. E non so perché non mi sono dato. Avevo una strana sicurezza. Procedevo con cautela da film: mi poggiavo al muro che divideva i bagni, aprivo la porta con forza e poi tornavo di lato, togliendomi dalla visuale. Precauzione inutile, se qualcuno avesse voluto eliminarmi, avrebbe potuto farlo con molto comodo prima.

Mentre pensavo queste cose giuste e facevo quelle sbagliate, alla quinta porta mi sono trovato di fronte a un uomo che si era fatto saltare le cervella. Non so quanto tempo è passato fra il colpo e quelle mie assurde azioni, so che quando sono uscito dai bagni a chiedere aiuto: la Pennsylvania Station era vuota, sì, vuota, da non credere. Deserta, completamente, come in un sogno. Ricordavo un film di Terry Gilliam dove tutti, qui, ballano all’improvviso un valzer, e quello ci sta: con Tom Waits a fare da clochard, anche, ma la Penn vuota no. O ero nel peggiore dei miei incubi oppure stava succedendo qualcosa di pazzesco. Mi sotto toccato fra le cosce per sentire il rassicurante umido della mia urina, sono tornato in bagno, e guardandomi allo specchio non mi sono riconosciuto: smunto, impaurito, perso. E intorno: il silenzio. Un vero lungo attimo di terrore rotto dallo scroscio dell’acqua che ho aperto per infilarci la testa. No, non chiedetemi quanto tempo è passato, non lo so, non sentivo rumori, ma solo vuoto. Quando sono riemerso, ho staccato della carta dal raccoglitore a muro e asciugandomi la testa sono tornato dall’uomo che si era sparato. Era ancora lì. Il suo sangue schizzato sulle piastrelle, il volto contratto e un buco nella tempia. Sembra un quadro di Bacon, ho stupidamente osservato ad alta voce, prima di guardare con maggiore attenzione l’uomo. Scarpe, jeans, giacca, maglione. Non doveva passarsela male. Il viso, nonostante il foto alla tempia e il sangue, aveva qualcosa di familiare. Era forse famoso? Quando ho distolto lo sguardo e mi sono allontanato ho anche socchiuso la porta, quasi a voler coprire quella scena. Volevo salvaguardare la scoperta o solo mettere in salvo ancora per poco da altri occhi l’intimità di quell’uomo? L’ho fatto senza pensarci, e appannando la porta sono venuto via. Uno che decide di spararsi alla Penn station non si stava preoccupando della propria privacy. Almeno, non credo. A quest’ora la stazione dovrebbe essere zeppa di gente, questo bagno ingoiare e vomitare uomini, invece c’è solo silenzio, la stazione è ancora vuota. I treni fermi, lo speaker muto, e io sono di nuovo immerso nel mio peggior incubo. Che sta succedendo a New York? Mi sono anche furtivamente affacciato di fronte: nella toilette delle donne, nulla. Incredibile. Quando ho visto muoversi in lontananza un uomo in divisa  e infilarsi in un corridoio. Sono andato dritto da lui, e no, nemmeno in quel momento ho pensato di scappare. Avrei potuto farlo: ero solo, in una delle più grandi stazioni del mondo, il poliziotto era di spalle, non mi aveva visto, ma io avevo davanti la faccia di quell’uomo immerso in una pozza di sangue.

«Anche se l’umanità è strana, ci appartiene», ripeteva mia madre guardandosi allo specchio la domenica mattina, prima di uscire per andare in chiesa. Forse, proprio, per questa frase che mi ronzava in testa, non ho tagliato la corda. Ho raggiunto il poliziotto e l’ho convinto a seguirmi. E no, non ho ascoltato la sua voce,  avevo negli occhi l’esplosione della testa di un uomo  che mi apparteneva per il resto del tempo. Non sentivo le sue domande, ma pensavo al dopo. E quando siamo tornati nei bagni, ho capito che ero molto molto più vecchio dei miei giorni, dopo quel pomeriggio, e che quello era un irreversibile punto di caduta. Non puoi saperlo quando sei sul lato sbagliato del fiume. Mi ripetevo, prima di notare la scritta rossa sul muro: To enjoy good health. Una frase assurda sulla buona salute, in un cesso, senza firma, faceva da epitaffio a un suicidio. Ho guardato il poliziotto e con un tono da annunciatore alla radio gli ho detto: «non si preoccupi, siamo finiti in un racconto di Paul Auster».

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