Diecimila metri sopra il natale

Joyce Gambino e il natale si evitavano da anni. A lei infastidiva tutto, dalle luci alle musiche, colpa di suo padre, che si era sparato la sera di natale di 30 anni prima, quando Joyce era una bimba di 10 anni e non si aspettava un colpo di pistola, ma la visita di babbo natale. Andò diversamente. Da allora si erano evitati, lei, prima donna a diventare capitano della compagnia aerea Alitalia, preferiva lavorare durante quelle feste, e dimenticare. Quattro ore all’atterraggio a Fiumicino, era il 24 dicembre, tre minuti alle 17, volava da New York, e tranne una leggera turbolenza all’altezza delle Azzorre, era stato un viaggio sereno. Diecimila metri sul cielo di Madrid, Joyce ripassava il programma che la aspettava, rifiutando – ripetutamente – l’invito a casa del suo secondo Giacomo Bonaccia, un uomo gentile molto legato alla famiglia, troppo per Joyce e il suo ordine di serata: atterraggio, relazione sul volo, parcheggio auto, traffico, casa, doccia, pizza surgelata e birra, poi letto. Due giorni dopo Buenos Aires. E via così. A lei piaceva. Fin da piccola, quando veniva a Fiumicino a guardare gli aerei alzarsi, con i suoi genitori. Poi, il primo volo negli Stati Uniti con la madre, per le lunghissime vacanze estive dai nonni americani. E la prima separazione, sofferta col papà, che le raggiunse un mese dopo. Emanuele Gambino, era un alto dirigente del ministero degli Interni italiano, e aveva molto da lavorare. Sua moglie, Carol Shepard, giornalista americana, inviata di Vogue in Italia. Conosciuti a una festa a Roma, si erano sposati sei mesi dopo, più cinque per dare alla luce Joyce. Infanzia felice, fino al natale senza festa, l’ultimo italiano, dovevano trasferirsi a New York. Finì che ci andarono solo lei e sua madre, e questa volta con la consapevolezza che nessuno, proprio nessuno, le avrebbe raggiunte. E quello fu il volo più triste della sua vita, sperò che l’aereo cadesse e quando atterrarono al JFK, pianse, e non smise fino a casa dei nonni. Quella notte promise a se stessa due cose: che mai, proprio mai, avrebbe festeggiato il natale, e che sarebbe tornata a vivere in Italia per suo padre, perché lui era lì. Fino ai 18 anni fu costretta alla cena e al resto, dopo, quando tornò a Roma, prese a tenere fede alla sua promessa. Joyce vedeva il natale come una ombra enorme che cala su chi è triste o ha una paura colossale (le cause del suicidio di suo padre non erano mai state chiarite, non lasciò nessuna lettera né c’erano stati comportamenti che avessero fatto pensare a una situazione disperata. È anche vero che non si seppe nemmeno di cosa si stesse occupando fino a quella tragica sera). Trentanni dopo, e ottomilacinquecentosettanta metri sul cielo di Cagliari, Joyce pensò a lui e sentì il solito brivido di freddo che finiva con un dolore fortissimo allo stomaco, quasi da vomito. Caffè, e pensieri a quando indossava le protezioni per le botte, Joyce era stata una giocatrice di hockey su ghiaccio, fino a due giorni prima del ritorno in Italia. Si sentiva un’altra sotto la divisa imbottita, e sul ghiaccio, in partita, si trasformava. Diventava determinata, concentratissima, sudando tantissimo, dimenticando persino i punti messi a segno, una vera killer, che giocava in trance.  Un cavaliere alle crociate, quelle per dimenticare il dolore che si portava dietro. «Cabin crew prepare for landing». Atterraggio, perfetto, anticipo di 10 minuti sull’orario previsto. «Capitano abbiamo un problema, c’è un bambino al 33A, senza genitori, ho controllato la lista passeggeri, e in effetti non c’è nessuno col suo cognome, e lui dice di essere salito a New York da solo». Pausa. Risate. «Lo so, anche a me pare impossibile, ma è così, è di là». Joyce, prese l’impermeabile, la sua borsa, e si diresse al sedile del bambino, e quando sette file prima, lo vide, si sentì mancare, si disse no, no, ti stai impressionando. Stai calma. Le hostess notarono il pallore e le chiesero se stesse bene, lei rispose: «Fa freddo», e guardano fuori dall’oblò del posto 26 si accorse che stava fioccando. E bisbigliando uno «sbrighiamoci», con lentezza, raggiunse il bambino, posandogli la mano sulla testa, e scavandosi dentro a cercare tutta la dolcezza possibile, gli chiese: «Come ti chiami?» Il bambino alzò gli occhi e sorridendole come si sorride a un volto che si conosce, in mezzo ad altri di sconosciuti, rispose: «Emanuele Gambino, 10 anni oggi».

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2 thoughts on “Diecimila metri sopra il natale

  1. bellissima storia natalizia, magica ma senza retorica. quel bambino dimenticato mi fa pensare al Bambino che continua a nascere per noi a Natale nonostante le nostre dimenticanze… Grazie, con questa storia mi hai strappato un sorriso di speranza

  2. ming ha detto:

    a me, invece, è venuto da piangere.

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