Stiamo tutti andando nella stessa direzione?

Il signor Marco Oliva cresciuto in un piccolo paese del sud: dove cinema neri aspettavano luce e uomini soli dalla vita ordinaria attendevano donne senza fantasia. Autore del best seller: “Chi è Johnny Cash?”, punta a caso l’indice sul mappamondo e parte. Sta scrivendo un libro su un uomo che vive solo quando è in viaggio, pensa con Orson Welles che basti poco tempo per conoscere l’anima di un posto, divide il genere femminile in due categorie: quelle che vorrebbero essere come le donne di “Sex and the City” e quelle che sono come le donne di “Sex and the City”. Non conosce mai la città successiva quando riparte ma sa che alla fine del prossimo anno il libro e i suoi viaggi finiranno sull’isola indonesiana di Flores: con il protagonista che arriva in tempo per il cambio di colore dei tre laghi craterici del Keli Mutu. Il resto sono tumulti di cuore, note di piano, fumose girandole. Milady strada di Parigi: pagina iniziale.

In realtà il protagonista del libro è lui stesso, ma il suo editore gli ha detto di lasciar perdere e di creare un personaggio. La stranissima sindrome di sentirsi vivo solo in viaggio è sua, l’annoiarsi dopo qualche giorno in un posto nuovo è sua, come tutto il resto, è lui che è cresciuto in un paesino sperduto, ed è sempre lui a sentirsi deluso dopo poco.

Ha accettato di raccontarlo perché i soldi fanno comodo a tutti e perché ha una avversione verso i romanzi anche se in volo ne scrive uno, ma soprattutto perché gli pagano i biglietti aerei e per lui è come se gli pagassero il tempo e l’aria per continuare a vivere. Da qualche tempo nel viaggio di ritorno, insieme alla malinconia per un posto che presto smetterà di rimpiangere il signor Oliva ha preso a domandarsi: che cosa farò quando finiranno le città da visitare?

Ma l’isola di Flores è lontana, e lui con una scusa o l’altra per ora è riuscito a rimandare la fine del viaggio e quella del libro, quindi quello che leggerete è una parte minima ed ancora incompleta del viaggio a meno che qualcuno non gli ordini di finirla e di fare rotta verso l’Indonesia, e lì terminare viaggio, pagine, parole.

Da bambino il suo giocattolo preferito era un aereo. O meglio: la riproduzione di un aereo, bianco, coda rossa e blu, con quello si muoveva sull’enorme cartina geografica portata a casa da sua madre. Su quella, inventava rotte che non c’erano e ancora non ci sono, ignorando guerre, religioni e fusi orari. Nessuno scalo nei suoi viaggi immaginifici, ma solo voli diretti da un desiderio all’altro. Crescendo ha studiato come funzionano gli aerei, cercando di sapere tutto: dai modelli ai principi della fisica che li tengono in aria e poi ha continuato con la storia delle compagnie aeree e le loro rotte, i tempi di percorrenza, gli aeroporti, e anche i disastri che lo colpiscono come la scomparsa di un parente.  

Ogni volta si illude che passi, che la nuova destinazione sia la cura, che  basti andare lontano quel tanto e poco per vivere, alzarsi in volo e sognare la città che lo cullerà per qualche giorno, straniero, vagando si guadagnerà la nostalgia per il ritorno. E poi di nuovo irrequietezza e voglia di andare.

Ha visto terra e acqua, bassifondi e suite eppure non gli basta mai.

Vive in funzione dei viaggi, ne ha fatti tantissimi, torna anche in città già viste, nella speranza di un errore, ma alla fine: niente, il male prevale e lui si ritrova faccia stanca ad aspettare il prossimo volo.

Nel 1958 Albert Camus scrisse: “Lo scopo della vita di una persona è riscoprire, attraverso le deviazioni dell’arte, quelle due o tre immagini davanti alle quali il cuore si è aperto per la prima volta”. Marco Oliva nel suo posto finestrino, vista ala sinistra, sempre lo stesso, sta cercando di ricordarsi quali sono le sue tre immagini ma non riferite all’apertura del cuore ma allo smarrimento, alle situazioni che lo hanno visto vivo perché  smarrito. Momenti di perdita e lontananza.

La prima immagine è roba d’infanzia, lui solo al supermercato e quella strana sensazione di non dover ubbidire, muoversi a comando, anche se per diversi minuti non ha saputo cosa fare, quando si è mosso lo ha fatto con una allegria indimenticabile, ecco, quello forse è il momento, la nascita di tutto.

La seconda immagine è Hwacheon, Corea del Sud, camminava sul letto ghiacciato del fiume Hwacheongang fra milioni di persone che scavavano buche per pescare il sancheoneo: un tipo di salmone giapponese.  

La terza una indecisione fra una giornata alla stazione ferroviaria di Pechino in attesa di un treno per Hong Kong, e la prima volta in India per le strade di Nuova Delhi seduto senza nessuna fretta né itinerario.

“La velina di Putin” si chiama il mio romanzo, è ambientato a Mosca e parla dell’America.  È una storia piena di sorprese che scrivo in aereo. Dentro giornate morte – tutti i romanzi hanno pagine quotidiane: la questione riguarda lo stile – , c’è la sofferenza di mio nonno, la televisione russa, la scrivania di Putin, Monica Lewinsky in cerca di lavoro, e soprattutto ha un finale credo unico nella storia della letteratura mondiale: quando racconto di come mio padre è diventato una piscina.

La colonna sonora è dei Leningrad un gruppo che prende in giro Putin più di Kasparov, ma i corrispondenti italiani e mi sa anche molti altri stranieri, non lo sanno perchè non ascoltano la nuova musica russa, e poi ci sono io che guardo la tv russa tra un viaggio e l’altro, per tenere sotto controllo la nostalgia e il paese.

“Nel mondo in cui viaggio, creo incessantemente me stesso” dice Frantz Fanon ma durante una turbolenza è difficile non pensare alla conservazione di sé, mentre l’aereo si muove bruscamente ti ripeti: non precipita, non è il momento, sono giovane, ne ho presi tanti, ho letto i consigli di Patrick Smith, i racconti di William Langewiesche, invano cerco di ricordarmi cosa dicono in merito, ma il pensiero che mi assilla è: va bene morire, ma non guardando un documentario portoghese sulla vita di un ghepardo, e peggio l’aereo scende di quota, almeno così pare (so che se scende è per evitare la turbolenza, come potrebbe anche salire, ma non riesco a togliermi dalla testa che stia scendendo per un atterraggio di emergenza), e mi tocca morire proprio mentre il ghepardo sta cagando sul tettuccio della jeep degli operatori, una brutta fine. Allora ho chiuso prima lo schermo del mio  finestrino, poi gli occhi, ho acceso l’Ipod e alzato al massimo il volume: se devo morire voglio farlo ascoltando Keit Jarret che in una sera a Colonia ha dato il meglio di sé.

 

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