Il blues del Po

Il Po è un blues per uomini soli, orfani di un mondo scomparso. A cantare è la voce di un pazzo, che attraversa paesi e città irrompendo nel silenzio di sperduti borghi, tenendo compagnia, volando nei campi, riempiendo giorni e notti: fra il frinire delle cicale, gracidar di rane e sgasi di trattori che arrancano rivoltando zolle di terra dura. Il suo è un lamento penetrante, nenia, che ricorda errori fatti, donne perdute, pesce cercato invano. È la vita che passa e gira, si perde e ritorna, sinuosa e incurante, specchio, sputo, ladro, giudice, testimone, accusa. Processo a cielo aperto, udienza continua, spada, mattini di nebbia e infiniti pomeriggi di sole. Piano piano entri nel suo lamento e in quello della sua gente. Devi stargli intorno come un chierichetto col parroco, assecondarlo, capire il rito, avere fede, e poi se hai cuore e fiato di stargli anche dietro senza perderti: impari ad ascoltarlo, e ne rimani rapito. Unisce più di uno stato, si porta dietro il fascino di una religione, ma a capirlo sembrano rimasti in pochi. I suoi 650 chilometri di bellezza negli ultimi trenta anni sono diventati una ferita, e tutti quelli che si avvicinano domandano solo del suo stato di salute, incuranti di quello che ha generato, ignorando le storie, le esistenze che trascina, le emozioni e le attese che ancora fortemente suscita.

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Pian del re (crissolo).  Il cielo chiuso come una serranda e il Monviso glabro e pietroso da scalare. In cima c’è il Po.  Un tratto in macchina, il resto a piedi. Il primo fra stretti tornanti cupi e nebbiosi. L’altro fra un pelo d’erba e lo scrosciare nitido dell’acqua sulla terra che profuma. Intorno silenzio, rispetto, da cattedrale. Qui la magnificenza della creazione di cui parla Isaia è concreta. Il lago sembra figlio del cielo, il rivolo d’acqua bianca che sgorga ribelle e comincia a perdersi fra le rocce – si avventura, timido, esitante – Addio. Sotto c’è la valle ancora addormentata: discese di abeti che impetuose calano su quel nodo di case grigie che è Crissolo. Vacche bianche sulle coste: arredano, rompendo la monotonia del verde. Sui muri lungo la strada è tutto un invocare “Bossi re”, guardie padane e libertà urlata a sproposito.

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A Torino il fiume è un accessorio. Gli argini sono fiacchi, l’acqua è già verde intenso, ed ha perso la sua bellezza randagia, selvaggia, passa senza occhi. È un corso d’acqua, un problema, un parente lontano. Al massimo lo sfondo per una serata eccezionale come accaduto per la promozione della nuova 500. Talmente insolito da risultare chic. C’è un battello che scorrazza turisti e qualche isolato canottiere, fra l’indifferenza dei moltissimi che corrono sugli argini: donne, uomini, bambini, ciclisti e Imam che improvvisano discorsi. È un corridoio fra due ali di alberi e ville dell’altro secolo, oltre: la vita scorre senza curarsene. E quando cala la sera, gli atleti stanchi sudati e mesti si ritirano lasciando gli argini, il fiume rimane solo con topi, pazzi e qualche cane che inutile gli abbaia contro.

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La storia è questa: c’è un uomo che costruisce una barca, la piena gliela distrugge, lui la ricostruisce. Si va avanti così per un po’ di anni e di piene. Alla fine: il fiume ha la meglio, lui si arrende e va a vivere in una altro posto. Me la raccontano almeno in tre, appena gli dico del viaggio.

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Il fiume è il cielo capovolto degli uccelli.

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Pontestura.  Straziato, procede fra curve di rane e legioni di pioppi, gli vado dietro, come un cane anzi un cane. Porta con sé, quasi fosse un segreto, strettostretto, l’esile sfumata ombra di nubi biancastre che s’arrampicano incuranti in cielo e risplendono in basso: nel suo petto olivastro. Taglia l’ombra delle case sfatte e abbandonate da anni:cimitero senza croci. È una riga verde che attraversa la campagna. Solitario, procede, treno senza fischi né ferrose scie di rimprovero, si infila fra campi e strade, discreto come un dolore.

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Tra Casale Monferrato e Valenza: una distesa verdissima rotta solo da esplosioni verticali di alberi, gruppi che si alzano gridando il nome del fiume nella pianura. Passo di fianco a un lago artificiale, cerco il padrone per domandare del sogno, ricordando il film di Silvio Soldini: “Agata e la tempesta”, ma trovo solo un contadino moldavo con trattore e ordine di non dare risposte.  Sotto Valenza il fiume si fa largo tra ampie dune gibbose, sembra basso da come scorre veloce.

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Attraverso una serie di paesi dimenticabili per agglomerato e fattura delle costruzioni, ma con nomi bellissimi, quasi che la vita, dio o chi per loro passando di qua pigramente avesse d’istinto donato solo nel nome tutta la bellezza possibile: Valmacca, Bozzole, Mugarone, Bassignana, Alluvioni Cambio, Pieve del Cairo, Mezzana Bigli, Isola S.Antonio, Sannazzaro de’ Burgundi, Mezzana Rabattone. Sento questi posti figli di Fosco Maraini e del suo linguaggio da “gnosi della fanfole”. qui niente sembra vero: E se non fossi raggiunto da un sms mi sentirei un fantasma che aleggia e vaga su campi in ordine, rigagnoli d’acqua, orbite di paglia deposte come sculture, pazzi pescatori di fossa, pali di legno che reggono e portano fili dell’energia elettrica, come in Mongolia. E ogni tanto il quadro di solitudine nel quale mi trovo è rotto da auto che attraversano velocissime la dritta strada di fianco al fiume: commessi viaggiatori costretti a tragitti di tranquillità, desolazione e bassa fortuna. Siamo naviganti di terra fra maiali che grugniscono dietro i cancelli e pesci siluro al cromo che sfuggono ad ami e reti. Armate assemblate dal caso su strade che non rifaremo. E l’unico tentativo di questi posti per trattenerti è provare a estorcerti un ritorno e dei soldi con un controllore elettronico della velocità. Più corri per sfuggire al loro nulla più paghi.

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Lascio il fiume per un suo affluente: il Ticino. Pavia, a due passi dal ponte coperto, dove c’è l’Imbarcadero e soprattutto il suo padrone: Giancarlo Barbieri, vive sul fiume dal 1974, e la sua chiatta sembra l’oriente express. Dal bar col quale vive alla camera da letto, cucina, giardino, tutto in fila. Ha fatto del suo attracco una spiaggia dove prendere il sole ed essere serviti. Il fiume è diventato mare. E lui fino a due anni fa si immergeva anche, impossibile non credergli con la faccia che si ritrova, grinzosa, e gli occhi vispi tenuti a bada da una montatura da impiegato di concetto. Con lui faccio amarcord sul fiume. Quando mi indica l’altra sponda e racconta delle lavandaie, sembra di vederle curve sul tramonto. Mi elenca gli errori fatti: la restrizione degli argini, il dragaggio, «spostando il letto si sbaglia, ogni cosa se la sposti poi ti manca». Conclude con: «l’unico vero grande problema è l’acqua, quella poca che c’è è inquinata dalle grandi città». Il suo pensiero è semplice ed efficace come la geometria piana.

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Da bambino pensavo che sui ponti il diavolo giocasse a carte. Da allora mi è rimasta questa paura mista ad attrazione. Sentivo quei luoghi di transito sospesi su vuoto o acqua come possibili falle anche per la vita. E ancora oggi – che non credo a nulla – per ogni salto, suicidio, mi pare di veder rimpolpare il mazzo nelle mani del diavolo. Ma il Ponte della Becca, ferroso e squadrato ha una bellezza immune persino dai miei ricordi. Severo, spartano, gabbiotto, fa da testimone ai due fiumi che si incontrano. Si allunga su un esteso braccio d’acqua  rotto al centro da un isolotto di sabbia chiara. Di lato ci sono gli “Amici del Po”, un centro nautico. In alto c’è un capannone per deposito di gommoni e barchette, e sotto un piccolo attracco con distributore di carburante. Parlo con Luigi Sala (55 anni) e Matteo Folz (33), anime del centro. Ma l’idea è di Carlo: papà di Matteo, che faceva l’agente di borsa e a forza di passare su questo ponte per andare al lavoro s’è innamorato del posto e del fiume. Nelle loro parole si sente l’amore e il rammarico per la condizione del Po: «una discarica a cielo aperto». Mi raccontano le lotte per renderlo navigabile. I denti stretti durante le secche, le lotte contro la burocrazia: «siamo passati dai cavatori agli integralisti».

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Nessuno coniuga verbi al futuro parlando del fiume. E se il Po fosse solo un peso per la sua gente?

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Bosco dei Santi.  Il giorno comincia con un indiano che sprezzante si tuffa nel fiume. Seguo i suoi movimenti in acqua con apprensione. Nuota senza indugi, sembra sia sempre vissuto qui: avendo il Po come alveo naturale. Mollo lo sguardo solo quando, stanco e soddisfatto, l’uomo torna sulla spiaggia fangosa. Di fronte c’è un pescatore, torso nudo, che incurante e lezioso armeggia con tre canne e una miriade di lenze. Qui l’acqua non ha grinze ma l’odore ti entra prepotente nelle narici. Gli argini sono sponde di caduta per gli alberi secchi che paiono lasciarsi andare, scomposti soldati, colpiti, in trincea. Arrivano due ragazzini con una canoa, ne seguo il rito di preparazione fino alla discesa in acqua, poi riparto con invidia. L’indiano mi fa pensare a John Cheever e al suo “nuotatore” i ragazzi in canoa a un racconto di Stephen King, forse i tre sono esistiti fin quando li ho guardati. No, il pescatore aveva vita propria, non vedeva il fiume ma quello che c’era dentro, per lui l’acqua è solo il mondo dei pesci da catturare, il resto non conta.

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«Bisogna dragare!» A Roncarolo fermo fra una mezza luna d’acqua, piatta e verde, una scimitarra fra alberi e sabbia,  incontro Fausto Mosconi (72 anni) che tutti chiamano il sindaco, vera a propria autorità del piccolo paese sul fiume. Pensionato fiat, sembra aspettarmi, devo domandargli poco per accenderlo, chiude un occhio quasi volesse riavvolgere il nastro d’immagini e ricordi che gli gira dentro e con l’altro mi fissa e racconta, le sue frasi sono definitive, senza appello, e come intercalare fisso hanno: «bisogna dragare», detto con una nota più alta, imperativa. Alla terza volta che ripete penso: è il suo modo di voltare pagina. Lui parla, io scrivo: «c’era un fiume di pescatori qui, ora col pescare non ci stai dentro. Il Po era vero quando c’erano le trote, con i siluri è tutta un’altra roba, buona per quelli dell’est non per noi. Ho smesso di sperare, tirato su la barca e deposta in giardino. Tutti quelli che lavoravano sul fiume ora stanno alla centrale o in fabbrica. È rimasto in piedi sulla barca a pescare solo Enrico Orsi. L’ultimo momento bello è stato quando è apparsa la “Jack London” una nave che portava i turisti da Piacenza, vista tre volte poi: sparita. Un fiume è un fiume se navigabile. Per me è stato un compagno di vita, siamo cresciuti insieme, quando stavo con lui non avevo bisogno di nessuno: da bambino ci andavo a giocare, da giovane a pescare poi c’ho lavorato e per anni ho tirato su le piante dall’acqua per accenderci il fuoco, e ora ci vado ad intristirmi. C’ho persino pattinato in inverno. Certo ogni tanto qualcuno cascava, in fondo era acqua, fredda, ma pur sempre solo acqua».

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Isola Serafini, sbarramento, centrale Enel. Il fiume è livido, spumoso, crespo. Le chiuse sono tagliole, lungo la strada mi è parso scontroso, ribelle, quasi facesse le bizze per non essere ingabbiato e sfruttato, dopo è arreso: ne esce a comando. Gladiatore servo. Qui è un lago. E ci vogliono molti chilometri per rivederlo scapigliato spadroneggiare fra l’ordine giallo delle campagne, tirate come balere in attesa della sua musica.

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Il rancore del fiume è futilità severa. Fa parte del suo alfabeto di onde, correnti, salti, zampilli, canali e gorghi; come la codardia del nostro.

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Zibello. Una fitta scura nuvolaglia dall’argine maestro arriva ai tetti del paese impedendo al sole di cuocerci le teste; ci accompagnerà fino a mezzogiorno: ombrello di bambù. Vado con l’ape di Romano Amici (71 anni) a vedere una delle poche lanche rimaste. Sono gli specchi d’acqua che si formano nelle anse del fiume abbandonate dalla corrente. Utilissime per far riprodurre i pesci e per tenerci le barche senza preoccupazioni. In questa nostra c’è un solitario bilancione e una esile barchetta di sbieco metà fango metà acqua: senza remi, sembra una bocca priva di denti. Il tragitto è scandito dai pesci assenti, la voce di Romano pare quella di uno speaker che ricorda i migliori della sua epoca, caduti fra l’indifferenza: pesce gatto, luccio, tinca, persico, orata, branzino, anguilla e carpa. Rimane il pesce siluro e i racconti intorno alla sua voracità. Mangia di tutto dai cani ai gatti, ha staccato una gamba a mio cugino e altre cose simili. E anche con le sue dimensioni si abbonda, il clou: raggiunge misure da pescecane. Non è il caso di Romano, che ha la pacatezza del pescatore e di meglio da raccontare e mostrarmi. Dall’argine maestro (il braccio di maggiore estensione del fiume nel caso di piena e anche la barriera da superare) alla differenza fra una golena aperta e chiusa (le zone che vengono sommerse nei periodi di piena), di come funzionano i pennelli (barriere di pietre nelle curve per rallentare il corso del fiume), fino a mostrarmi le chiuse e i posti del fiume che da ragazzo preferiva ai banchi di scuola. Il giro finisce davanti a una chiesetta che affaccia sull’argine maestro, e dietro c’è ancora un capanno «dove il vecchio Barnon (Walter Barzioli) costruiva barche».

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Sommo con Porto, uno dei pochi paesi in golena – nella divisone dei terreni se lo sono dimenticati all’interno – e durante la piena del 2000 è andato sotto interamente. Mi racconta la storia Alberto Branca attore, ha recitato in mezza Europa, che dalla sua casa ha atteso la piena con la canoa. «Non sai quanti animali vivi e morti ho visto passare dal tetto. Vacche, maiali, tassi, anatre e cani». Provo a immaginarli, pensando che l’unico capace di restituire una simile scena potrebbe essere Emir Kusturica. In quella piena sono morti 1600 maiali, non liberati, sarebbero stati nocivi per gli argini, chissà forse il padrone aveva letto George Orwell e non si era fidato. Pranzo a casa di Alberto con Giampaolo Dusi, un capo indiano; si presenta con salame, melone e vino. Ha dalla sua la praticità contadina, i modi spiccioli e una  chiarezza  d’esposizione non comune. «Il fiume ci ha sempre dato quello che gli abbiamo chiesto. Solo che noi gli abbiamo fatto le domande sbagliate. Gli abbiamo chiesto di essere veloce, navigabile, abbiamo modificato gli argini, abbiamo scavato all’inverosimile, poi l’abbiamo rallentato. Chiunque impazzirebbe davanti a queste richieste che cozzano fra loro. E così ci ritroviamo con un pazzo che ci gira per casa. Gli dovevamo chiedere di darci energia pulita, la sua finalità era quella, mai chiesta. E ora paghiamo, giustamente dazio alla nostra avidità. Prima abbiamo rotto l’armonia, ora riscopriamo il fiume dopo averlo consumato e sfruttato».

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Boretto: cupola della basilica.  Vista dalla “Stradivari”, la nave di Giuliano Landini, campione mondiale di motonautica negli Ottanta e Novanta. Non ha la boria dei campioni, anzi, è un allegro di quelli che con semplicità ti raccontano il mondo senza fare mai drammi. Ora fa il meatore, mestiere del padre che aveva cominciato sulle draghe a vapore «decantavano l’acqua del fiume nelle casse di zavorra e poi la bevevano», mentre la madre era mondina. Il nonno, invece, magistrato delle acque. Da come rimpiange gli storioni capisco quanto ami il Po. «C’è chi si è arricchito rubando sabbia e chi sta qua cercando di migliorare le cose, sperando che nelle prossime piene emergano meno lavatrici». Ma il pezzo forte è l’Isola degli Internati. Una scheggia di terra sé ceduta a chi era stato prigioniero nei lager. Vado a vederla, due relitti annunciano il posto, impossibile da raggiungere.

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Gualtieri, paese del pittore Antonio Ligabue, espressionista tragico, che con i soldi dei quadri comprava moto per mostrare la sua bravura. In piazza, titolo di un giornale locale: “Rapina banca con coltello e occhiali da sole”.

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A Dosolo, Edgardo Azzi, meatore in pensione da poco, riesce a farmi vedere il fiume e la sua lentezza in modo nitido. Mi instilla una voglia di tornare indietro, di chiedere tempo al tempo. L’impressione è che lui conosca il fiume come un padre il figlio. Nella sua calma e nella secchezza del suo corpo ritrovo la sapienza contadina e la razionalità di chi guarda dopo aver studiato e racconta dopo aver a lungo rimuginato. E in poco mi elenca un programma più che condivisibile per il Po: lo vorrebbe bacinizzato e navigabile. Razionalizzazione delle acque e cambio dell’agricoltura che lo sfrutta oltremodo. E quando gli chiedo perché non ne abbiamo fatto un epopea come in altri paesi, dice: «è mancato un vero autentico cantore».

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Ponte di barche a Torre d’Oglio. L’ultimo ponte mobile rimasto in Italia. Interamente in legno. Sembra tutt’uno con l’acqua, impastato come creta. Qualche barca ferma lungo gli argini, il giorno che muore. Un silenzio che pare un buco, devi stare attento a non finirci dentro per sempre.

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Il fiume arruola rimorsi al suo passaggio, ha preso anche i miei d’un fiato.

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Luzzara. Fra le campagne piane della bassa padana il Po ha le curve di una donna. Lentissimo quasi impantanato, sembra stagnare. Grinzoso in superficie, di rughe e rivoli, passi non fatti. Specchio immobile fino al passaggio di un gommone che scompiglia acqua e volta pagina. Di fianco: i soliti alti pioppi. Intorno, ci stanno le bugne: fosse, dove i ragazzini si esercitano prima di affrontare il grande fiume. I casotti dei pescatori sono una storia a parte. Rifugi, tane, eclettiche stanze mobili, pronte a tutto, con i quadri che stanziano fra i pioppi. Come se il lungo fiume fosse il corridoio di una grande casa. E più avanti ancora la pianura: lenzuoli, onde d’erba, corse di verde in chiaro scuro, e strade sterrate che tortuose piegano in mezzo. Ogni tanto qualche macchia d’alberi si alza a interrompere la monotonia dei campi, o qualche casolare di mattoni, semplice, morsicato dal tempo, rosso scuro, ruba spazio. Luzzara, il paesino di Cesare Zavattini, sta poco distante. Passo dopo passo, avanzando verso il paese, viene fuori come una lingua, l’enorme torre civica. Spunta, fra le case, sormonta, annuncia, svetta. Sta in una piazzetta che le cinge i fianchi stretta, stretta, a metà di una lunga strada affollata di portici. In fondo sulla sinistra c’era il bar della famiglia Zavattini. Padre pasticciere, madre  fornaia, figlia di fornai, insieme gestivano il bar-osteria-albergo, chiuso poco tempo fa. Sopra il locale: la casa, e qui la finestra d’affaccio di Za, che lo incornicia, sempre sorridente, in molte foto.

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Capita durante il giorno di perdere il fiume. Ho l’impressione che sia lui scrollandosi a  lanciarmi lontano, fuori strada, stufo di essere osservato, Mi ritrovo in posti assurdi, fra capannoni e campagne, fabbriche e bestie insieme, passato e futuro, che ubriacano il presente. Lungo la strada due indiani che guardano le auto passare sotto un cartello: Vendesi Capponi.

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Appena entro nel ferrarese tutti mi vogliono raccontare delle idrovore, come se non credessero alla bonifica avvenuta. Sembrano miracolati ancora increduli del pericolo scansato.

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Ferrara è una città sempre sul punto di svanire, nave ancorata alle sue mura, che sia la nebbia o l’acqua a portala via non si sa. Non ha voce ma silenzi provvisori, baratri di assoluto che sembrano sul punto di finire e invece tirano via fino a notte. Tutta la vita con questi silenzi che persino il fiume se se sta fuori dalle mura, oltre il ponte di Pontelagoscuro per non disturbare, tutta la vita su e giù nel buio delle ombre fra le case, no non lo potrei sopportare. Vado al cimitero ebraico da Giorgio Bassani. Lui ha scritto un bellissimo racconto ambientato sul Po: “L’airone”, e un film di Mario Soldati con Pasolini e Moravia che in pochi conoscono: “La donna del fiume”, che era la Loren.

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Riccardo Bacchelli è la voce del fiume rimasta inascoltata, troppo ambizioso il suo libro, divide con Ermanno Olmi: questo traguardo mancato, non per colpa loro. Il regista è arrivato a immaginare il Po come un Cristo martoriato in un documentario eccezionale: “Lungo il fiume”, non è bastato. Ci hanno provato anche Mario Soldati, Giovanni Guareschi, Gianni Brera e Gianni Celati, in tempi e modi diversi, ma non hanno risvegliato coscienze né suscitato amore. Forse è nella storia del fiume, come in certe vite, di essere visti solo dopo, verso la fine e apprezzati in un tempo lontano, notati per la decadenza piuttosto che per la bellezza espressa. «L’acqua del Po senza costare un baiocco, tanto rende quant’uno ne prende»,  scriveva Riccardo Bacchelli. A Ro da due anni è tornato un mulino sull’acqua, certo non ha l’invocazione «Dio ti salvi» che Lazzaro Sacerni, il patriarca-mugnaio de “Il mulino del Po”, aveva scritto sopra la macina ma il resto è uguale. Leonardo Baraldi, presidente della cooperativa che lo gestisce e lo fa funzionare, mi accompagna e fra una citazione e l’altra del libro mi spiega che  «da qui passa il grano del loro racconto, viene macinato e si fa il buon pane ferrarese».

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È una notte così limpida che la potresti bere. Calda che non bisognerebbe stare soli. C’è una luna bassa che pare un neon, e nessuno più da chiamare per passare in rassegna quello che ho nella testa: le facce, i posti, il paesaggio. Ho vagato tutto il giorno, il fiume mi ha sorpreso fra Ariano e Mesola, accompagnandomi senza bizze. Leopardi diceva che siamo guidati solo da ciò che ci chiama e capiamo, lo spazio che accoglie le cose non possiamo capirlo se non confusamente. E a me pare di sentirla tutta la confusione in questa notte di stelle uscite allo scoperto, con il respiro del Po che sale oltre l’argine: quasi a volerle contare. Ho deciso di dormire in auto, sul fiume. Domani mattina presto andrò in motoscafo fino all’Adriatico. Non ho sonno e quasi dispiacere di dover partire, lasciare il fiume che sento un amico ritrovato, a lungo poco considerato, non capito. Infilo in una discesa che mi permette di raggiungere l’argine. Più in là ci sono anche dei ragazzi che pescano, forse dopo andrò da loro. La gente sola porta mistero nei luoghi abitati, invece il fiume non chiede che cosa hai in petto straniero questa notte? I posti sconosciuti hanno la capacità di evocare i pensieri cari per farti sentire meno solo. Vorrei chiamarla e sapere se piega ancora la testa quando guarda chi ama, ma non posso, ho cancellato numeri e nome, e promesso di non fermarmi mai più. Se ti siedi sull’argine e guardi l’acqua passare, dimentichi persino lei, che avresti dovuto lasciare prima e meglio, e non avresti dovuto rivedere, e ti concentri sul cimitero che sta al di sotto dell’argine. E magari venisse un morto a raccontarmi del perché lo ha fatto, se voleva o meno lasciarsi prendere dal fiume e passare di mano, immergersi e dimenticare, e invece mi ricordo dei morti della Senna di Peter Greenaway, ecco, a voi anime prese dal Po è mancata voce due volte, non sperate nella mia che questa sera limpida e di luna bassa è più fioca del solito.  Sarebbe davvero bello avere il fiume illuminato dalle facce di chi s’è buttato, veder correre cavalli che quando c’erano non s’arrivava mai, una festa d’anime e rimorso, che magari ci stai anche bene, e capisci come hai fatto a perdonarla senza avere il coraggio di riprenderla, una festa pagana da berci su, niente a che vedere con l’Olmi e la cristianità, con la banda che in fila in bilico sugli argini suona e marcia e magari qualcuno casca, tanto il fiume questa notte non bagna. E solo l’acqua bevuta da un vecchio, un bicchiere di birra, il vestito di un santo, o solo un misero sogno che lo potresti raccontare persino a un prete, e via tutti a braccetto a far caciara urlando e cantando, e domani ti chiederanno c’eri anche tu? o dove hai dormito ieri notte? e tu sorridendo potrai dire: avanti a briglia sciolta. E se vale aver visto l’america con la scusa che era il compito della tua vita allora vale anche il fiume uguale e una notte così si conta doppia. Fra barche che ti lasciano saltare da parte a parte e nessuno che chiede: chi sei? Puoi scivolare di traverso, imboscarti o continuare a cantare fra la gente, fermo in mezzo al Po: orgoglioso possessore di un sogno del genere potrei rivenderlo al maggior offerente dall’altra parte dell’argine o magari aspettare e regalarlo in una notte simile a uno zingaro e alle sue giostre. O a un barbiere algerino che ha un passato losco, persino a una puttana: a patto che sia francese e che me lo restituisca fra venti anni, per amore del tempo.  Ma riverso sul fiume c’è il mio desiderio più grande, che i cani rischiano di azzannare, con uno sforzo corro a riprenderlo. Nessuno s’è accorto dello sbrego, tutto continua allegramente. Passano navi che le barche scostano e alzano onde che fanno spegnere per un momento le facce, qualche luccio ne approfitta per darsi, una bimba si stringe al petto della madre, lui le afferra la mano e le dice il perché, io li guardo e sorrido: mai mi sarei aspettato un coraggio simile da un nano, la donna arrossisce beve ancora un sorso e poi lo bacia. È una notte di stranezze e affetto, musica, miracoli, urla di bimbi, manca solo il cuore obliquo della sua città, la giovinezza di guerra in Russia e le mani di dio per mescolare e poter rigiocare, senza trucchi questa volta e se proprio si deve fare, lo si faccia con presunzione e argomenti. Sono un insetto, un imitatore di voci, “venite a trovarmi quando volete” dice la vecchia agli storioni, c’è una bottiglia riversa e dentro la nave che torna, ha una luce enorme, porta anche il giorno e la voglia di ricominciare, c’è sempre poco tempo per i congedi, c’è un uomo mani sui fianchi che promette di non dimenticare, io invece ho dimenticato me stesso in chissà quale parte di fiume, tanto che sto qua, solo ad aspettare che torni. C’è l’uomo che alza il cappello e mi mostra la zucca rapata e dal centro della testa parte una treccia che lui usa per pescare, c’è la donna elegante in abito da sera che ammicca e sorride, dice tanto dura ancora per poco, e la banda attacca il blues del Po, il lamento che qui tutti conoscono, e persino il fiume si alza dal letto e batte le mani. È una notte di gorghi e mistero. Chi adescava carpe ora si pente, i pesci siluro sono rimasti in disparte, e a chi gli ha chiesto comprensione reciproca non hanno risposto. Difficile capire in mezzo alle quadriglie come girano i cuori di questa gente, se hanno ancora desiderio o se si trattava di una sola andata. La notte era finita nel mio bicchiere di vino, e così,senza pensarci su: ho chiuso gli occhi e l’ho bevuta.

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Papozze.  La nebbia è il coperchio sbilenco del fiume. Mattina presto, coro di lucherini in sottofondo, sull’argine un solo obeso pescatore allenta la sua barchetta e si lascia andare fiducioso. Il Po: verde, severo, disincantato, impetuoso, scorre: ti viene voglia ti toccarlo quasi fosse di stagnola. E sincerarti che l’acqua da cui non traspare il fondale è viva, avvolge, contiene e porta un mondo sommerso, esteso e perdurante. Che non è ancora arreso né stufo, ha resistito a tutto, e ancora non è stanco, ha attraversato città e ingoiato scarichi, bordeggiato campi e fabbriche, è stato derubato e costretto, eppure continua la sua marcia, scolaro composto, soldato modello. Che ogni tatto sobbalza sotto l’argine, ingoia qualche corteccia, fa rotolare qualche ramo e poi magari li depone, impigliandoli in qualche salice che s’affaccia ingenuo sul corso del fiume. Gioca allegro anche lui, nonostante tutto. Si trasforma in capriole di corrente, promette di tornare, poi invece, si mescola e lascia prendere dal mare. Lo spazio è schermato dai pioppi, legionari disposti a difesa. Ma anche scomposte ali del fiume, visti dall’alto. L’uniformità dei colori è rotta da qualche barca che rossa, stinta, spicca come nuvola. Aspetto che arrivino i meatori davanti alla loro casa galleggiante: nella pancia custodisce un motoscafo col quale andremo fino all’Adriatico, percorrendo il ramo di Goro, una delle cinque bocche che portano a mare il grande fiume. Forse il più tratto più bello. In mezzo fra Veneto ed Emilia Romagna. Verso la foce.

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«Il fiume è un serpente. Non sei mai sicuro». Mi dice Umberto Braghin, mentre guida il motoscafo.

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Incrociamo molti aironi, che statuari ci guardano passare. Li scorgi di profilo, paiono appuntite incisioni egizie, piatti e fermi su qualche palo, incuranti, quasi in posa. I cormorani invece svolazzano spaventati.

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Il sole è alto e bussa sulle nostre teste. Incontriamo qualche barca con donna in topless. A Mesola ci ferma un vecchio pescatore per protestare: poco più avanti degli stranieri hanno steso un sistema di lenze da un argine all’altro, per poco non c’è rimasto impigliato. Il mio compagno di viaggio mi spiega che sono di sicuro gente dell’est, vengono a pescare i pesci siluro. C’è una vera e propria caccia selvaggia. Scendiamo per andare a fare colazione. Mesola ha una grande bella piazza, che si allunga sotto il castello Estense. Ma in giro non c’è nessuno.

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E poi ci imbattiamo anche noi nel sistema di lenze. Braghin spiega ai ragazzi, in effetti sono ungheresi, che devono smantellare tutto, e loro annuiscono convinti ma hanno sul viso una smorfia da contrabbandieri. Appena ti volti, sono di nuovo pronti a trafficare.

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Sono attratto dalle ombre sull’acqua, si alternano riflessi nitidi: il fiume si fa specchio, ad altri di verde su verde, intenso e chiuso. Distolgo lo sguardo quando arriviamo al ponte di barche mobili di Goro. A governare il passaggio c’è un uomo la cui faccia mi ricorda quella che le antologie a scuola dicevano fosse Omero. Ha una lentezza nelle operazioni che sconcerta. Il motoscafo a motore spento viene portato a spasso dalla corrente. Nell’acqua ombre di nuvole, fumose impressioni.

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Comincio a pensare con nostalgia a quell’acqua limpida che ho visto sgorgare sul Monviso: qui trasformata, come a una conoscente vista crescere e allontanarsi. Che ha lasciato la solitudine della montagna per finire quaggiù in pianura, dritta e larga, pettinata dai canneti, irreggimentata e coltivata come terra a Goro per le vongole. Tetto scuro per i pochi pesci e inganno per le anguille che non la risalgono più. Alzo gli occhi e perdo il filo, per la quercia centenaria che troneggia sull’acqua a San Basilio.

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Guardo gli argini bassi e tondi, e le barche che se non ciondolano paiono macchie, con l’acqua: unico desiderio. E quando si ritirano in qualche canale, fangoso e scuro palato di cane, tu gli affidi un cattivo pensiero, una vecchia paura o anche solo un saluto.

***

Manca poco all’Adriatico, superato il piccolo bianco faro di Goro, si sente l’acqua incresparsi, cambiare, farsi chiara, il motoscafo battere sulle onde che spingono, dure, e gli dicono che qui cambia tutto. Persino la vegetazione si inchina al mare, i salici non si vedono da un po’, i pioppi sono lontanissimi, i canneti che prima erano piume fittissime si diradano, il verde diviene nero di scoglio ai lati della bocca e il canale si apre al filo dell’orizzonte.

a Luigi Ghirri

 

Photo by Manuele Geromini

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2 thoughts on “Il blues del Po

  1. Questo è un post bellissimo…per chi ama il fiume come me.

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