Bob, il futuro e la partenza inconsapevole

Nel latrato dei cani sta il segreto della notte, canta alla radio il pianista nero, e Bob, pallone sotto la testa, disteso in terra, sorride, guardano Dumas, il suo cane che, invece, ha vinto il divano. Gli aspetti specifici di un pomeriggio fanno parte di un canone personale che qui non intendiamo raccontare, ci interessano le variabili in circolo tra radio e orecchio, e l’ubicazione speciale di un pensiero solo, quello che si chiede: che forma ha il futuro, visto a tanto così da terra? La maggior parte delle frequenze captate non risponde alla domanda, e noi allora proviamo a risalire, senza urtare la suscettibilità del cane, scartando e scartando quello che arriva in cuffia e non è musica. Il cane – chiariamoci – è testimone di un unico desiderio, la fame, infatti non è inquadrato. C’è, invece, un valore da zero a tre che è già stato superato, e questo le nostre orbite l’hanno assorbito. Andiamo avanti. Scartati i suoni esterni che catalogheremo come popolazione distinta estranea alla casa o luogo in esame, e dentro ci vanno anche rumori complessivi, tipo auto, donne e gatti e loro emissione di esistenza, ma senza vincoli di razza. Dopo aver circoscritto i confini in esame al salotto di Bob e a quello che sta per fare (la foto è scattata anni dopo, quando aveva già fatto, in un gioco del rifare la partenza inconsapevole), prima che il corpo avvizzisca nella caduta. Tuttavia la cosa avrà molto successo, ed è partita dal pavimento di una casa (ora lo sapete), un desiderio sopra un pallone che ha dentro aerei e concerti, e l’emozione di un padre, note, voce e trasmissione delle pulsazioni, attraverso la misurazione dei sentimenti, relazione e condizioni di un corpo in relazione a un altro corpo, e via si parte. Si consiglia solo a chi non ha a cuore la propria distruzione, di cercare istruzioni altrove. Il figlio può masticare le storie, tra le immagini dello studio di incisione e la partita prima del concerto, a noi spetta la parte maggiore, quella di fare di un riferimento il filo interminabile di un cantante, distinguendolo dal suo essere – ormai e suo malgrado – prodotto universale, nonostante il suo essere inversamente proporzionale a quel pomeriggio di solo sogno, costruzione dell’aria senza componenti a sostegno che una colonna sonora improvvisata da una radio sopra la testa. Molto è stato rappresentato, ecco, noi siamo la parte oscura, il film non girato, la canzone non registrata, quella accennata su un volo intercontinentale col fastidio di un giapponese che non si aspetta disturbi in prima classe. Altri componenti del gruppo ne distorcono la forma – dico dei ricordi – fornendo una rappresentazione parzialissima o anche incompleta del dettaglio canoro in questione. C’è chi, addirittura, parla di una donna che piangendo le cose perdute abbia favorito, sì, proprio quella canzone, ma era un caso, trattasi di incontro aeroportuale e soprattutto di sottrazione geniale del momento sentimentale, opera del nostro Bob, calciatore emergente con stracci sonori. Ma quello che ci interessa è la distanza, è questa che stiamo misurando, quella tra i grandi palchi e una stanza precisa, e dell’attrattiva magnetica che li lega e per semplicità definiremo destino. Ma è l’arte di rendere la vita sopportabile, la tecnica di metterla in disarmo per due o tre minuti, e noi di-staccati persino da chi ci ascolta, in condizione di ballare sul punto esatto del nostro dolore e senza che questo possa nuocerci, con amore, indifferenza, intonati o meno – non importa –, con sagge aggiunte o con devota ripetizione, concentrati e felici prima che tutto possa tornare, cioè la vita e il male, perché è questo che le canzoni fanno e Bob l’ha sempre saputo, anche quando era disteso a terra e non si era ancora alzato a cantare.  

 

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