Archivio mensile:dicembre 2011

Tungsteno

Quando l’esercitò pose fine alla missione, Tungsteno, riassumibile nel comandamento: “uccidere anche l’aria delle Regioni Remote invase”, rimasero i tormenti, sparsi, depositati in petto a chi aveva partecipato. E, l’esercito chiamò il dottore Marcus per chiedergli di usare la sua macchina. Ve ne ricorderete certamente, ne avevamo parlato i giornali e le tv, aveva l’abilità di allontanare la sofferenza, risucchiandola, di pulire da errori, peccati e sofferenze. Alfred Harris, l’aveva definita «una forma meccanica capace di sovvertire il dolore», in realtà Marcus si accorse, con enorme rammarico che non funzionava con gli omicidi e le stragi. C’era una specie di ostacolo gessoso nel processo che normalmente agiva sui soggetti che ne chiedevano l’aiuto. Anzi, i colpevoli, si ritrovano con uno strato di polvere sulla pelle che non andava più via, quasi una colorazione della colpa, ritenuta ineliminabile dalla macchina, come da alcuni giudici del Texas, e lavabile, per i secondi, solo con la pena di morte. Tuttavia Marcus era contrario, e voleva una parificazione della dimenticanza, bastava superare il test di pentimento, dimostrando di avere una pena sufficiente di rimorso (78% di flusso nel sangue, registrabile dall’apparecchio chiamato Ganah). Ma i guai non erano finiti, non solo i colpevoli di omicidi e stragi che si sottoponevano al programma venivano ricoperti dallo strato di polvere, ma, nei giorni successivi, subivano una deformazione del corpo pari al grado di dolore inferto alle vittime. Si piegavano come plastica bruciata, e l’esercito fu costretto a deportarli nella base H, del New Mexico, e a chiedere al dottor Marcus di porre rimedio o di dare almeno una spiegazione. Continua a leggere

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I segreti del gas

L’atto è definito Madonna, perché esposta in pubblico. La valutazione non è solo estetica, ma si crea qui – grazie all’intuizione del dottore Marcus – un modello di valutazione e rifugio che unisce islamici e cattolici, riunito in una sola forma. Si tratta di un neologismo fotografico che si fa carico di due religioni, e diverse, inutili, privazioni. In tale donna, e nella sua foto, si scorgono anche i segreti del gas, con aggiunta di luce. Tale corpo, chiamato per convenzione Madonna dell’islam, assume un atteggiamento che implica una soluzione all’inutile perdita di tempo: chiamata guerra santa, da entrambi le parti, con declinazioni diverse. Si modella qui anche il dolore contenuto nella figura, e si fa testimone nel corpo della fine – avvenuta – di ostilità e/o contrapposizioni. La figura contiene tumulti e quiete, e ha anche in basso a destra l’uscita di scena, nel buio, come da teatro, trattandosi di rappresentazione. Si è voluto rispettare lo stile di morte e la promessa di vita futura, e in ultima istanza anche la necessità, molto terrena, di fare silenzio davanti alla divinità. Si è scelta l’ombra come cicatrice del passato, e la luce degli occhi come possibilità. Il corpo come dimora domestica delle due religioni e anche come prigione della cultura primigenia, ma con l’unione: c’è l’annullamento, da equazione.

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Diecimila metri sopra il natale

Joyce Gambino e il natale si evitavano a vicenda, ormai da anni. A lei infastidiva tutto, dalle luci alle musiche, colpa di suo padre, che si era sparato la sera di natale di 30 anni prima, quando Joyce era una bimba di 10 anni e non si aspettava un colpo di pistola, ma la visita di babbo natale. Andò diversamente. Da allora si erano evitati, lei, prima donna a diventare capitano della compagnia aerea Alitalia, preferiva lavorare durante quelle feste, e dimenticare. Quattro ore all’atterraggio a Fiumicino, era il 24 dicembre, tre minuti alle 17, volava da New York, e tranne una leggera turbolenza all’altezza delle Azzorre, era stato un viaggio sereno. Diecimila metri sul cielo di Madrid, Joyce ripassava il programma che la aspettava, rifiutando – ripetutamente – l’invito a casa del suo secondo Giacomo Bonaccia, un uomo gentile molto legato alla famiglia, troppo per Joyce e il suo ordine di serata: atterraggio, relazione sul volo, parcheggio auto, traffico, casa, doccia, pizza surgelata e birra, poi letto. Due giorni dopo Buenos Aires. E via così. A lei piaceva. Fin da piccola, quando veniva a Fiumicino a guardare gli aerei alzarsi, con i suoi genitori. Poi, il primo volo negli Stati Uniti con la madre, per le lunghissime vacanze estive dai nonni americani. E la prima separazione, sofferta col papà, che le raggiunse un mese dopo. Continua a leggere

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Il caso Ralph Anderson

Il caso di Ralph Anderson, occupò molto spazio nei media americani, e anche il dottor Marcus ne fu incuriosito. Singolare storia, di un chirurgo plastico a Miami. La mattina della vigilia di natale, si presenta in clinica, dove ha dato appuntamento a tutte le donne che ha operato durante l’anno, e anche a quelle che dovrà operare, che sono prenotate, per l’anno successivo. Una distesa di carne, che diverrà silicone. Lui, al solito, elegante, Ralph Anderson, (48 anni), nero, vestito in smoking, ma nessuno nota la stranezza, l’esuberanza del dottore che guidava solo Ferrari era nota in città, come le sue feste. Le riceve una alla volta e con un colpo in testa ne fa fuori 85 prima che l’infermiera Emily Neuman, dia l’allarme. Aveva il silenziatore. E prima che arrivasse la polizia si uccise. Ma oltre modalità e numero di morti, c’è il video che Anderson aveva postato su Youtube che spinse il dottor Marcus a prenderlo in esame nel progetto ALBERT. Il video ritraeva l’uomo nella sua casa, in smoking, la mattina, prima di andare in clinica e compiere la strage. Dietro di sé aveva una gigantografia di Marilyn Manson (in casa è stata ritrovata tutta la discografia del cantante), opera del famoso pittore argentino Andrés Fresàn. Anderson guarda in camera, è seduto, non c’è alterazione di tono né smorfie che lascino intravedere disappunto, o poca convinzione. Appare come un Jackson equidistante dalle esecuzioni che sta per compiere. Continua a leggere

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La malinconia ha un asse preciso, e Batman lo sa

È solo una sequenza numerale vi assicuro, funziona così, che poi si fa codice o forma, e io la rimetto a posto. Stiamo ricatalogando tutto, e non è un film. Hanno chiesto a noi supereroi di fare la parte dura, quella del trasporto rapido, e noi non ci siamo tirati indietro. A me e Robin è toccato il Partenone, e così prendi i pezzi sposta i pezzi e poi rimettili a posto nel tempo. È tutto un andare diametralmente all’opposto della storia presente. In questa immagine si percepisce l’esplosione di suono che avviene al rientro. Il nostro è un sistema poetico basato sui numeri, diamo un numero ad ogni componente della bellezza, poi ne facciamo una sequenza e da quella un codice, così il Grande Catalogo dei principali artifici si compone. Il mondo è regolato dalla dispersione, a noi tocca rimettere ordine. Il sistema è del dottor Marcus. Come oracolo delle situazioni storiche, oltreché come supereroe vi dico che questo lavoro di ricontare le opere d’arte è sopravvivenza quotidiana con l’annullamento della criminalità mi toccava una vita di noia. La freschezza dei colori quando attraverso il tempo da parte a parte, perché si capisca il lavoro: vado a prendere il pezzo al momento della nascita, in una ipotetica catena di montaggio muratoriale, e faccio uscire il pezzo di nascosto, perlopiù di notte. La macchina del dottor Marcus, aspetta a bocca aperta che io o Robin, o uno degli altri, arriviamo col pezzo, che viene pulito dai giallumi della pioggia perpendicolare che si incontra all’altezza del cielo di Jason, e poi si lascia tutto nel liquido di Pough-Willis per evitare contaminazioni di tempo, e infine la macchina misura, calcola, sputa numeri e assegna codice. Io bevo, Coca-Cola, direi meritatamente. Continua a leggere

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