Oggetto d’amore

Siamo nell’abbandono allora ci circondiamo di persone e soprattutto oggetti, a metterli in fila proviamo a dirci meno soli, convinti che piacere, felicità e risposte fuori da noi stiano nelle cose. L’ha fatto l’artista cinese Song Dong nella mostra “Waste not” al Barbican Centre di Londra, con cinquanta anni di oggetti di sua madre: Zhao Xiangyuan, una lista materiale di tutto quello che le è passato tra le mani, sul corpo, davanti agli occhi. Ne viene fuori un puzzle che dice: giorni in fila. Con sottofondo di pentole, mestoli, bottiglie, coltelli, giornali, scatole, tappi, giocattoli, elettrodomestici, vestiti e tutto quello che vi possa far dire quando lo incrociate al mercato dell’usato: chissà chi c’è dietro. Ecco Song Dong, ne ha fatto uno spartito che suona l’esistenza di sua madre, una mappa per oggetti che dice come era la vita di una persona normale in Cina, e come didascalia c’è il proverbio: “Wu jin qi gong” (non bisogna sprecare nulla). Guardando l’insieme si possono intuire come in un ritratto: vezzi e debolezze, gusti, desideri e persino felicità o no. È una opera di autobiografia collettiva, che passa per le scelte singole, che distingue e aggrega, il segreto sta nel dettaglio. Non è nostalgia quella di Song Dong ma desiderio d’ordine, assimilando in grandi gruppi i tantissimi oggetti della madre, ricostruisce giorni e ricordi, ricompone gesti, è un film del quotidiano, un enorme spezzettato omaggio alla normalità, che sta tutta negli oggetti che ci fanno compagnia tutti i giorni. Pensateci, pensate ai vostri, a quelli di chi amate e di chi vi manca, gli oggetti hanno trame silenziose, sono testimoni involontari e fedeli, hanno un carico di ghiaccio che li tiene a distanza, eppure offendono o talvolta salvano, ci fanno persino compagnia, una compagnia muta, militare, silenziosa. La madre di Song Dong sta in diecimila cose, o almeno la sua restituzione artistica. Un grande elaborato, a cerchio, efficace e persino capace di fornire tutti i lati che hanno gli esseri umani. E la sopravvivenza delle cose diventa un testamento materiale, un nodo, invisibile, che qui viene raccontato. È un romanzo rumoroso ed esibito. Ognuno di noi esiste in doppio, per il suo corpo e per i legami che quel corpo ha con il resto del mondo, e, questa seconda parte, continua a vivere e raccontarci anche quando smettiamo di esserci. La sopravvivenza, talvolta, sta persino in una forchetta, come il salto intero del mondo in una vocale. Gli oggetti ci dicono della sopravvivenza quotidiana, quando persino la conquista del minuto successivo appare impossibile, in certi mattini, in molti pomeriggi, in numerose sere, e ora a vederli stesi e in fila tutti quei motivi – che nell’assenza degli altri e nella compagnia delle cose si sono addensati – e dicono del dolore di essere soli, di come il ricordo sia un punto di valore nascosto in fondo a una forma che proprio non ci aspettavamo comparisse, perché era la stessa che vedevamo l’attimo prima di uscire, il minuto dopo rientrando. Un cardine, indifeso e centrale, di quel tempo sprecato che chiamiamo di trascurabile interesse.

 

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