Allontanarsi dalla zona

Le cose ci sono, poi non ci sono più, il tempo consuma tutto. Cadono le case, muoiono le persone, cambiano gli allenatori: quelli che perdono e anche quelli che vincono. Così Pep Guardiola lascia la panchina del Barcellona, dopo 4 anni e tutti i record battuti: titoli, gol, partite. Il suo gesto si chiama contrazione corrispondente al quarto anno di ultravittorie. E non lo fa perché ha una offerta migliore – anche se non mancano – ma perché desidera un anno normale, “senza questo pazzo calcio ogni tre giorni”. Diciamo subito che Guardiola sta al calcio come Barack Obama alla politica (quando – come fa Stephen King nel suo ultimo romanzo “22 11 1963” – bisognerà dire dell’evoluzione della specie: per lo sport si citerà lui), e che il suo gesto somiglia a quello di Al Gore, si allontana con una rinuncia, per vedere meglio le cose e poi andare ancora più in là, se è possibile. In questi anni ha rappresentato l’idea nuova del pallone: i tocchi orizzontali veloci stanno al calcio come i baci senza pudore al cinema, il possesso di palla e la supremazia sono uguali alla forza di Marlon Brando sullo schermo, una imposizione di sentimenti selvaggi che diventano supremazia di gesti, trasformando le partite in cinema naturale, con il copione della vittoria scritto e lasciando agli avversari solo il ruolo di comparsa. Ha esasperato il gioco fino a farne leziosità come lamentano i suoi detrattori, ma il suo Barcellona sarà ricordato al pari del Brasile di Pelé e Garrincha, del grande Torino, dell’Olanda di Cruyff (suo grande sponsor) e Rinus Michels o l’Argentina di Maradona (che poi la squadra iniziava e finiva con lui). Diventerà un ricordo collettivo che verrà evocato con le facce dello stupore, e accompagnato da numeri, gol, impressioni. E poi dalla descrizione del metodo di moto unisono praticato dai componenti della squadra. Difficile fare di meglio. Insomma, Guardiola, scende da un trono per andare a pescare, e questo non succede tutti i giorni. I maligni diranno che questa è una stagione magra per la sua squadra, ma basta chiedere a caso in giro per il pianeta: quale è stata la partita più bella di calcio che ha visto quest’anno? E verrà fuori una del Barcellona, un passaggio di Iniesta a Messi o un gol di quest’ultimo. È una scelta di umanità, quella di Guardiola, lascia perché stanco non per andare a cercare di meglio, il meglio era alle sue spalle e davanti ai suoi occhi, gli girava intorno, ed è difficile trovare un club tanto forte e sicuro, accogliente e sfrontato, da non dover ricorrere a nessun altro, da non lasciare la panchina di Guardiola vuota nemmeno per un minuto, non andando a cercare un allenatore fuori dal suo mondo, ma scegliendo la continuità con il secondo di Pep, Tito Vilanova. In questo modo il Barcellona dice al calcio: noi siamo uno stato, e soprattutto siamo autonomi, abbiamo generato un pensiero calcistico e continuiamo a farlo, con Pep o senza, poi il campo ci dirà se hanno ragione. Il Barça sembra un incrocio tra Hollywood (per le storie a lieto fine e strappalacrime da Messi ad Abidal fino a  Vilanova – con in più un dito nell’occhio da parte di Mourinho) e il Pcus, per la continuità e l’autosufficienza oltre l’orgoglio, la convinzione di avere creato un modello e di continuare a lavorarci senza dubbi. Ormai il club è una griffe al pari della Apple, dove i Jobs sono diversi, perché c’è un socialismo sportivo innestato sul capitalismo dei diritti televisivi e di un universo diversificato di sport e investimenti, che bordeggia anche la politica Catalana. Un impegno enorme reggere tutto, a lungo, tanto che Guardiola si sente “svuotato” e ha bisogno di riempirsi, ritrovarsi, di sicuro non andrà in India, né in viaggio né per allenare, forse lo farà con una squadra giovanile forse con un grande club. Resterà per un po’ lontano dalla panchina, andrà in tribuna e quando gli tornerà la voglia gli basterà alzare la mano, per ora le ha incrociate dietro la testa e ride, come Robert De Niro nel finale di “C’era una volta in America”.

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