Pugliese Nicola

unnamed-11È uno dei tanti mattini sonnolenti tirati fuori dal mazzo dei giorni. Il mare è lontano, non ci sono navi da aspettare, solo la vita all’osso. Il paese, Avella, è deserto, la piazza vuota. Qui vive Nicola Pugliese, scrittore di molti racconti (raccolti  a breve: “La nave nera”, dalla “Compagnia dei trovatori” di Nando Vitali), e di un solo grande libro: “Malacqua”, uscito nel 1977 per Einaudi. Quattro giorni di pioggia e una città immobile. Il romanzo è il verbale di un disastro – solo annunciato; cognomi e nomi, posti precisi e avvenimenti impalpabili. Pugliese ha lavorato come giornalista per “Abc”, al “Roma”, poi ha smesso. Baffi staliniani, doppie lenti, alto e spettinato, si presenta con un quadro in mano – visto d’ingresso della nuova vita. Dice che è figlio di Kafka, non di Magritte, gioca a scacchi con Antonio: eterno studente, fuma Pall Mall, saluta con: «w il re». È convinto che ad Avella tutto sia fermo al 1821, ma quando gli chiedo se sia monarchico come Alvaro Mutis, risponde di no, «anche se pensandoci bene sono tutti paesi avanzati quelli dove c’è ancora la monarchia». Si fosse occupato di sport, la storia sarebbe quella di Frank Bascombe, personaggio di Richard Ford raccontato in “Sportswriter”. La sua dote è la leggerezza.

Pioggia

«Alla prima vera pioggia a Napoli succede sempre qualcosa: voragini, smottamenti, e i giornali mandano gli inviati da me, per via del libro, neanche fossi il ministro dei temporali».

Napoli

«Una città immobile che respinge tutto, vendicativa, ancora non ha digerito il fatto di non essere più capitale».

Malacqua

«Avevo un solo libro in mente, o romanzo, a me piace scrivere racconti. Tanto poi, ti ricordano sempre per un solo quadro, non vale la pena di affaticarsi. Vedi Salinger, sarà sempre quello di Holden, non quello de “I nove racconti”».

Calvino

«Feci leggere il libro a mio fratello Armando e a Mimmo Caratelli. A entrambi piacque. Ma loro mi volevano bene, avevo bisogno di un altro parere. Mio fratello stava lavorando alla riduzione teatrale de “Il barone rampante”, chiesi se gli andava di passare il manoscritto a Italo Calvino. Lui, lesse e mandò delle osservazioni. Per me era il padreterno, quindi feci come chiedeva, e rimandai. Rispose con altre osservazioni. Da intemperante dissi che non avrei più toccato il libro, prendere o lasciare».

Borges

«Il libro uscì prima in una collana curata da Calvino, centopagine, poi nei Nuovi Coralli. Quando vidi il mio nome di fianco a quello di Borges pensai: ora posso pure morire».

Vita

«Ho raggiunto il massimo della libertà consentita in una società come la nostra. Sono un re senza l’incombenza delle cerimonie».

Medioevo

«L’unica cosa che ho scritto negli ultimi anni è una commedia teatrale: “Rainaldo II”, atmosfera da “Armata Brancaleone”, parla di un mezzo fetente, mezzo barone che diventa principe di Caserta, una parabola sul potere».

Impegno

«Mi piace partecipare ma senza esagerare, preferisco quelli che – in generale – ci credono poco».

Idee

«La pigrizia è la mia ragione di vita».

Il racconto migliore

«“Il prigioniero”. Atmosfera kafkiana. Un uomo chiuso senza motivo in carcere, invecchia nei tentativi di fuga. Ogni giorno fallisce, eppure si ripromette di provarci all’indomani».

Achille Lauro

«Mi voleva bene, era divertente farlo arrabbiare. L’ultima volta che l’ho visto aveva 92 anni, stava al sole sotto il suo palazzo su una sedia di legno, seduto, fra i lavoratori».

Letture

«Non ho mai perso tempo, leggevo solo i grandi: Dostoevskij, Kafka, Joyce, Borges, Cervantes, Proust».

Pezzo unico

«La cronaca fedele di un comizio di Achille Lauro a Piazza Plebiscito, prima che si tenesse, con una foto della piazza che ancora non si era vista. Ero caporedattore al “Roma sera”, il giornale usciva alle 14, il realismo magico, d’obbligo. Ero costretto a scrivere con mezza giornata di anticipo: un indovino, con gli incidenti dovevo stimare i morti prima».

Invidia

«Di tutti gli scrittori solo Compagnone mi disse quanto gli era piaciuto “Malacqua”. Non so quanto abbia pesato il fatto che lavorassi per un giornale di destra, credo che l’invidia abbia fatto di più dell’ideologia».

Pittura 

«Viola. Il colore che uso di meno e amo di più, per la sua profondità. Il mio tema? L’assenza».

Occhi

«Mi manca il centro della visione, ho un glaucoma all’occhio sinistro e il distacco della retina a quello destro. Non posso più leggere né scrivere e così dipingo».

Famiglia

«Perché non ho raccontato mio padre e la sua storia? Lo fanno tutti. Sì, aveva partecipato alla guerra in Spagna con i fascisti. Ma prima si perdeva o vinceva col sangue – mio padre, era un guascone – oggi, si perde o vince con la vergogna».

Soldi

«Pochi, quelli fatti con il libro. Molti quelli vinti giocando a poker con i tipografi del giornale. Ci fu un’estate, che vinsi venti poker su venti».

Calcio

«Ho cominciato con Ciccio Cordova, smesso per via della miopia. Lui è arrivato fino all’Inter di Herrera. Giocavo libero».

Moglie

«Faceva l’indossatrice a Milano, immagina una Naomi Campbell nel 1821, è mezza francese, mezza brasiliana, mezza italiana. Ho sposato una donna e mezza».

Il mattino ha l’oro in bocca

«Sì, divido con Joyce la scena della barba, lunghissima. Ora uso quella meticolosità di rasatura e pensiero: lavorando di  memoria».

Quando piove

«Mi riparo, ho smesso di guardare fuori».

immagine tratta da “L’arte della felicità”

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4 thoughts on “Pugliese Nicola

  1. «La pigrizia è la mia ragione di vita»

  2. Maria Rosaria ha detto:

    Pugliese ha rilasciato un’intervista da grande scrittore quale è. La sua straordinaria baldanza nei confronti di Calvino, la sua provocatoria dichiarazione di simpatia per Achille Lauro, la predilezione per i classici della letteratura europea, da Dostoevskij a Proust, il realismo magico della sua scrittura, la concezione conservatrice ma illuminata della politica, fanno di lui un personaggio autentico nella poliedricità del suo pensiero e, soprattutto, nella geniale indifferenza nei confronti di tutti gli intellettuali, progressisti di sinistra e repubblicani, che non lo hanno letto e hanno finto di non apprezzarlo.

  3. […] riscontrabili che in pochi, pochissimi altri. E se, allora, nessuno o quasi si accorse di Pugliese, come mi raccontò: “Di tutti gli scrittori solo Compagnone mi disse quanto gli era piaciuto ‘Malacqua’. Non so […]

  4. […] Non sa stare in posa, legge Follett e Coelho, ma dovrebbe leggere “Malacqua” di Pugliese o scoprire Annamaria Ortese, prenderebbe meno gol. Il padre Nicola lo voleva falegname ma lui stava […]

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