Gunman

Il pozzo è una tomba senza nome, dietro c’è una casa di pietra, e sulla destra uno stagno. Tutto è ricoperto da un sottile strato verdognolo, una patina d’abbandono e muschio. Il bandito è nella casa, un cane abbaia lontano: padrone della notte. Ha lo sguardo dritto all’orizzonte che la luna rischiara, dietro un’ombra leggera di collina c’è il mare, una nave, forse anche la salvezza. Prima, diversi problemi da risolvere, un bosco da attraversare, un drappello di soldati da superare, eludere, uccidere o farsi uccidere. Il bandito ha le mani impastate di sangue e fango, ha ucciso l’uomo che l’aveva catturato nel sonno. Ha i calzoni umidi e i piedi bagnati. Perso l’acqua e il pane. Le sue certezze sono due pistole: quella recuperata e quella sottratta all’uomo che ha soffocato nella palude. Ha poco da pensare, tra scelta e necessità: può solo correre. Sta cercando di capire in che direzione, ora che il cane ha smesso di abbaiare e la luna coperta da una nuvola non indica più il sentiero. È questo il momento di andare, ma ha qualcosa che lo trattiene, non è la stanchezza, ma la paura, un sentimento che non conosceva. Bisogna starci dentro per capire. Essere stanchi di scappare, uccidere, aspettare, cercare tane e ricominciare. In questa notte di luce che va e viene, il bandito ha scoperto l’assurdo delle sue fughe e la riottosità a continuare. È sicuro che i soldati non siano ancora arrivati, che il sentiero sia libero, e il momento propizio ma non riesce ad alzarsi. La luna intanto è tornata, ora disegna lame d’argento sul muro: nello spazio che lasciano i rampicanti, in alcuni punti centra le crepe illuminando debolmente le stanze. La casa gli appare enorme, nel buio che la domina, si sente inutile e stupido, come non mai. Si alza, attraversa l’oscurità calpestando qualcosa di morbido senza guardare, raggiunge la finestra sul retro e con impegno prova a cercare qualcosa di anomalo oltre gli alberi. Fissa lo sguardo in un punto, poi nel suo estremo e ancora nel punto di partenza. Dopo poco, deluso, torna alla postazione iniziale, si siede spalle al muro, poggia la pistola a terra e strofina la mano sudata che impugnava l’arma, sui calzoni, fino ad asciugarla. La congiunge all’altra, le stringe forte, come in un abbraccio o una preghiera, occhi chiusi, riprende l’arma, si alza, aggiusta l’altra pistola che ha nel fianco, e senza guardare esce di corsa verso il sentiero, infilando il bosco.

Il bandito corre e quando sente tirare un fianco gli basta pensare alla cella che ha conosciuto, al carcere che ha saggiato per non fermarsi, stringere i denti e continuare. Il bosco è ostilità e imprevisti, ma lui c’è cresciuto, sa dormire sugli alberi e riconoscere i versi degli uccelli. Se rallenta la sua corsa adesso è perché gli è parso di sentire uno scampanellio, molto vicino, ci devono essere delle mucche, una mandria, e lì che sta anche il cane che sentiva abbaiare dalla casa. Il suono scende dall’alto, di sicuro c’è una piana poco più su del bosco, a monte del bosco, dove tengono le bestie. Ha disegnato nella poca luce la mappa secondo i suoni, scelto da che parte andare, ora con più prudenza e meno affanno. Deve regolare la corsa, contenere la sete e non commettere imprudenze. Conosce l’inferno, il bandito, l’ha visto, sentito, non solo in sogno, ma ad occhi aperti, in una settimana senza acqua: è un mondo inclinato da capogiri e desideri irrealizzabili, un delirio di solitudine con un costante martellante picchiare d’incudini e ferro che ti sembra di avere un fabbro dentro, e non è vero che sia caldo, è di un freddo che ci sudi, ecco perché parlano di fiamme, si sbagliano, o forse ci sono andati vicini ma non si sono spinti fino a dove era lui. In quei giorni, il bandito, la cella se la sognava, non la rifuggiva, e i mattoni del muro che lo tenevano prigioniero li vedeva come il pane, anelava la minestra del carcere e l’acqua calda che gli davano da bere anche in estate. Poi, quando ha finalmente trovato l’acqua, quella fresca di fonte, bevuto, l’inferno s’è allontanato, ma il ricordo è rimasto limpido, per questo è strano che lui abbia paura, adesso, in questa normale notte di solitudine, meno buia e pericolosa di altre passate. Certo, a ripensarla la sua vita c’è poco di sensato, il padre contadino ucciso dall’alcol, la madre che lo abbandona alla stazione del paese, la bibbia unica lettura fatta, la scuola lasciata più per noia che per necessità, il banditismo abbracciato per una libertà senza consapevolezza, una naturale necessità come la fame e la sete, avvertita e scoperta in solitudine senza che nessuno gli spiegasse il perché, la sua legge divisa tra: bene e male, con una leggera preferenza per il secondo anche se mosso dal primo, gli amici (pochi) e i nemici (molti), un senso di giustizia autonomo e molto umorale, insomma un mucchio di episodi che messi in fila lo portano a questa fuga, e prima all’uccisione di uomo di buona volontà che voleva andare a star bene buscando la taglia che pende sulla testa del bandito. Non facendo i conti con l’unico passo sensato che egli conosce: la violenza.

Uno sparo in lontananza rompe l’armonia della sua corsa. Il bandito si ferma, cerca di capire in che direzione è stato esploso, ne aspetta un secondo che non arriva. Nell’attesa si carezza la barba, spinosa, quasi avesse bisogno di qualcosa di concreto e vicino che gli ricordasse chi è, e soprattutto che è vivo, c’è ancora. Ha il viso freddo, la fronte sudata, una leggera sete che non può soddisfare. È assalito dal dubbio di aver sbagliato direzione, molto contrariato, non sa se continuare o tornare indietro, magari salire fino alla piana dove c’è la mandria, chiedere aiuto ai vaccari, anche ucciderli, magari hanno un cavallo, dell’acqua, di sicuro formaggio e pane. E se invece sulla strada del ritorno trovasse i soldati? Che cosa era quello sparo? E se i mandriani fossero in combutta con i soldati? Decide di continuare, ha un passo svelto ma non corre più, deve stare molto attento, le cose sono cambiate, il rischio: cresciuto. Tiene il braccio testo con la pistola puntata contro il buio, è un uomo molto spaventato, debole, per la prima volta. Intorno non si sentono più spari, non ci sono luci né fuochi, il pericolo sembra portarselo dentro, dietro la pistola, nel suo petto. È una notte senza vento, dall’ordine assurdo, cielo limpido, luna coperta a tratti, a guardare l’orizzonte ti verrebbe voglia di metter su una famiglia o edificare una città. Idee molto lontane dal bandito, che è uscito dal bosco, cammina in un prato di erba alta e sente un forte rumore d’acqua, accelera il passo, abbassa il braccio con la pistola, prende a correre, convinto di avercela fatta. Non sente più la sete, e quasi con vergogna ripensa alla stupida paura provata, ma l’impressione di terrore non passa, un presentimento di disfatta abita il suo fiato, che cerca di scacciare nella corsa, di lasciarsi alle spalle. Prova a dimenticare correndo verso l’acqua, il cui rumore cresce d’intensità, si fa potente, avvolgente, quasi un urlo di richiamo. E il bandito gli va incontro come bimbo con madre.

Un fiume in piena in una notte serena. Lo spavento cresce. L’impegno doppio. Il bandito sente la sconfitta. Non può attraversarlo, il fiume sembra un gigante affamato, ha la forza d’un oceano. Scrosci, onde, gorghi. Demone nero. Cammina lungo l’argine, sperando d’incontrare un ponte, una barca, un punto dove la corsa dell’acqua rallenta, e provare a passare dall’altra parte. Questa zona della regione gli è estranea, non sa cosa aspettarsi, né dove andare. La sua posizione è frutto di un imprevisto e di due errori che l’hanno preceduto. Anche di una morte che si è resa necessaria. Pensa all’uomo affogato nella palude, mentre lava il suo sangue nelle acque del fiume. Ultimo degli uomini ai quali ha dato la morte. Gli pare di sentire tutto il sangue versato, il sudore degli sforzi fatti – molti di loro sono stati uccisi con le mani, dopo lunghe colluttazioni – la puzza dei loro cadaveri. È una notte di nodi da sciogliere e situazioni da risolvere. Aspetta l’alba camminando, cerca una via di fuga che pare non esserci, lontana come il giorno che non arriva mai. I passi si arrestano. Gli occhi scuri del bandito hanno visto prima un debole luccichio, poi un bagliore, sull’altra sponda. Si butta nell’erba, ritira fuori la pistola, e libera lo spazio per guardare. Prima striscia, poi si alza sulle ginocchia per vedere cosa ci sia oltre la luce. Respira lentamente come se lo scrosciare dell’acqua non bastasse a coprirlo. E, quando, riprende a camminare a schiena bassa, è perché ha capito che le luci sono torce, e ora può quasi vedere le facce degli uomini e i loro fucili. Se sono sul fiume sanno che lui è nella zona, e per muoversi lungo l’argine ci deve essere un ponte, che ora non gli serve più. Deve cambiare direzione, correre dal lato opposto o tornare indietro, alla piana dei vaccari, alla casa abbandonata. Ma questo significa riattraversare il bosco, e magari cadere nelle mani dei soldati che sparavano. O a sparare erano questi uomini con le torce? Non c’è tempo per le risposte, il bandito corre lungo il fiume, prova a risalirlo. Ha riposto le pistole in tasca, non può più tenere a bada i suoi timori, deve solo correre e sperare che la direzione sia giusta, che quello sia il lato del confine, che non si imbatta in niente e nessuno, né uomini né animali. Deve odiare con convinzione qualunque cosa incontri. La speranza si è fatta labile, i rimorsi sono svaniti. Il bandito sta tornando quello di sempre. In questi momenti non ricorda più se un vecchio pastore o la bibbia, ripetessero che agli uomini sono dati sette decenni per trovare i segreti della vita e lui che è al quarto non si sente padrone di niente, e la ricerca, questa notte, gli appare, più vana e inutile del solito.

La bestia gli è apparsa come una divinità, senza versi. Spuntata dal niente. Figlia delle tenebre. E ora fissa il bandito, nessuna sfida, quasi fosse un suo simile. Lui, ha ripreso fiato, asciugato il sudore, impugnato la pistola, senza distogliere lo sguardo. Ha prima avuto paura, poi gli è sembrato normale, che fosse lì, di fronte a lui. Luccicano nel buio della notte gli occhi dell’orso. Il suo ingombro gli sbarra la strada. Il bandito può sentirne il respiro. La bestia non si muove. Non sa cosa fare, se spara – senza peraltro avere la certezza di ucciderlo – gli uomini sentiranno i colpi e sarà come fargli un fischio. Se fugge e l’orso gli va dietro non avrà scampo. Prova a fare un passo di lato, e la bestia immobile, non reagisce. Il bandito prende coraggio ne fa un altro, e uno ancora, l’orso è indifferente. Ancora un passo, niente. Si sta spostando sul fianco con lentezza, leggero, sembra un gambero, ha le braccia dritte, le pistole puntate sull’orso mentre allunga le gambe. Vorrebbe le ali, per sfuggire a questa notte e a questi incontri. Rotea gli occhi a cercare l’ombra dell’orso dietro di sé, ma non vede nulla, la bestia non si è mossa. Forse uno spettro di buon umore, o un vecchio orso, oppure la bestia ha sentito la sua anima di preda, vittima, degli uomini che cacciano animali e banditi allo stesso modo, una complicità annodata dalla notte, gli ha sbarrato la strada di risalita verso il fiume, salvandolo da una trappola, chissà. Sta tornando indietro, è di nuovo nel bosco, con meno paura. Ha sentito la morte mieterlo, l’ha vista passargli accanto e non vederlo, sfiorarlo e non colpirlo. Gli ha fatto sentire il fiato sul collo, gli ha appoggiato il peso schiacciante della vita sulla nuca senza spingere a fondo, gli ha rifatto vedere il bivio della sua esistenza: perire o uccidere. E se l’ha lasciato andare è stato solo per divertirsi ancora un poco, giocare per un tempo definito e lungo una notte: d’ordine e caccia.

Una capanna non molto più grande di una stanza, un tugurio d’assi e tela, un fucile sull’uscio e un uomo in una pozza di sangue. Il bandito che gli fruga le tasche, in piedi, un occhio alla mandria e uno al cadavere. Di fuori: il fuoco acceso, crepita e si fonde alle campane delle mucche. Non ci sono altri uomini, né cavalli. Ha preso una sacca, del vino, prima ne ha bevuto a sorsi un bel po’, e dopo si è pulito con il braccio, adora farlo sin da bambino, lo ritiene un gesto di supremazia, si è sempre dovuto guadagnare da bere e mangiare, e con quel gesto ringrazia il suo corpo. Ora, si è messo il fucile sulle spalle, ha preso un orologio all’uomo di guardia ma solo adesso che è sceso dalla piana si è accorto che è fermo, non che riesca a vederlo, ma non sente il ticchettio, voleva compagnia, e soprattutto voleva sapere quanto manca alla fine della notte. Affretta il passo, vuole tornare alla casa di pietra, e lì aspettare il giorno, sperando che nessuno gli sia andato dietro. Sa che sta camminando tra due cadaveri, il guardiano e l’uomo della palude, ma sa anche che quella casa, forse, è il suo unico luogo sicuro. Il ritorno nell’oscurità soffocante del bosco, dopo aver visto un minimo di luce e sentito il calore del fuoco, il caldo della tenda, gli è suonato fastidioso. Ha sentito tutto il carico di questo calvario di notte, e la stanchezza ha raggiunto il suo stomaco, abbassato le palpebre dei suoi occhi, allentato la presa delle sue mani sulle pistole, fiaccato la sua reattività. Ha ucciso con indifferenza, come unica soluzione: il mandriano, non ha avuto pietà, non poteva permettersela. C’è solo sangue nella sua scia, sangue nei campi, e sangue nell’aria. E adesso, di nuovo, sangue sulle sue mani. È un veterano della morte. Ha sbriciolato teste d’uomini come bestie da soma, senza esitazioni, ha schiacciato e umiliato, bruciato case e impartito inutili lezioni d’onore. I suoi stivali sono abituati a calpestare facce e mani, i suoi occhi allenati alla vista della pietà e del dolore, il suo rancore mai sazio. Eppure, il bandito questa notte ha avuto paura, e ne ha ancora, sente l’ombra del male calargli addosso, rivoltarsi contro, rovesciare i piani, dismettere la complicità, quasi si trattasse di una rescissione d’un contratto senza nessun motivo, solo e semplice logorio, come cadono gli imperi, d’improvviso, per stanchezza. Si sente inseguito da un fantasma, che esegue gli ordini del demonio. E, sa, di perdere. Il primo colpo l’ha preso al braccio. Gettandosi a terra ha perso il fucile e la sacca del mandriano. Strisciando è riuscito ad entrare nella casa di pietra. Dal vuoto vede il pozzo e una parte della vecchia staccionata, ma non ci sono uomini né armi. È dalla parte opposta che è arrivata la pioggia di proiettili. Mentre si fascia il braccio e prova a pensare come uscirne, arriva la seconda ondata di fuoco. Sono in molti a sparare. Non l’hanno visto entrare, non sanno dove è finito, sparano a casaccio, per spaventare, raccontando la loro supremazia. Sparano e non si avvicinano, lo temono. Ma vogliono che lui senta, capisca, che con la notte sta finendo la sua libertà. Sono momenti d’ira, che seguono l’inganno che ha dominato l’assurdo andirivieni fra fiume e casa. Il bandito respira forte, controlla i proiettili che ci sono nelle pistole. Non può sprecare munizioni. Non deve rispondere. Ha due soluzioni: o gettarsi nel pozzo, prima che arrivi giorno – senza essere visto s’intende – o attraversare la casa, uscire dal retro e provare a scappare. Si muove lentamente verso la sua probabile via d’uscita, cercando di non far rumore: schiena curva, si alza e abbassa tra vecchi mobili, la finestra gli appare lontanissima, un topo gli passa fra i piedi, la terza ondata di fuoco sempre sullo stesso lato gli dice che può andare verso il retro senza preoccuparsi. Raggiunge la finestra, si siede a terra, stanco, sotto il davanzale, sente la via di fuga vicina, ha il cuore che batte a tamburo di guerra, ininterrotto. Prova a regolare il respiro. Scivola di lato, si alza, pistola in pugno prova a guardare dal lato se la via sia libera. Un proiettile lo manca di pochissimo. L’ha sentito fischiare sulla testa. Rimane il pozzo. Si cala a terra, e questa volta strisciando impiega un tempo lunghissimo per tornare alla posizione di partenza. Il tragitto è accompagnato da raffiche sconnesse di fuoco incrociato. Il bandito ha un solo pensiero: il pozzo. Non si domanda se è pieno o secco, pensa solo che quella è la sua unica possibilità. Quello il suo giorno. Quello il suo posto. Se ne sta muso a terra, tra fango e pallottole, è vicino all’uscita, può vedere il pozzo, sta immaginando i movimenti: la corsa, il salto. Suonava la mandola da ragazzino, il bandito, e anche bene, ne ha viste di feste di zingari, chissà perché gli suona adesso in testa una melodia che credeva perduta, mai più sentita né cercata. Sente il sapore dei dolci a quelle feste e il vino aspro bevuto per continuare a musicare i desideri degli altri. Una melodia scanzonata che precedeva una tromba, e poi il resto della banda. Suonavano fra pidocchi e salsicce, verdura e pane, e il mondo, quello vero, sembrava lontano. E lui ci cantava sopra, un canto tiepido che pareva fasciare quelli che ballavano e donargli importanza. Era un servo allora, contento di esserlo. Per molto tempo aveva odiato quelle feste, la sua scelta l’aveva portato altrove. Non vedeva gente ballare da anni, il suo unico compagno era stato il maligno, oltre che il rancore. Li vedeva tutti i ragazzi delle feste, imbecilli e svegli, schiocchi, belli, brutti, e ora vede anche la ragazza figlia dell’autunno che tirò su la veste e si mostrò a lui, per la prima volta. È una notte affollata di ricordi. Ma tardi per fermarsi a pensare. Il bandito ha vuotato una pistola, messo le pallottole in tasca. Ha dato un giro di forza allo straccio che si era annodato al braccio per fermare il sangue, poi ha scagliato l’arma con tutta la forza che ha trovato verso la finestra del retro. E quando la raffica di colpi è partita, si è lanciato in direzione opposta, verso il pozzo: una lunga corsa senza esitazioni prima del tuffo, del botto, della fine.

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