Magda Lisette Corrales, Crazy

«Mi chiamo Magda Lisette Corrales, ho ventisette anni, un figlio di sei, e un nome da assassina: Crazy.  Il primo uomo l’ho ucciso a tredici anni per entrare nella Mara. È una storia lunga la mia, comune, a chi nasce in Honduras. Fatta di violenza, di gente che è meglio non incontrare, periferia di Tegucigalpa: che vedrete solo nei film, colpi presi, sputi in faccia, poco tempo per pensare, amori mancati e coltellate. Sono entrata nella Pandilla 18 (la banda) per assenza di famiglia, la Mara ti insegna a parlare, a farti rispettare, a essere disciplinata, ti permette di accedere a un mondo che non pensavo esistesse. Prima, non ero libera di fare quello che volevo, non potevo essere indipendente come mi sarebbe piaciuto. Avevo un fratello che mi trattava male, accusandomi di non essere abbastanza donna, sensuale, di essere lesbica. Se uscivo a giocare per strada, veniva a cercarmi,  mi riportava a casa, e legandomi al letto diceva: tu hai il diavolo in corpo, tu sei il male, e alla fine a furia di ripeterlo, sono davvero diventata il male. Ero stanca di quella solfa, un giorno, di fianco a un mercato che si chiama Galindo, mi sono imbattuta per la prima volta nella pandilla: cominciando a delinquere. La vedevo come una possibilità di fuga. Loro, hanno visto come rubavo, mi tenevano d’occhio, ma poi mi ha fregato la polizia e sono finita al riformatorio. In carcere, impari molte cose: come muovere le mani, difenderti, parlare e soprattutto come ascoltare.

Quando sono uscita, non  ho pensato nemmeno per un attimo di tornare a casa da mia madre e mio fratello, sono andata a cercare quelli dell’M18, mi hanno teso la mano, dato da mangiare e dormire. Sentirmi una di loro è stato naturale. Non sapevo che per entrare sul serio, avrei dovuto uccidere. Funziona così: tre donne della pandilla ti prendono, portano in strada e decidono la vittima, da quel momento hai diciotto minuti per cercare il tuo nemico, e ucciderlo. In quei minuti ti guadagni l’accesso alla banda, il soprannome e il resto della vita. Avevo tredici anni. Tremavo tutta, disperata, invasa dall’ansia, sudavo freddo. Ero obbligata. Avevano scelto un mio amico d’infanzia, la sua colpa appartenere all’M13 mentre io ero alla diciotto, numeri di strade, poi di bande, infine taglie involontarie. L’ho visto agonizzare, occhi negli occhi, e dietro: altri occhi, quelli delle donne più grandi che guardavano, giudicando la mia prova. Diciannove colpi con un pungolo, uno in più di quelli che mi avevano ordinato, poco dopo tatuarono il numero sulla mia pelle, sangue sulla strada: ero la Crazy. Avevo una nuova, vera, famiglia, che non si lamentava del mio odio, lo apprezzava. Divenni il capo, il numero uno dell’M18, avevo scalato l’Honduras. Uccidendo ero arrivata a controllare lo spaccio di droga in molte zone di Tegucigalpa. Prendevo cocaina, crack, marijuana, dipendeva dai giorni, lo facevo per dimenticare quello che avevo intorno, le altre mi dicevano che mi sarei abituata all’inferno:  sempre col rischio di essere uccise, torturate, violentate. No, non sono stata mai tranquilla, mai avuto una notte serena. E tutta la sicurezza che avevo provato quel giorno uscendo dal carcere era svanita. Mi consumavo ma non riuscivo a pensare di poterne uscire. Ero triste, intontita, traumatizzata, non immaginavo che di lì a poco sarebbe successa una cosa terribile. Matarono la mia migliore amica, una amica d’amore, quella che era la mia famiglia nella banda: Nelly Bullet. La uccisero davanti ai miei occhi, e dopo spararono anche a me. Restai a lungo immobile, fingendomi morta, poi persi i sensi, quando mi risvegliai ero in ospedale. Dio non mi aveva voluto. La mia colpa: amare un’altra donna, essere lesbica. Prima dell’attentato mi avevano teso una trappola con una ragazza molto bella. Ero caduta. Il prezzo di quell’errore furono quattro colpi e una pugnalata. Ma non era ancora finita. Vennero in ospedale tre uomini della mia banda e mi violentarono. Questa volta la colpa era d’essere ancora viva. Avevo venti anni e mi ritrovai incinta di quella violenza. La Mara è questo, ti offre amore mentre la servi, rubi, vendi droga, esegui gli ordini, rispetti le regole, però se non fai niente, non sei attiva, se non ubbidisci, non vali nulla. E allora ti distrugge, schiaccia, cancella i tuoi tatuaggi, chi ami, triturando quel poco di mondo che sei riuscita  a creare all’ombra della sua presenza, nelle pieghe della vita che ti rimane. Ora, ho un figlio e non voglio che cresca sentendo fischiare le pallottole. Ho anche venti anni di carcere da scontare, da tre mi sto riabilitando, più cresce mio figlio meglio mi riabilito.  Nonostante le pugnalate, le pallottole prese: il mio corpo non ha bisogno di una sedia a rotelle per muoversi, Dio non ha voluto. Qui, nel carcere di Támara si sta bene, siamo rispettate, non c’è violenza ma solo il tempo giusto per riflettere sul dolore che abbiamo subito e inflitto. Mi sento protetta, riesco a dormire, a chiudere entrambi gli occhi, non devo preoccuparmi che il mattino porti la morte al mio capezzale e non devo temere mentre cammino che qualcuno mi punti una pistola alla testa. Ora, dopo tanta sofferenza, ho scoperto che si può vivere diversamente, mi piacerebbe aiutare altre donne ad uscire dalle pandillas. Dire loro che l’unica cosa che guadagni a entrare in una banda è l’odio della tua famiglia. Solo adesso mia madre mi abbraccia, dopo anni,  ha smesso di dire che sono sporca, che ho il diavolo in corpo, e no, non mi guarda più con timore, e io non ho più odio per lei, per non aver mai impedito a mio fratello di maltrattarmi. Dalle pandillas non si guadagnano che mutilazioni fisiche e morali, ma se non ci sei dentro, se non vivi, se non ti raccontano cosa succede davvero, vedrai solo la libertà di non avere più le costrizioni della scuola o la presenza di un genitore, e dopo che hai imparato a usare un’arma, a uccidere, distruggere e assaltare, drogarti, capisci che è poca la gente che dura, perché  quando non sei più utile per servire, fare danni, ti uccidono e non succede a molti di poter raccontare le cose che sto dicendo ora. Se riesci a sopravvivere, passi il tempo a imparare la normalità, e mentre lo fai: tutti, intorno, ti guardano male, guardano il tuo corpo segnato dai tatuaggi e dalle ferite, e se domandi un lavoro o anche solo aiuto, ti discriminano, non ti rispondono, perché hanno paura, sanno che sei stata cresciuta alla religione del ferro: se non uccidi, muori.  Quando sarò fuori di qui, non avrò paura di spiegare le cose, portando mio figlio per mano, dirò che le pandillas sono merda, e che nessuno può togliere la vita, come facevano loro, come ho fatto io. Che se nasci in un posto come il mio, cresci odiando, ma anche da una grande violenza può nascere amore, e io e mio figlio ne siamo la prova. Attraverso la sua vita ho capito la mia, e durante i giorni di visita rinnovo il mio patto di amore, sono tre anni che non lascio sangue sulle strade, sono tre anni che non faccio del male a nessuno. Chiedo a voi di perdonarmi, ho l’anima nera, ma non odio più. Chiedo a voi di utilizzarmi contro le bande, contro il loro fascino, il loro potere nel paese. E se vi diranno che non mi hanno visto piangere, non fatevi impressionare, le lacrime non sono nella mia natura, sono quella che si dice una donna forte, di sentimenti duri, che hanno avuto la meglio, e per i quali mi danno in silenzio. Ho passato la giovinezza nella pandilla, ora sto passando i miei anni migliori dietro le sbarre, non sono un esempio per nessuno e non voglio esserlo, e se dovessi raccontarmi non saprei farlo. Mio figlio mi chiama Regina e non posso smentirlo, un giorno dovrò fare i conti con i suoi anni, dirgli la verità: che il mio è un nome di assassina, che la mia è stata una vita sbagliata, consumata dalla parte del torto. Una donna che per sentirsi libera ha dovuto uccidere, che è stata allevata agli spari. All’inizio pensavo venissero da dentro, dal mio cuore impazzito, dal respiro trattenuto  prima di agire. Invece, no, erano loro, quelli intorno, tante facce nessun volto, tutti segnati allo stesso modo, allevati nel disprezzo. E quel rumore che sentivo dentro era un nome, che giusto o sbagliato, bianco o nero, è il mio ed è un nome da assassina. E allora vorrei dire a mio figlio che sono riuscita a trasformare quel nome in un NO, grande, che ha avuto bisogno di molto tempo e tante mani, per scriversi».

MARABUNTAS
Nel 1954 il regista Byron Haskin firmò “Cuando ruge la marabunta”: milioni di formiche rosse, le marabuntas, voraci e carnivore, invadevano la terra seminando panico e distruzione. La pellicola colpì così tanto il pubblico che il termine marabunta è entrato nel linguaggio comune: prima per indicare il “gruppo”, poi, con la contrazione in maras, le gang. Negli Stati Uniti, dove migliaia di giovani centroamericani erano emigrati per sfuggire alle guerre in corso nei loro Paesi. Quando il governo americano decise di espellerli in massa dal proprio territorio, i membri delle gang riportarono a casa le maras: El Salvador, Guatemala. E Honduras, dove oggi ci sono circa 500 bande attive, che contano circa 100 mila affiliati di età compresa tra gli 8 e i 35 anni.

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2 thoughts on “Magda Lisette Corrales, Crazy

  1. nel ritmo incalzante di questo brano si resta calamitati da una storia che ha il coraggio di un lieto fine… veramente bello questo ritratto di donna alla ricerca di se stessa, capace di non arrendersi al conformismo criminale, ma di reinventarsi nella maternità…

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