Elogio del filo di ferro

Ernest Henry Shackleton, coperto da una pellicola grigia e densa, ha fregato le onde dell’oceano Atlantico, l’Antartide e anche il tempo atmosferico. Gli oggetti chiave della sua vita, il destino, li aveva devoluti e risolti in una diarchia: ghiaccio e mare, tra questi la sua nave. L’aria gelida trafiggeva l’assenza dell’Endurance. Freddo, fame, sonnolenza, torpore, bisogna liberarsi anche di questi pesi, per poter sperare. E mantenere una promessa. Tra i suoni dell’oceano. E un’isola lontana come il cielo. Alle spalle un paesaggio di ghiaccio, davanti il nulla. In mezzo, una responsabilità, verso gli uomini coinvolti. Dormire a singhiozzo, e ogni mattina mantenere una rotta, sentita a cuore, orecchio, istinto. Niente altro da segnalare, se non una grande forza di volontà. Farsi Dio, ecco cosa fece Shackleton. Non era più un capitano, un esploratore, un uomo curioso, un Ulisse che andava a sud, no, era Dio, ostinato e scivolato giù dalle nuvole. Che salvava gli uomini che aveva coinvolto, che non abbandonava il suo equipaggio, che diceva: io sono la causa del vostro dolore e io vi salverò. E lo fece. La storia è questa, e comincia da Londra, da dove il primo agosto 1914 salpa l’Endurance, a bordo 27 uomini. Direzione Georgia del Sud, isola a est della terra del fuoco, un punto sopra la penisola antartica. Si fermarono a Grytviken, il posto abitato dell’isola, poi ripartirono per il mare di Weddell, dove arrivarono un mese dopo, e rimasero incastrati nel ghiaccio. Il 27 ottobre del 1915, l’equipaggio fu costretto ad abbandonarla, la spedizione stava nei frammenti bianchi del panorama che li circondava. Gelata e sul punto di essere sepolta. Il 21 novembre l’Endurance fu distrutta dal ghiaccio che agì come uno schiaccianoci. L’equipaggio prima si trasferì sulla banchisa poi su un lastrone trascinandosi le tre scialuppe di salvataggio. Rimasero fino alla primavera, con lo sciogliersi del ghiaccio tentarono di raggiungere con le scialuppe l’isola di Elephant, ci riuscirono una settimana dopo (era il 498º giorno della spedizione). Capito che non c’era scampo, Shackleton si decise a raggiungere la Georgia del Sud, allestendo con le tre scialuppe una sorta di piccola imbarcazione capace di navigare o almeno di tentare di farlo, per 1300 km di oceano (700 miglia marine) con altri 5 uomini, per cercare aiuto e tornare a riprendere il resto dell’equipaggio che si nutriva solo di carne di foca. Non aveva senso stare fermi ad aspettare il proprio destino. Quindici giorni di navigazione (in una impresa che è stata anche riprovata e non è riuscita) e  il Capitano tocca la costa della Georgia del Sud, ma dal lato opposto a dove c’è la stazione baleniera di Stromness, e per raggiungerla percorre 30 miglia di montagne e ghiacciai che non erano mai stati violati. Il 20 maggio, era a bussare alla porta della stazione. Il 30 agosto 1916 il rimorchiatore cileno Yelcho portava in salvo (tutti) gli uomini del capitano, dall’isola di Elephant. Shackleton non aveva solo un richiamo forzoso per le imprese, ma anche un senso di responsabilità non comune alla maggior parte degli uomini. Per quanto la sua natura fosse esplorativa il suo senso di protezione era enorme. C’è in lui una razionalità che sconvolge, come anche una capacità di affrontare imprese impossibili che è difficile accomunare ad altre storie. La sua rimane una azione unica, e anche la trasformazione di un fallimento nella dimostrazione più grande e poetica di come la forza di volontà possa vincere (in piccola parte) la natura. Sfidandola, e non soccombendo. Shackleton rispetto all’oceano e ai ghiacci, era un filo di ferro, una piccola cellula che ha resistito agli urti, e da esploratore figlio della curiosità si è fatto guida e padre che rimedia agli errori, che poi errori non erano, ma voglia di andare oltre, voglia di raggiungere la fine della terra, con pochi mezzi, all’inizio del secolo scorso. In questa impresa Shackleton ha liberato speranza, stabilendo nuovi parametri di resistenza e andando non solo oltre i confini geografici del suo tempo ma oltre quelli fisici e mentali degli uomini. In lui c’era una ostinazione e una fiducia nel domani che lo annoverano non solo tra i più grandi esploratori dell’umanità ma soprattutto tra i sognatori di mondi diversi, e non restando mai nella propria stanza. La scienza era la sua religione, la geografia il suo campo di battaglia, nel confine c’era il nemico da vincere. Nel settembre del 1921 riparte da Londra, per una nuova spedizione – chi l’avrebbe fatto? Torna al Grytviken, con una nuova nave: la Quest, e il 5 gennaio viene colto da infarto. Morendo nel posto che era stata il suo orizzonte di salvezza. La terra alla quale si era aggrappato. Novanta anni dopo è cambiata di poco rispetto all’isola che aveva negli occhi, Ernest Shackleton, quello che trascinava la curiosità come un cane una slitta.

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One thought on “Elogio del filo di ferro

  1. […] di tutti unisce la figura del capitano, del padre, il coraggio e il senso di responsabilità, è Ernest Henry Shackleton. La storia comincia da Londra, da dove il primo agosto 1914 salpa l’Endurance. Direzione Georgia […]

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