Rumeni di Sicilia

Vivono ibernati anche se passano le giornate al sole, o sotto le serre. Sono in Italia, da 6-7 anni, hanno imparato la lingua guardando la tv, ma non cucinano italiano, non vogliono restare, non vogliono che i figli crescano qua, sono i rumeni di Sicilia, nomadi per sopravvivere. Contadini per forza. Comparse di passaggio. Se non li vai a cercare rischi di non vederli mai. Vengono da paesi piccoli, che stanno ricostruendo da qua, un passo alla volta, una stanza all’anno. Il loro immaginario è rumeno e va da Hagi a Mutu, eroi tristi che l’hanno sfangata, ascoltano Gigi D’Alessio, Laura Pausini, tifano per la Juve, ammirano Totti. Le loro abitazioni: piccole, vuote, orientate alla nostalgia di casa come le preghiere dei musulmani a La Mecca. Passano mesi interi nelle campagne del ragusano, sotto le serre, quelle di pomodori sulla sabbia a Marina di Acate di fronte al mare o nelle vigne di Pedalino. E, quando smettono la loro giornata di dieci ore continuano a lavorare per il pezzo di terra di cui sono custodi, per poter abitare baracche, casette di tufo, persino “Gebbie”: le cisterne d’acqua ad anello. Il loro pizzo lo pagano a un connazionale per venire in Italia a colpo sicuro (un lavoro), il resto con fatica e silenzio. Hanno visto più Sicilia in tv (la serie televisiva “L’onore e il rispetto”) che dal vero, perché quando possono si rimettono su un pullman, e in 72 ore possono dire: casa (in media una volta ogni 10-11 mesi). Il pullman parte con un carrello stracarico di roba, sembra un treno merci, perlopiù elettrodomestici e motorini. L’autista con i risparmi di quelli che restano, da distribuire lungo la rotta ai parenti. Il perché di questa emigrazione senza radici la riassume Valentin Ion (39 anni, da 5 in Italia) faccia da italiano di Germania, fisico da Materazzi – ha un passato da stopper con le giovanili della Dinamo Bucarest, poi un lavoro di una fabbrica d’armi –  «quando abbiamo fucilato Ceausescu non stavo nei panni dalla gioia pensavo ci fosse un grande paese da ricostruire, qualche anno dopo stavo cominciando a rimpiangere il suo regime, prima di diventare nostalgico sono partito». Viene da Havârna un comune di cinquemila abitanti nel distretto di Botoşani, nord della Romania. Dopo un anno di resistenza, ha raggiunto sua moglie Doina (37 anni, da 6 in Italia), una donna di una allegria contagiosa, delicata, riesce ad avere sempre una rosa dentro una bottiglia di plastica al centro del suo tavolo, nella cucina che non ha il pavimento e la copertura d’eternit. Dopo aver fatto la badante «troppo monotono», si occupa di viti, a casa due figli: «la fortuna di una famiglia la fanno i nonni che si inventano genitori per una seconda volta e si accollano la crescita di questi figli senza padri né madri». Ormai, una generazione intera è cresciuta mandando foto dei momenti chiave. Una educazione non partecipata, mediata dalle immagini che vanno e vengono, e tappezzano i momenti d’assenza in stanze di solitudine da nord a sud. Molti dei ragazzi non sanno della condizione di lavoro dei genitori, e loro non rivelano nessuna delle umiliazioni. Sorridono, sopportano, risparmiano, spediscono. Vivono separati dagli italiani, al bar ci vanno solo a pranzo per le colazioni, li vedi arrivare in motorino, puoi palpare la loro felicità per il mezzo, distinguere chi lavora nelle vigne ed è un aristocratico rispetto a chi sta in serra. Ma la paga è uguale: 20-25 euro al giorno per i meno fortunati, 38 euro per chi ormai è un veterano. Nessuno di loro era contadino in patria, qui in Sicilia hanno sostituito gli africani. Due rumeni si occupano di serre  per 15 mila ettari. Viorel Istrate (40 anni, da 5 in italia) un incrocio tra Sergio Citti e Toni Sperandeo, sarto in fabbrica e a casa «mai pensavo di diventare contadino», poche parole, scorza dura, ma una tenerezza di fondo che non gli fa perdere umanità. È dispiaciuto di non avere tempo nemmeno per pregare, e che questa condizione gli abbia fatto perdere il rito «la sera sono sfinito, e non riesco a cercare Dio, però mi consola sapere che le mie figlie, lo faranno per me». Anche la religione diventa delega per altri, per chi sta in Romania, anche la religione è congelata, in attesa del ritorno. Chi ancora non è stato morso dalla nostalgia anche se ha già congelato gli affetti, è Romica Ciobanu (41 anni) da due mesi in Italia. Il primo è stato terribile: dormiva con altri sei in una stalla adattata a dormitorio, dove pioveva e lui ironico «però si vedeva la luce delle stelle», ha cambiato lavoro, e oggi ha una stanza vera. Alle spalle 15 anni nelle ferrovie rumene prima della privatizzazione. I più piccoli invece sono Constantin e Mirella (28 e 25 anni) da tre mesi in Italia arrivati via Belgio. Sono loro a vivere in una ex cisterna, un anello per casa: tre stanze e una cucina salone ingresso più insopportabile caldo africano. Vengono da Dărăbani, lamentano l’isolamento nelle serre, un lavoro alienante. Lui studia per prendere la patente, lei parla stando in piedi dietro una sedia, aggrappata, a difesa, è molto timida, ha preso a parlare solo quando gli uomini sono usciti a fumare, raccontando del suo matrimonio in primavera. Davanti alla loro casa(?) c’è un lago artificiale per raccogliere l’acqua piovana, scura, col fondo di catrame che esce a sbuffo sulla terra e due canditi cigni che vagano mangiucchiando il pane che lei getta. Intorno, a perdita d’occhio, solo serre, la loro gebbia è stata deposta in una valle, e loro affossati, perduti, nascosti dal grigio della plastica, oltre la strada e le altre serre che stanno sulla spiaggia: il mare, dove Mirella non è mai andata, perché ha paura.

 

Photos of Maria Vittoria Trovato

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