Un gioco da ragazzi

Una palla rossa che rimbalza sul cemento. Tum. Due saltelli e poi dritta in cielo. Ricade morbida nel canestro. Stump. Le stesse mani che l’hanno lanciata la raccolgono mentre scivola via. Rocco è felice. Esorcizza i tiri con un ritornello. Una scemenza che gli ronza in testa. Canta e lancia. I suoi amici sono in ritardo. Ma lui oggi ha la chiave per andare avanti. Aspettare. Scavalcare il pomeriggio. La palla che prende le linee giuste. Canestro. Stump. Tum. Tum. Rimbalza. Palleggia. Mani. Campo. Mani. Canestro. Stump. Mani. Una volta sola e la chiamo Lola se non cola vola. Una volta sola e la chiamo Lola se non cola vola. Una scemenza. Ma gira, in testa, ronza. Avvolge. Gomma da masticare. Gnam gnam. Una volta sola e la chiamo Lola se non cola vola.

«Cazzo dici?».

«Niente. Una scemenza. Ce ne avete messo di tempo».

«Siamo stati in giro».

«A fare che?».

«Vieni appresso a noi».

Rocco preceduto dalla palla che gli rimbalza davanti gli va incontro. Su un lato del campo due ragazzini. Nervosi si guardano intorno: «Vulisse venì c’a palla?».

«Certo che no. La lancio sul balcone appena passiamo sotto casa».

«Nun passammo p’ ’o quartiere».

«E dove andiamo?».

«Allo zoo».

«A fare che?».

«A ’rrubbà ’na tigre».

«Ma scherzi?».

***

Rocco si fermò e li guardò, convinto che fosse uno scherzo. I due non dissero nulla. Ma il loro sorriso malizioso non lasciava speranze. Gli occhi che brillavano da illusi, nemmeno. Lasciò cadere la palla a terra e la arrestò con un piede. Poi guardò il cinese. Alle spalle avevano il campo di basket con gli spalti sgretolati e le mattonelle rose dal sole. Consumate dalle corse. La rete mangiucchiata che girava come ricordo più che difesa. Si guardarono perplessi. Rocco si pentì di essere sceso a provare i lanci. Antonio guardò il campo con rammarico, invidiando i pomeriggi di noia. Le sue certezze stavano venendo meno di fronte al realismo di Rocco. Ma il cinese stupì entrambi quando tirò fuori una pistola grigia, enorme che scintillava al sole. Canna lunga e pesante. La teneva con due mani, puntata verso il cielo. «Con questa se vuoi puo’ fa’ chiovere» disse pieno d’orgoglio. Non smettendo di alzarla e abbassarla, in attesa dei commenti. Ma gli altri due non risposero. Lui fece salire una guancia e sputò per attirare l’attenzione. E rimettendola a posto, quasi a volersi giustificare continuò: «Pò servì si fa ’a stupida».

«Chi?» chiese Rocco.

«La tigre no?» Normalissimo il cinese.

«Di nuovo?»

«E quanno hammo smiso» aggiunse Antonio, che aveva vinto i suoi dubbi affascinato dalla sicurezza che emanava l’arma.

«Fatemi capire ’sta storia o non vengo».

«È ’na pazziella». Sbuffando il cinese.

«Scherzo? Rubare una tigre? Hai idea di che parli?».

«Nun te preoccupà. Quanno vire ’e sorde cambi faccia» sottolineò Antonio.

«Quali soldi?».

«Quelli di Aniello ’O criminale».

Rocco rimase senza parole. La palla rossa scivolò via. Abituata ai lanci a canestro, in aria, zigzagava da ubriaca a terra. Urtò la gomma di un’auto poi tornò indietro e prese a rotolare lungo il muro.

«Addò a cacciavo ’a pistola?».

Rocco annuì. Ancora indeciso. Chiese: «Che intenzioni avete?».

«’O zoo è chiuso. Trasimmo d’areto. Pigliammo ’a tigre. A purtammo ’a casa d’ ’o criminale. E isso ce pava» spiegò Antonio.

«E come la prendiamo la tigre? Quella mica si spaventa per la pistola».

«Avimmo pensato a tutto. Int’ ’o zaino ce sta ’a carne. C’a dammo. Chella mangia e nuie ’a facimmo chesta».

«E che è?».

«Sonnifero».

«E comme c’ha purtammo?».

«A strascinammo. Oh, ma nun vuo’ proprio faticà!».

«Non mi convince».

«Vuo’ ’na gru?».

Risero insieme.

«Jamme, è ’na pazziella».

«Se è ’na pazziella, perché non ci pazzeano loro?».

«Pecché ce vonno mettere alla prova» aggiunse il cinese.

«’Nu paio d’ore e stammo bbuone tutta l’estate».

«Una volta sola e la chiamo Lola se non cola vola».

«Ma che cazzo stai dicenno?».

«Niente, niente. Cose mie. Ho perso il pallone».

«E allora vieni o no?».

***  

«Ma è enorme».

«Enorme… È ’nu jattillo».

Si avvicinarono lesti all’animale. Il giallo della tigre faceva contrasto con le pareti lerce della gabbia. Neanche la pelle era linda, ma lasciava intravedere una bellezza sommersa, nascosta. I ragazzi ebbero un attimo di panico. Rispetto. Per il fascino del felino, anche se stinto, coperto da una patina d’abbandono. Lo zoo era silenzioso. La maggior parte delle gabbie vuote. Stavano traslocando. Erba alta intorno. Muri scrostati. Nessuno in giro, manco guardiani.

«Secondo me c’ ’o criminale sta meglio».

«Alla fine la nostra è una buona azione».

«Eccerto. Meglio di chi l’ha n’chiusa qua».

Antonio si tolse lo zaino dalle spalle e lo poggiò a terra. Si inginocchiò e tirò fuori cibo e martello. Il cinese prese il pezzo di carne e lo lanciò nella gabbia. La tigre ci mise poco a divorarlo, affamata com’era. Seguì il secondo lancio. Rocco stava a guardare in un misto di paura e ammirazione. Attratto dai denti bianchi, appuntiti come rovi e dalla voracità, che gli ricordò il padre nell’ora di cena. Rise di questo paragone. Il cinese martellando cercava di rompere il grosso lucchetto che chiudeva la gabbia.

«Niente da fare. È tuosto. Nun se rompe».

«E mò?». Interdetto Rocco.

«Fai troppo rummore».

«Ossaccio. Aspetta che facimmo subito subito. Fatt’ ’a llà».

«Cazzo fai?».

«Sparo».

«Ma si scemo?».

«E prima facevo rumore. Mò so scemo. Vulisse e chiavi?».

Il cinese tirò fuori la pistola. Fece tre passi indietro e mirò al lucchetto. La tigre nervosa andava su e giù. Vortice di passi. Pensieri. Distogliendo l’attenzione del ragazzo. I suoi occhi a fessura dritti sul lucchetto. Le mani tremavano. Non aveva mai sparato. Mentendo al criminale. La sua fama, maggiore del coraggio. Rocco e Antonio di lato, muti.

«Com’era quella cosa che dicevi?».

«Quale cosa?».

«Quella dei lanci».

«U-n-a v-o-l-t-a s-o-l-a e l-a c-h-i-a-m-o L-o-l-a s-e n-o-n c-o-l-a v-o-l-a». Balbettando Rocco.

«E che significa?».

«Niente. È una scemenza. Serve a toglierti gli altri pensieri».

«E funziona?».

«Col basket sì».

Respirò con profondità. Con calma ripeté quella formula strampalata, con una vocina non sua, liberandosi: unavoltasolaelachiamololasenoncolavola. E sparò. Più volte. Il lucchetto saltò. La tigre smise il suo via vai. Il sangue faceva strano sulla pelle giallo e nera. Era offensivo.

«Ma pure ferita s’ ’a piglia?».

«Questo non lo so».

«N’guacchiata accussì fa schifo».

«E che dici se a’ lavammo?».

«Pare ’nu cristiano. Guarda là, spanteca» disse Rocco.

La tigre respirava grosso. Arrancava. Aveva il collo che pulsava e pompava sangue a intermittenza. Ogni tanto muoveva la testa. Ma non riusciva ad alzarsi. Tre colpi l’avevano stesa. Agonizzava emettendo un rumore da motorino rotto. Elettrico. Irreale. Un rombo piatto. Tondo. Che avvolgeva. Ipnotizzava. Una volta sola e la chiamo Lola se non vola cola. Graffiando. Dentro. L’indifferenza che le stava intorno.

«Dobbiamo andarcene. Avranno sentito gli spari. Di sicuro arriva qualcuno».

«Ma chi adda venì?».

«Io nun veco nisciuno. E poi ’a lasciammo qua?».

«E che t’ha vuo’ purtà? Quella fra poco more».

«Io dico purtammancella, poi si vede».

«Morta vale a metà, o no?».

 

Photo by Michal Chelbin, Bamby, Juvenile Prison, 2010

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