Nebbia (La)

Il dottor Marcus si era occupato della nebbia, classificandola tra i sistemi violabili di Jeffrey e giudicandola un fondamentale componente destabilizzante della realtà. Non trascurando che nelle tre fasi – discesa, accerchiamento, risalita – erano riscontrabili una precisione e allo stesso tempo una impercettibilità di contenuto in cui era del tutto assente il movimento convulso. Quindi si poteva ritenere che la nebbia avesse un istinto indolente, che la sua anima amasse la lentezza. Aveva letto e catalogato gli scrittori che se ne erano occupati, che ne avevano subito il fascino e deciso che tutto si poteva riassumere nella frase: Nella nebbia si nasce, nella nebbia si muore. Gli osservatori che ne avevano scritto avevano cantato a prima vista, e da Lima alle Langhe, gli episodi, il bianco avvolgente e lo smarrimento erano comuni. Nella nebbia si perde la realtà, si perde la vista e se non si ha un radar come per gli aerei, ci si blocca. Si rimane fermi ad aspettare. O si prova a cercare, a orecchio, e nel viaggio di ritorno alla realtà, nella riscoperta di questa, c’è la storia. In realtà Marcus aveva pensato alla nebbia come palude verticale –  ti muovi ma inutilmente. Tra le altre ipotesi c’era la caduta di dio dormiente e l’investimento della terra, poi scartata alla domanda: può dio cadere? Seppure addormentato? Ha dio una armatura di morbidezza assoluta come la nebbia lascia intuire? E può cadere sempre negli stessi luoghi? E allora no. Anche perché dio dovrebbe essere (già) in ogni luogo, e la nebbia no, non è in ogni luogo, anzi è in pochi circoscritti luoghi della terra, in precisi momenti stagionali. E pure non avendo una precisa iscrizione di nascita, potrebbe avere la stessa età della terra o anche essere più giovane, o essere un tessuto leggero che si poggia e la veste. Alcuni codici aztechi la raccontano come le braccia bianche della dea Bomazi. Marcus, ha provato a stabilire un rapporto matriarcale tra la nebbia e il territorio investito da questa, ma i punti a supporto non lo hanno soddisfatto. X appariva sempre > dell’immagine assente. E le tabelle di riscontro stagionali non riuscivano a registrare l’assenza della materialità. E le forme scritte della nebbia sono molto differenti da quelle della neve (registrate) e dell’inverno (es. quello Appenninico). Marcus partiva dalla cura che la nebbia ha del suo mondo, e soprattutto dalla sua delicatezza, che non può che essere femminile. C’è, inoltre: il silenzio che implica il desiderio, e un contegno nel posarsi che ricorda le carezze di madre, quello che però non tornava era l’indeterminatezza. E l’impossibilità di un gesto con collo chino che sancisse la noia di un pomeriggio. No, no, il vuoto portato come un nucleo, che sottomette un territorio, l’esibizione di una nudità evidente ma allo stesso tempo indimostrabile, facevano della nebbia un sistema da donna di fascino, senza però l’assimilazione scientifica alla femminilità, delle umane. Ci sarebbe bisogno di uno schema e di una musicalità (assente del tutto, e nonostante le ricerche, mai riscontrata), per poter continuare ad avere un grado di canzoni o almeno un grido di componente, tipo l’ultima voce del coro, che con tristezza appende la nota finale, come l’ultima palla su un albero di natale, l’ultima vocale, l’ultimo suono prima del nulla. Prima del sonno, della morte o, appunto, della nebbia.

Illustrazione Emiliano Ponzi

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