Love and War

La città nel deserto aveva telefoni che squillavano e gente che rispondeva, prima che le bombe cadessero. «La morte era un sibilo col grigio che ti invadeva», ha raccontato un superstite. C’è chi ha paragonato il bombardamento a quello di Dresda, e chi ha risposto: «No, no di più», ma era solo un modo per ignorare la voce dei morti, dimenticare i loro nomi e dire a chi rimaneva che quello che conta veramente sono le domande, non la qualità delle risposte. A quei pochi che si ostinano a pretenderne di serie, viene detto che: «Così va la vita», e per il dolore c’è sempre la macchina di quel pazzo, Ben Marcus, quello che meriterebbe il Nobel, ma non lo avrà mai. Le strade dell’ingiustizia hanno un mucchio di buche, e solo chi ci casca lo scopre. Come testimone oculare: ho visto la sabbia alzarsi a onde e le case bruciare, ho sentito molta gente urlare e ne ho vista altra sparire, sembrava ci fosse una creatura dell’aria venuta a regolare i conti con questo posto, e non aerei abilitati alla funzione, da un ordine normale. Pareva di stare sotto una coperta, e ne sono quasi certo, ora, posso dirlo, qui a voi, quella coperta era il male. Mi è rimasta abbastanza voce da portare avanti questa convinzione, anche se non conta molto, sarò sempre il portatore di quel dolore. Certo come voce ho poco spazio, e un malloppo di fogli, sono le vite di chi c’è rimasto, sotto quella coperta. Col silenzio, tocca riempire gli spazi di chi se ne è andato, di chi non dirà più: «eccomi, qua».

Mi sono bruciato le mani per contare i nomi di quelli spariti. E ogni volta che provavo a tenerli mi scivolavano via, non era colpa loro, ma del fuoco che era rimasto attaccato alle loro ossa. Le bombe hanno ragioni superiori e la tecnologia dalla loro parte. E gli aerei sono l’invidia degli uccelli. Ho aiutato un padre a scavare, e sotto un mucchio di terra abbiamo trovato gli occhi di una mucca, l’abbiam ricoperta, il suo sguardo era insostenibile. Porto in bocca il sapore della morte, e rabbrividisco ogni volta che lascio una maceria per l’altra. Ci sono camicie sotto muri, e strade che portano a fossi. E un calore irreale, che ci avvolge. Immagino i piloti spiegare alle loro mogli i lanci come i biscotti nelle tazze del caffè, e guardo un prete che prova a dire che Dio troverà il tempo per dare giustizia a chi stava in quelle tazze. «Il mondo è illuminato da una luce, la stessa che trovi negli occhi dei pazzi, e il tempo, il tempo, oh, sì, il tempo è la polvere che si posa sulle cose». Questo dice la voce, io penso che senza luce non c’è la polvere, e senza le cose non c’è ragione di posarsi. Poi, verranno a fare visita alla città del deserto, verranno come si va a salutare chi muore, un’ultima volta, per fissarne il ricordo, per riflettere e trarne un monito, un insegnamento, ogni vita ne passa. Ma qui, l’aria è nera, e non c’è nulla, nulla da vedere.

Photo Simon Norfolk

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