Pirati di libri

L’uomo ha un occhio di vetro, il cappello dei New York Yankees, la maglietta del Brasile e mi sta chiedendo se gli ho dato dei soldi falsi, io rido, perché lui è un pirata, uno della folta ciurma che falsifica tutto a Lima, soprattutto libri. Ho appena comprato “El sueño del Celta”, di Mario Vargas Llosa. Quando mezz’ora dopo in una libreria comprerò anche l’originale – sigillato come i nostri cd e col bollino di garanzia – scoprirò che la copia pirata ha una data di stampa precedente. E la storia sembra uscita dalle pagine di Paco Ignacio Taibo II. A Lima puoi anche laurearti con un titolo di Harvard. Basta andare ad Azángaro e chiedere alla persona giusta, e lì te lo dicono con tranquillità: «Tutto, proprio tutto, può essere falsificato». Il Perù è un paese pieno di difetti ma non si può rimproverargli la mancanza di schiettezza, dal razzismo ai falsi, si fa tutto alla luce del giorno, senza vergogna. Quando avevo letto ne “La canaglia sentimentale” di Jaime Bayly dei pirati di libri che gli vendevano i suoi romanzi falsi ai semafori delle strade principali, e lo incitavano a scriverne degli altri, avevo pensato a un’altra invenzione di questo scrittore che vive per raccontarlo, è una telenovela in carne e ossa dove la verità è un falso e i falsi sono la verità. Appunto. E mi son detto: ma che bella idea riprodurre i libri per far leggere i poveri, un’impresa da Robin Hood delle lettere, mi sbagliavo, e di grosso. I poveri continuano a non leggere, sono i ricchi a comprare i libri falsi, per disprezzo, o se la volete mettere in concreto: non gli riconoscono nessun valore. E dietro i falsi c’è la storia del paese. Per farmela raccontare vado da German Coronado che dirige la più grande casa editrice indipendente del Perù, Peisa, fondata nel 1968, che ha pubblicato Mario Vargas Llosa, Alfredo Bryce Echenique, Bayly e molti altri, e sembra anche l’unico davvero preoccupato dal fenomeno. «In Perù è sempre esistita la pirateria ma in piccola scala, principalmente per venire incontro alle necessità degli studenti universitari. Così il mercato dei libri usati. Anche se non sembra le due cose sono legate. Perché nel secondo c’è la copertura per il primo». Coronado sembra un Gassman peruviano, ha l’eleganza del racconto e l’amore per la digressione, e la rara capacità di non annoiare. Mentre racconta tira fuori saggi a supporto delle sue tesi, poi scoprirò che la sua battaglia di legalità non è ritenuta fondamentale da politici e giornali. E invece man mano che racconta, è evidente che pirateria e storia del paese sono allacciate. Siamo alla fine degli anni 80, la nazione è stata colpita da una crisi economica di grandi proporzioni e il presidente Alan Garcìa (sì lo stesso di oggi, qui amano le riproposizioni) in un’intervista dice che vista la crisi economica un padre di famiglia non è necessario che compri testi scolastici originali per i propri figli. Per Coronado, un vero e proprio decreto che avallava la pirateria. «Il resto lo fece Fujimori, alzando il prezzo della carta alle stelle, che portò al fallimento di molte case editrici, alla chiusura di moltissime librerie, e vista l’ostilità dello scrittore Vargas Llosa che con le sue critiche su giornali stranieri metteva in guardia dal pericolo – poi divenuto realtà – di una dittatura, promosse una campagna con tv e giornali che diceva: se proprio volete leggere questo nemico della nazione, comprate i suoi libri falsi così non riceverà i soldi dei diritti ». Ha calcolato le sue perdite in quei 10 anni in tre milioni di dollari. Alfaguara, attuale editore del premio Nobel, ha calcolato che per ogni originale di Llosa se ne vendono sette pirata. Coronado mi dice che: «La soluzione ha due piani: la politica con una legge a tutela degli editori, con punizioni esemplari per i pirati e una forte campagna culturale», e mi lascia dandomi una mappa dettagliata di posti dove trovarli. Da Amazonas, che è un quartiere intero che ha più di 200 venditori di libri, e me li divide anche in 120 venditori affiliati ai pirati, 40 in libri usati e 40 non si sa, e quando gli dico ma hanno anche uno spazio di lettura e sono contrari alla pirateria, risponde: «è un saluto alla bandiera». Aveva ragione. Mentre lui elenca il resto, penso che il quartiere sembra anche la versione pirata del distributore mondiale di libri: Amazon. Poi mi dice di andare a Quilca dove incontro l’uomo che crede falsi i miei soldi e anche “Il Cimitero di Praga” di Eco, già piratato, nel centro di Lima, in Avenida Pardo, e poi anche sulle spiagge, al Km 43, dove i venditori infastiditi dalle domande mi minacceranno. Meglio parlare con gli editori indipendenti più giovani, quelli di Estruendomudo (la Minimum fax peruviana). Fanno dei libri belli, la grafica è difficile da riprodurre, decido di adottare il loro “Gastòn presidente”, per far impazzire i pirati che di sicuro un libro così non hanno pensato di riprodurlo (è sempre il mercato che sceglie, Coelho è stato tradotto dal portoghese ed è uscito pirata prima che originale): è un racconto ironico che immagina il cuoco Gastòn Acurio diventare presidente del paese. Alvaro Lasso e la sua fidanzata Silvia Gonzales da sette anni provano a fare libri divertendosi. La loro idea è: «Aprire un chiosco per contrastare per strada i venditori pirata e la loro struttura, uscire dalle librerie e confrontarsi ». In realtà non è facile contrastare la struttura dei pirati, che funziona come lo spaccio di droga. Si possono incontrare i venditori per strada, in alcuni casi parlare con loro ottenendo nomi falsi e una promessa di incontrare il grado superiore, almeno chi stampa, ma in due appuntamenti presi non è venuto nessuno. Vado da Javier Arévalo, che con Alvaro e Silvia ha pubblicato un libro che è un ritratto spietato di Lima, “Los Niños Gotico”, ed è autore di un giallo per bimbi che è stato un bestseller in tutto il Sudamerica: “El misterio del pollo en la batea”. Da anni si preoccupa di far leggere i bambini, «di uccidere i draghi o dargli da mangiare» e ha creato un programma di lettura e insegnamento oltre a battersi per dotare tutte le scuole di una biblioteca vera. Javier, da dove cominciamo? «Dal fatto che la nostra è una cultura antica basata sull’oralità, hai fatto caso quanta gente parla e nessuno che passa la musica in radio? La scrittura, e la lettura, è messa in secondo piano. Tutto sembra fatto di proposito per non leggere. Nelle università la promessa è evitare il superfluo, ma chi stabilisce cosa è superfluo? Come puoi pensare che Tolstoj sia superfluo? Mi costa fatica immaginare che ci sia un complotto, è sciatteria culturale. A Lima, una città di otto milioni di persone, c’è una libreria ogni 800mila abitanti. Ti rendi conto? Questo dei libri pirata è un delitto tollerato, ma se tolleri questo tolleri anche altro: i trasporti pubblici abusivi e via in crescendo fino agli atti criminali. È un paese raccontato dalla strada, che non sente il bisogno di avere testimonianze scritte». Quando lascio Javier mi imbatto in tre venditori pirata, mi sembra che la città ruoti intorno a loro e ai libri, ma questa volta non mi va di parlargli, di chiedere Gastòn presidente, provo repulsione verso l’uomo che da una Volvo nuova di zecca sta comprando un libro, perché ha un’auto di lusso e immagino che avrà abiti firmati, berrà vino cileno ma compra un romanzo contraffatto. Coronado mi direbbe: «Perché non ha rispetto per la produzione intellettuale di questo paese».

Foto di Maria Vittoria Trovato

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One thought on “Pirati di libri

  1. Crescenzo Fabrizio ha detto:

    sarà un caso se in Perù la pirateria è letteraria e da noi musicale e cinematografica?

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