when i’m on my own

Dalla Puerta del Sol a Wall Street c’è lo stesso parallelo, Madrid  e New York stanno sedute sul 40esimo, e si passano l’indignacion – da stomaco a bocca – che negli Usa diventa occupation (di Wall Street). Hanno cominciato i greci, in pochi ne hanno ascoltato le proteste, anche perché erano cicale, Strauss-Kahn ancora non imputato ma giudice e padrone, li aveva zittiti, consigliando di lavorare, anche se si moriva per strada. Poi, è partita la rivoluzione islamica: Tunisia, Egitto, Libia, Siria. Dopo, sono arrivati gli spagnoli, e lì c’era da ascoltare, anche perché avevano occupato una piazza in pianta stabile. Intanto, bruciava Londra, ma era una rivolta per le cose, durata poco, più saccheggio che ideologia. Infine, è arrivata l’America, con una protesta nella stanza dei bottoni, Wall Street, e lì non puoi far finta di nulla, devi farci i conti per forza, e andare indietro con un lungo flashback, sì, c’è Michael Moore alla cinepresa, e tanti attori intorno, ma il film riguarda noi, gente normale. E mentre già partono i paragoni col il movimento hippy, segniamo la differenza: loro lottavano per mantenersi vivi, dovevano scampare una guerra, e avere un futuro. I ragazzi di oggi, lottano per avere una vita, e un presente. Una coscienza diversa dagli hippy, che sperimentavano e potevano permetterselo, a New York c’è una maggiore consapevolezza, sanno cosa colpire, il male diffuso è l’economia che ha sostituito la politica  (in Vietnam ci dovevi andare per forza, in Iraq ci vai per pagarti l’università, il muto della casa).

E nonostante il clima sia pessimo, la reazione violenta e goffa, hanno ironia, c’è stata una marcia di businessman-zombie, da fare invidia alla fantasia di Romero, questi crocifiggono i Gordon Gekko di Stone che invece negli anni ‘80 era un modello da replicare. Già la sua versione da sequel era annacquata, e ne la “25ora” di Spike Lee, Edward Norton, fanculizza tutti gli operatori di Wall Street proprio perché derivati del personaggio. La bibbia è Twitter, che sembra in parole l’evoluzione dell’imperativo che Silvio Orlando in “Sud” (quando gli indignados eravamo noi)  di Salvatores, passava al compagno di occupazione: “bisogna muoversi veloci per non venire nelle foto”. Ed è curioso che il nome del microblogging venga dal verbo tweet, cinguettare, degli uccelli, e che le associazioni animaliste americane siano sempre state l’avanguardia (nel bene e nel male) delle proteste nel paese, proprio dal dopo hippy (raccontato da Franzen, in “Freedom” e tanto apprezzato dal presidente Obama). E l’impressione che lo spazio per indignarsi sia proprio circoscritto al poco, come i caratteri contati su twitter. Anche perché la polizia a New York, ha difeso con molto realismo e diverse esagerazioni (come la storia del vice ispettore Anthony Bologna), l’irrealismo della finanza occidentale. Per le strade di  Manhattan c’erano: rapper come Lupe Fiasco (una multinazionale, ma si vede che era dimissionario dai suoi proventi) probabile voce-colonna sonora del movimento con i Public Enemy e Mr Lif  (certo prima c’era Dylan), bilanciano i Radiohead (come sogno), l’immancabile Susan Sarandon (suora terzomondista), Yoko Ono (memore delle stanze da letto che erano l’equivalente di twitter oggi, da lì partivano i messaggi), il padre nobile Chomsky: non ha fatto mancare la sua benedizione, e Michael Moore che girava, felice che fosse accaduto quello che aveva immaginato alla fine del suo film, “Capitalism: a Love story”, vero e proprio manifesto della rivolta. Finiva con lui che circoscriveva i palazzi del potere economico come la scena di un delitto inneggiando al sogno di Roosevelt: “il capitalismo è un male, non si può regolamentare il male, bisogna eliminarlo e sostituirlo con qualcosa che vada bene per tutti, e questo qualcosa si chiama democrazia”. Poi intimava di uscire. Ora a urlare di uscire e cambiare tutto, ce ne sono tantissimi. Chiudeva, dispiaciuto: “sapete non ho più voglia di fare queste cose, a meno che non vi uniate a me”. E come succede sempre in America, lo fanno seriamente, e l’unione è talmente trasversale che è inafferrabile, perché sale e scende come l’indice di borsa, sale e scende tra i redditi, se in Spagna erano perlopiù mileuristas, ragazzi della mia età, qui si va oltre, perché il sistema e la crisi è diversa e nessuno ha certezze, ma sempre una occasione dietro l’angolo o una base come insegna il baseball, e loro sono andati a prendersela. Anche se Gay Talese, uno che ha sguardo e istinto, la vede difficile. Per ora è nella città simbolo. Tutti accampati a Zuccotti Park sperando che diventi piazza Tahrir: c’è Jesse LaGreca, 28 anni, scrittore, al suo secondo romanzo che è durissimo con i media come la Fox che non ha mandato in onda la sua intervista, ripresa dal “New York Observer”, sembra un soldato sudista, ma con idee limpide e condivisibili, soprattutto quando se la prende col lavoro sminuente delle tv rispetto alle colpe dell’economia. Il principale portavoce del movimento Patrick Bruner, 23 anni, lavora da qualche mese – si era inventato un concerto dei Radiohead poi ha chiesto scusa – per un leader dire bugie non promette bene. Quello serio è David Graeber (50 anni) antropologo, ha scritto sul “Guardian” un articolo che spiega le ragioni dell’occupazione, vede il gesto come un dono al paese e si augura che accada in altre piazze da Chicago alla Florida, la loro presenza colma il vuoto decisionale della politica. C’è Betsy Fagin, poetessa, che è la ragazza che ha ideato la biblioteca della piazza, People’s Library, e con loro un mucchio di gente che mai era scesa in piazza, che mai avrebbe pensato di manifestare contro qualcosa, e questa volta senza bandiera. Si sono annodate parti lontane. Bisogna anche ragionare su come sono gli Stati Uniti, un sistema fondato sul singolo intorno al suo ranch e poi al giardino, certo i movimenti che hanno attraversato il paese negli ultimi anni hanno travolto quel recinto, penso al movimento pacifista, solo che poi lo steccato del ranch è diventato un muro, e il giardino ora è pieno di erbacce. Il capitalismo li ha rinchiusi in casa, gli americani sono usciti per l’undici settembre, abbracciarsi, e tornare dentro più spaventati di prima, quindi per paura, poi per una emozione forte con Obama, per il resto: solo guerre e depressioni economiche. Non a caso l’ultimo spot della Coca Cola che è il termometro dell’occidente, recita: “when i’m on my own”, invece di una pubblicità d’unione, c’è una canzone e una pubblicità d’isolamento. Quello nel quale è precipitato il paese. A tirarlo fuori questa volta non è un nemico, ma il senso di condanna verso chi è uscito impunito dai propri errori, la finanza, salvata a carico dei contribuenti, e nessuna regolamentazione, come ci si aspettava. Intanto, stando al baseball, una base è presa, occupando Wall Street, ora tocca che qualcuno (che ancora manca, e che potrebbe essere Obama) reciti la parte di madre Courage, con Brecht, e dica ai soldati: che l’unica rabbia buona è la rabbia lunga, che l’indignazione va bene per gli spot, e quelli, sono consumati come le ideologie.

Photo: Larry Fink,  Black Mask’s Wall Street march, 1967

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