Falling men

Does god’s light guide us or blind us?

González Iñárritu

In occidente la maggior parte degli uomini, e soprattutto delle donne, passano il loro tempo a salvare il proprio corpo dalla decadenza. Lottano a lungo per allontanare la caduta di sé. E poi c’è chi si lascia andare perché non se la sente di lottare in attesa di. È successo anche quel giorno, l’undici settembre del 2001, a New York, nelle torri gemelle, questo conflitto si è consumato, tra chi cercava di prolungare la caduta e chi no. Tra chi ha giocato con se stesso, ingannandosi, aspettando gli aiuti, e chi non ha resistito, e si è lanciato. Li hanno chiamati vigliacchi, si sono vergognati di loro, persino i familiari, i figli, non hanno voluto riconoscere chi si era lanciato. Hanno deciso che ci voleva più coraggio a restare, li hanno trattati come se quella fosse una situazione di normalità. Come se fossero dei suicidi, come se chi si è illuso: restando, sperando, avesse avuto ragione e loro torto, perché non hanno saputo aspettare. Per me sono uomini di movimento, con una praticità che è quella di chi non ha l’illusione di Dio.

E non hanno avuto torto, perché non si è salvato nessuno, di quelli rimasti, purtroppo. Ma qui, le categorie torto e ragione, buoni e cattivi non esistono. Esiste una situazione, anzi è esistita, per certi versi irripetibile. Da romanzo, da film, che contiene i sentimenti dell’apocalisse. C’è stato un giorno del giudizio, non richiesto, all’insaputa di Dio. Dove chi era in quelle torri ha scoperto che non c’era molto da fare oltre chiamare chi si era amato, e poi scegliere: aspettare o saltare. Una minoranza ha scelto questa azione. È stata ritratta, le foto sono state diffuse, poi ritirate, poi ri-diffuse. Nell’esitazione c’è la paura di chi, guardandole, deve anche immaginare il resto. Dell’occidente che non vuole pensarci, della morte naturale, e del voltarsi dall’altra parte, prendere il taxi attraversare la strada. Ma non conta guardare i loro volti, conta vederli: scendere a testa in giù, alcuni scomposti, altri no, come succede con normalità davanti alle grandi occasioni che la vita ci riserva, ad alcuni vengono bene ad altri no, quello che conta è trovare la forza per affrontare in quel modo l’occasione. Scegliere. De Lillo, Safran Foer, hanno provato a dare una storia a quelli che hanno deciso che saltare nel vuoto, era la fine migliore. Non era così importante, sapere dove vivevano e come, questa è una ossessione di chi scrive in America: dare sempre una scena a chi muore. Quello che si è trascurato, è l’esercizio del libero arbitrio, quel giorno, c’era un sistema binario, in quei piani delle torri, si poteva scegliere 0 restare, 1 andare; loro hanno scelto il numero che richiedeva maggiore energia, maggiore sforzo, e che era anche un evidente risultato di minoranza. Hanno usato il proprio corpo come leva, bottone, mettetela come vi pare, per spegnersi, per porre fine ai tormenti di quel giorno, che solo in parte ha reso, per esempio, Iñárritu nel film collettivo su quel disastro: September 11th.

Buio, grida, paura, attesa: dentro. Luce e liberazione: fuori. Chi è uscito, non ha solo mostrato la propria volontà, ma anche il proprio corpo che andava a morte. Prima in quel luogo l’aveva fatto solo Philippe Petit, funambolo francese che passeggiò in cielo tra le torri, nell’agosto del 1974. Tornò vivo, lo arrestarono. Bloccarono il corpo, perché era vivo. Di solito, fanno sparire chi muore. In America, la morte sotto forma di effetto speciale ultrarealistico: horror o qualunque altro terribile crudele modo, va bene (pensate alla serie Csi), nella realtà, invece, è un tabù: nessuna esposizione dei caduti in guerra (Iraq, Afghanistan) né delle bare, o persino quelle delle catastrofi naturali, così niente per la tragedia del World Trade Center, non si è visto un corpo che sia uno, tranne questi che volavano piccoli, scomposti, sfondo vetri su vetri fra i faldoni dei documenti, a violare l’immenso tabù puritano. Poi si vedono i muri della commemorazione, le luci, al massimo la schiera di lapidi. Possiamo omettere la discussione quanto volete, ma quel momento, prima o poi tocca a tutti. E per un paradosso, chi è saltato, ha avuto uno, un solo attimo in più di vita, di chi è rimasto. E quell’attimo stava nel salto. Tolto il tempo in più di vita di chi ha atteso – a sua insaputa – il crollo della torre. Ma quel giorno il tempo era dilatato, tritato, calpestato, come tutta l’umanità (costretta) voyeur. Quello è stato il film della fine. Il più grande Kolossal della storia, un gigantesco flashforward, che ci faceva perdere ogni ingenuità, che diceva: c’è un limite, e questo è quello dell’orrore, tutti l’hanno visto, chi prima e chi dopo, in diretta o differita, ed è stato come dire al mondo: corri, gira, fai quello che ti pare, prega o commetti peccati, è qui che devi arrivare, al sistema stai o vai, è lo stesso dilemma di chi ha un male terminale, e decide di non decadere, ma di andarsene prima. E non è un caso che Bin Laden, il regista di questo gigantesco film che ha fatto perdere la verginità allo sguardo se ne sia andato da fermo. Se lui avesse saltato, avesse scelto una finestra e non di restare, allora sì, quel gesto sarebbe stata una vigliaccata, ma non ha avuto il coraggio di saltare, e non facendolo, involontariamente, ha rivalutato il gesto di chi l’ha fatto, di chi si è lasciato andare, prima del tempo.

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One thought on “Falling men

  1. apedieinstein ha detto:

    only survivors of fallen men

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