Il caso Early Dog

Early Dog sta appoggiato al muro dello spogliatoio prima della partita, i giornali hanno scritto che «schiaffeggia le palle come se fossero donne», e lui ha detto che «gli sembrava una bella immagine, ma che non era così». Piuttosto: «penso a un sopruso prima di battere e allora trovo forza, e mi vengono i fuoricampo». Ma lo aveva detto sempre tenendo quell’aria dimessa che faceva di lui un campione amato del baseball, di quelli che poi venivano identificati col bene negli anni che hanno giocato, e i loro campionati diventano parti estese del cuore di chi li evoca, e si portano i nomi eternamente sulla punta della lingua. Early Dog era un faro sempre acceso in campo. Uno che potevi giurarci ti avrebbe riscattato, un battitore che sanava le imperfezioni delle squadre di cui vestiva la maglia. E quando gli chiesero perché non avesse lo sguardo avvelenato che hanno i campioni, rispose che «la poesia non c’entra un cazzo con le mazze da baseball, piuttosto ogni partita è un viaggio di un bimbo», e che lui aveva avuto una infanzia tranquilla, per questo giocava così bene. Early Dog era così, prendere o lasciare, uno che diceva cose strane, che i giornali ci facevano titolo e pagine, ma che poi a vederlo battere dimenticavi, perché tirava fuori dai suoi muscoli, dai suoi nervi oppressi dagli sguardi, una tale forza, che forse aveva visto solo chi si era imbattuto nei santi. I suoi gesti erano creste di eccitazione spossata che a volte lasciavano anche lui senza parole, aveva una tale forza nel colpire le palle che a vederlo fuori dal diamante, per dire in un bar, non lo avresti mai detto. E se non fosse stato per la pubblicità di un rasoio e della sua faccia liscia e pulita stampata ovunque, nessuno, potete giurarci, lo avrebbe mai riconosciuto. Early Dog – che era figlio di immigrati cinesi e che quindi all’inizio della sua carriera era considerato un pacco recapitato all’indirizzo sbagliato – non aveva quella curiosa carica animalesca che tutti gli altri battitori esibivano come un tatuaggio e che gli schermi delle tv restituivano nelle case della nazione, no, lui aveva una delicatezza da pittore quando toglieva la divisa, perdendo quell’assetata voglia di stupire, e tornava il ragazzo senza tempo di sempre. E fosse stato per lui manco ne avrebbe parlato, sapete come vanno queste cose, che dopo devi raccontare e spiegare un gesto che hanno visto tutti e che tutti hanno memorizzato come il primo giorno a scuola, ma pretendono di essere cullati dalla voce di chi quel gesto l’ha fatto, e loro poi racconteranno l’impresa con il vanto di averla sentita dalla voce del campione. E, i racconti che Early Dog faceva delle sue battute erano un addentrarsi nel buio, un accorpare il solido peso dei suoi gesti alle parole, e quella ricerca – che faceva con una lentezza tenuta su dal silenzio di quelli che gli stavano intorno – prima lo annoiava, ma dopo, in un crescendo di frasette, provava un piacere enorme, che manifestava con dei grossi sorrisi appoggiati sulle pause che erano ricerche, rivisitazione della battuta, un voltarsi indietro mercenario che l’esitazione rendeva magico, ripulendolo dalle ricompense pubblicitarie che lo obbligavano alle descrizioni. Tanto che una volta arrivò a ringraziare il giornalista che gli aveva formulato la domanda, dicendo: «grazie, tutto questo mi mancava da un po’».

 

Photo David Goldman

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