scherzare col ghiaccio

Neanche il ghiaccio è tutto uguale, come la gente. A volte ci sono banchi levigati dal vento, pezzi inclinati, curve verticali da vertigine, forme che emergono, una panoramica di blocchi che la nave lesiona, che senti scrocchiare, prima che ti appaia un orizzonte sottile, con venature nere che lasciano intravedere il mar Baltico, scuro e nascosto. La realtà è bianco che sta intorno. Muto e immenso, che la nave e i suoi colori sembrano sporcare, come tu che guardi, testa in avanti occhi persi nel ghiaccio quasi che il destino arrivasse da lì. Non distingui più niente, ti sembra d’impazzire. Bianco, quello è facile, lo ricordi come se niente fosse. Bianco, dritto e fondo, solido bianco, come quello che capiscono tutti, bianco e basta. Poi ci sono i bianco grigi, anche se non sono trasparenti è come se qualcosa del come li guardi ti restasse appiccicato, uno specchio ma ostile, perché in quei grigi ti capita di rivederti con lo sporco della vita. Infine, c’è il bianco di notte, che è diverso, la terra vista dalla luna e ti aspetti che dalla radio di bordo si sentano Neil Armstrong e i suoi “nothing” a spasso per il Mare della Tranquillità, invece, è solo annaspare notturno, in un bianco scuro, senza appigli, il nero della notte che è quello del mar Baltico, illuminato da due enormi fari Independence Day, che non lo rendono meno scuro o forse buono, il bianco di notte è unico, e non l’avevo mai visto. È una settimana che andiamo su e giù nel Golfo di Botnia. La Frej, rompighiaccio svedese, del 1975, da novembre a maggio, naviga tra due stati: solido e liquido, ristabilisce priorità. Taglia il ghiaccio, martella, rompe, intrusa, salva navi incagliate, pattina, scivola, spacca, dal rumore sembra che demoliscono auto di continuo. Il mare quasi non c’entra, è una nave di altra specie, che riporta le cose come stavano. Non ha rotta, il suo tragitto è figlio delle richieste di aiuto, ha quasi sempre una nave alle spalle e una davanti da liberare. I segni del suo passaggio sono corde che partono e si perdono, c’è un piacere bambino a rompere il ghiaccio come a buttare giù castelli di sabbia in spiaggia. Il lavoro è questo: un incrocio tra pompieri e bambini, infatti la nave è allegra, si scherza, si ride, non so se per piacere del ruolo, o per gioia del gioco. Scelgono il ghiaccio più sottile per raggiungere navi da disincagliare che hanno chiesto aiuto. Il segreto non è rompere il ghiaccio ma evitarlo. O sfondare un muro bianco, l’orizzonte, tutt’uno col cielo. L’unico colore diverso è lo scuro della frattura che crea la nave, una lesione nel bianco, se abbassi lo sguardo e ti concentri potresti anche essere tra le nuvole. Da Örnsköldsvik – a Luleå -, città congelate, il mare, le case, le strade, tutto vinto dal freddo e dalla neve, e le azioni di quelli che stanno fuori, dal porto alla ferrovia: un soffio dalla banchina, sono votate a limitare i danni, a sottrarre spazi al freddo. Partiamo lasciando un cerchio nero d’acqua che spicca tra silenzio e neve, enormi serbatoi Shell grigi, una fabbrica di cemento rossa, un cargo verde pieno di legname, di fianco a un deposto trenino blu. Sotto una nevicata, che ingoierà questi colori, la Frej, dietro, si è lasciata una scia di ghiaccio tritato, e sulla banchina due enormi cani neri. C’è un divertimento che è tutt’uno col piacere di vivere in Scandinavia, quasi che il freddo, di cui vanno orgogliosi, e le sue conseguenze, fossero un elemento in più, un regalo della natura e poi il motivo del proprio lavoro da vacanza. Si aiutano gli altri e si naviga come un gioco, un esercizio a metà col piacere. Il Baltico gli appartiene, è casa, è come se vagassero nel cuore della propria città natale, disinvolti e felici. La nave ha molti spazi, si sente la regalità militare ma anche il pensiero, diventato segno, per una vita svolta all’interno: che sta dietro la cura delle cabine, ognuna ha un oblò e molta luce. L’equipaggio è una famiglia, tutti svedesi e tutti che hanno realizzato un sogno a stare qua. Piacere di stare insieme, lo capisci a mensa con la cuoca seduta con gli altri, nessuna divisione tra ufficiali e ragazzi della sala macchine. O alle 15,30 quando un po’ alla volta arrivano tutti per caffè, tè e torta, come bimbi. Il capitano, Göran Fors, lo riconosci per la tazza bianca con la scritta nera “the captain”, con lui, il nostromo, un Orson Welles dei mari, imponente e silenzioso, Mats Jansson, di fianco, la cuoca, Anita Brolin, che si regala un bottone d’oro per ogni anno di lavoro, dopo molto tempo passato alle Seychelles a fare torte per turisti, ha scelto la rompighiaccio, sono loro la colonna vertebrale che regge tutto. Dalla cucina spunta Erik Mårtensson, nazionale under sedici di rugby, che ha preparato tre torte al cioccolato. Fuori, ogni tanto, appaiono isole di alberi, macchie nere all’orizzonte, che rompono la monotonia, la continuità del bianco. E si ferma la nave, non so se per la torta, o per altro, ma si riscopre il silenzio, la macchina smette di macinare, i marinai finalmente sembrano accorgersi che c’è vita oltre il ghiaccio, che torna a essere solo un elemento della natura e non più una difficoltà da risolvere vincere, il problema da eliminare. Seppure per poco. Non c’è rivalità con la natura, sarebbe inutile, nemmeno sfida, gioco sì. Se tutto questo sparisse, ingoierebbe vite e gioia, oltre a creare problemi infiniti al pianeta. Triangoli d’acqua e di ghiaccio, astruse forme geometriche, affastellati, sovrapposti, incrinati. C’è una ripetizione nella rottura del ghiaccio, nella scomposizione in forme più o meno regolari che avrebbe fatto impazzire Foster Wallace. Se vai oltre l’apparenza, oltre il piatto del bianco, se metti da parte l’attesa di terra, e ti concentri sul ghiaccio, capisci che è come con le onde, ogni volta è diverso e potresti passarci gli anni, è qua che capisci perché pattinare è magico anche solo da guardare e perché te ne stavi incollato alla tv. Qua si può capire lo stupore del colonnello Buendìa di Marquez e del suo ricordo davanti a un plotone d’esecuzione. Ogni giorno è diverso, ogni bianco è differente. E, quando la nave, riprende il cammino, e si ritira, il ghiaccio appare sconvolto, si prova la stessa sensazione di sporco e disfacimento che si potrebbe avere davanti a un cadavere, qualcosa di innaturale come solo la morte violenta. Poi, il mare si fa pietra, un deserto bianco e pietroso qualcosa di simile alle macerie, pare che ci sia stato un bombardamento: pietre, nella notte diventa il mare di una disfatta, con il ghiaccio vinto. Lastroni e milioni di altri pezzi galleggiano formando un panorama di macerie, briciole di una unità vinta, anche se per poco. E la nave si lascia una scia ghiacciata da cometa. Di lato due rompighiaccio finniche si passano merci, come baci, nel cuore della notte, incollate: due innamorati. Sotto le coste della Finlandia all’improvviso il ghiaccio termina e il Baltico nero ci ingoia, ogni tanto una scheggia che brilla di lato nel pozzo di silenzio che è acqua, e dura poco, c’è una nave da andare a prendere ed è la seconda volta nello stesso giorno, Latana, si chiama, un vecchio cargo, rosso, che il mercato tiene in vita e il freddo blocca di continuo. Si arriva, si gira intorno alla nave incagliata, disegnando un grosso cerchio che spacca il ghiaccio, sembra calce, un consumato telo rugoso, che si strappa in mille punti, e poi la Frej si mette davanti, e il cargo la segue in scia, fino al porto di attracco. Quando appare il rosa, in un pezzo di cielo, ricavandosi uno spazio tra il bianco, è una sorpresa inaspettata, nell’alba gelata. Il nostromo, come ogni mattina si ripete: “Ok, è un altro giorno in paradiso”. La cuoca, convinta che questo è un altro pianeta, il suo, sorriderà, salutando il sole sorgere. Il capitano, invece, soddisfatto per il salvataggio della Latana, nella notte, se ne andrà in branda, convinto che questo è il lavoro più bello del mondo. Il ragazzo del ponte a casa fra qualche ora ripeterà a tutti che “la vita è ghiaccio che passa”, e io non potrò più contraddirlo, come in questi giorni, dicendogli “il ghiaccio è come la vita non sai mai quale è il lato che ti sta fregando”, ma nel momento opportuno, quando andrà a sbattere, e si dovrà fermare, chiedendo aiuto, se ne ricorderà e mi darà ragione.

 

Photo Maria Vittoria Trovato, http://www.mariavittoriatrovato.com/

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