Archivio mensile:ottobre 2011

quando le moto avevano i vasi fioriti

In pista non ha solo lasciato la vita, Marco Simoncelli, ma anche un vuoto, e una scia che, vagamente, l’Italia, avrà di nuovo. È morto come un Ettore, colpito al collo, in una curva – che sono le mura dei piloti: che tu stia attaccando o difendendo devi farci i conti –. Sotto il cielo della Malesia di Salgari, lo sguardo della morosa e di sua madre, oltre che in diretta tv. È la storia triste di un ragazzo normale, testa da re leone Madagascar, scomposto perché troppo alto, molto cowboy sulla moto, spavaldo in gara (Lorenzo gli aveva dato del pericolo pubblico), amava  Kevin Schwantz (il più pazzo di tutti i piloti), ma lontano dalle moto era sperduto (guardatelo nei fuori onda). Scanzonato. Continua a leggere

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Atene, la sera

Ad Atene, la sera, con Ulrike camminavamo parlando a bassa voce. La gente che incrociavamo aveva scolpiti sulla faccia e negli occhi l’uso precedente della faccia e degli occhi, potevi chiaramente capire che avevano urlato, che si erano disperati, e noi, quasi per non disturbare la quiete ritrovata, incrociandoli, ce ne stavamo zitti. Il nostro paese è cresciuto senza perturbazioni e ora invece ne ha una massiccia in petto, e no, proprio non riesce a comprenderne la natura. Io capivo quanto c’eravamo dentro, e Ulrike più di me, ma poi le ripetevo che in economia è impossibile essere nudi e cordiali come lo siamo noi la notte, sotto lo stadio di Atene. L’economia non è mai nuda ha sempre giacche e gradi e palazzi e non è mai cordiale nel senso di come lo siamo noi. Non conosce la bellezza dell’amore, ed è anche giusto così. Il mondo procede per contrasti quindi se Dio è amore, l’economia non può esserlo. E il punto più morbido di questo discorso è un bacio. La sera è una pozza scura, e noi proviamo ad illuminarla, lo so è impossibile, ma voi non conoscete Ulrike. La sua volontà non conosce muri, e la sua libertà non ha inquilini. Non dobbiamo pagare la pigione all’Europa, si ostina a dire, io bacio e sto zitto. Ho smesso di credere da tempo, sì, siamo giovani, ma per cosa? Per urlare e spaccare? Ci annunciano regole e posture, noi ci rifiutiamo, scendiamo in piazza, ma la realtà è diversa, i conti non tornano mai, soprattutto perché abbiamo sperperato. E giù manganelli. Sulla faccia, sugli occhi, sulle braccia. Ulrike balla, io corro, e per adesso l’abbiam scampata, nessuna parte del nostro corpo è stata a posto per i colpi della polizia. No, non c’è una posizione desiderata, e non so nemmeno quanto ancora staremo qui, la stringo, le dico aspettiamo, ma lei si rialza, e come se dovesse asciugarsi la faccia dice: Questo paese sembra la casa di un altro. In questo modo non ci facciamo del bene, replico. Ma è un errore. Ne consegue una discussione che sottrae tempo agli abbracci, e le idee, per carità, dovrebbero sempre venire dopo i sentimenti.

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Andrea Zanzotto (1921 – 2011)

I poeti, strani incroci

metà gatti metà bici,

artifici, con catene

modulati meccanismi sentimentali

saltano in treno con le parole in tasca

da un posto all’altro

si muovono lenti.

Sentono profumi scomparsi

o ne inventano di nuovi,

hanno voci profonde

pozzi d’ombre.

Pigri estensori di brevità,

sanno cogliere attimi

traguardi. Continua a leggere

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La fossa del sonno

MANUEL RUDOVSKY (La Paz 1960 – Madrid 2010), scrittore boliviano, di padre polacco. Autore del “Deserto di sale”, due volumi da mille pagine con sfondo la più grande distesa salata del pianeta, quella di Uyuni, dodicimila chilometri quadrati. Opera complessa, indicata da tutti gli scrittori della sua generazione come il capolavoro del secondo novecento. La storia, narrata dalla voce di Noam Friedman ispettore assicurativo chiamato al Salar de Uyuni da uno strano incidente aereo: un boeing della Pan Am schiantato proprio nella riserva di litio. Man mano che procede nelle perizie l’uomo si imbatte negli uomini che lavorano e poi nelle loro curiose storie, oltre che a passare in rassegna le vittime dell’incidente e le loro vite. Singolarissime le parti che riguardano le voci della natura che si discolpa, quelle degli oggetti sopravvissuti all’incidente, le apparizioni del diavolo in persona e le lettere in polacco (con traduzioni a fronte dell’autore) che una misteriosa donna indirizza all’ispettore Friedman. La critica ha parlato di uno straordinario giallo metafisico senza soluzione. Esiste una sola intervista di R. al New Yorker in occasione del suo libro di poesie: “Le case di Nitzel” rifiuta le domande sul suo capolavoro, e parla di un altro libro in progetto: “La fiera dei single” (ancora inedito, sul pc dello scrittore sono state trovate quattro versioni completamente differenti di cui una “La fossa del sonno”, che anticipa la sua tragica fine, così ha dichiarato la moglie: la traduttrice Anna Shepard che sta curando l’uscita). La storia è il racconto della sua esperienza di pilota d’aereo: lavorava per la Lloyd Aereo Boliviano, la compagnia di bandiera del suo paese, prima che il suo aereo atterrando all’aeroporto Madrid-Barajas si spezzasse in tre parti.

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when i’m on my own

Dalla Puerta del Sol a Wall Street c’è lo stesso parallelo, Madrid  e New York stanno sedute sul 40esimo, e si passano l’indignacion – da stomaco a bocca – che negli Usa diventa occupation (di Wall Street). Hanno cominciato i greci, in pochi ne hanno ascoltato le proteste, anche perché erano cicale, Strauss-Kahn ancora non imputato ma giudice e padrone, li aveva zittiti, consigliando di lavorare, anche se si moriva per strada. Poi, è partita la rivoluzione islamica: Tunisia, Egitto, Libia, Siria. Dopo, sono arrivati gli spagnoli, e lì c’era da ascoltare, anche perché avevano occupato una piazza in pianta stabile. Intanto, bruciava Londra, ma era una rivolta per le cose, durata poco, più saccheggio che ideologia. Infine, è arrivata l’America, con una protesta nella stanza dei bottoni, Wall Street, e lì non puoi far finta di nulla, devi farci i conti per forza, e andare indietro con un lungo flashback, sì, c’è Michael Moore alla cinepresa, e tanti attori intorno, ma il film riguarda noi, gente normale. E mentre già partono i paragoni col il movimento hippy, segniamo la differenza: loro lottavano per mantenersi vivi, dovevano scampare una guerra, e avere un futuro. I ragazzi di oggi, lottano per avere una vita, e un presente. Una coscienza diversa dagli hippy, che sperimentavano e potevano permetterselo, a New York c’è una maggiore consapevolezza, sanno cosa colpire, il male diffuso è l’economia che ha sostituito la politica  (in Vietnam ci dovevi andare per forza, in Iraq ci vai per pagarti l’università, il muto della casa). Continua a leggere

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