Erik runs

«Sono quello con la faccia da criminale», risponde Erik Lannerbäck, quando gli chiedo come faccio a riconoscerlo alla stazione centrale di Stoccolma. Avrebbe potuto dire sono quello con le spalle larghe, fisico da pilone di rugby, calvo. Ma gli piace scherzare sul passato da gangster. La differenza tra lui e il resto dell’umanità salta agli occhi, nessuno si sognerebbe di parcheggiare davanti all’entrata della stazione, tra i taxi. Una vecchia Volvo 740 rossa, «non è mia», precisa mentre saliamo, con lui ci sono Timmie (bosniaco, cinque anni di carcere e ancora sei mesi da scontare come dimostra il braccialetto alla caviglia che subito mostra), e un regista della tv svedese, in eschimo, che si occupa di programmi per bambini, parla poco e mastica tabacco in grosse quantità. Richard Ford non avrebbe saputo fare di meglio. Stoccolma, mattina presto, strade ghiacciate, Erik che ha dei raptus da far impallidire il Gassman del “Sorpasso”, accelera in curva e in prossimità dei semafori – rossi –, e considera nemico tutto quello che si frappone tra lui e la strada. Stiamo andando al Löfströms Gymnasium, una scuola della periferia, dove terrà una lezione sulla legalità. Sarà una lunga giornata tra carrozzieri, meccanici e scuole, con una costante: Erik, runs, corre. Non a caso il carrozziere italiano Antonio La Placa – che lo ha adottato – lo chiama Enrico il pazzo, e sembra il nome di un re vichingo. È il criminale più famoso della Svezia, membro della gang dei Bandidos, poi dei Wolfpack Brotherhood e infine di una sua: piccola e temibile. Quarantacinque anni, quattro mogli, una figlia quasi maggiorenne, due anni da cuoco in Brasile dove non si è risparmiato una rissa con dei ragazzi della favela a Rio de Janeiro: e mima i pugni dati urlando «Sou doido», uno in Thailandia per disintossicarsi dalla droga (anfetamine perlopiù) dove ha capito l’importanza dello stato sociale (è un criminale con la coscienza di classe) «sono sempre tornato in Svezia perché qui c’è attenzione per le persone e una opportunità, se vuoi prenderla», alle spalle: estorsioni «il mio forte era la parola, non dovevo ricorrere alle armi, li convincevo subito, sapevo farmi temere, questo era riconosciuto anche dalle altre gang», traffico di droga e armi, pestaggi «non ho ucciso ma ho visto farlo, ho visto morire estranei e amici: tanti, troppi», in prigione in Austria e Svezia, per un totale di otto anni «mi sono costituito, non mi hanno preso, i poliziotti ai quali mi consegnai dopo aver superato il confine Svezia – Finlandia, nel cofano di un’auto, tremavano. La mia fama era dovuta all’aver affrontato e sconfitto i capi delle altre gang. Ero temuto, anche psicologicamente, forse ho avuto più fama di quella che meritassi. E Fortuna. Mi hanno condannato per quello che si poteva provare: aggressione, estorsione, possesso illegale di armi e per diversi attentati intimidatori». Ora, tiene corsi per la polizia (svedese e norvegese), lezioni in parlamento, scuole università radio e tv se lo contendono per farsi raccontare il crimine scandinavo, e soprattutto capire come evitare che altri cadano nello sbaglio. E lui ha anche una teoria, che espone teatralmente nelle scuole, con molto fascino sui ragazzi. Alla lavagna disegna un diamante (il simbolo di come siamo tutti), poi lo colpisce con un pugno (una ferita, un incidente che ci cambia),e disegna il bozzo: il torto subito, basta poco in una società perfetta come quella svedese per sentirsi a disagio, essere isolato e  desiderare di appartenere, per poter passare quel torto, per ferire altri, e più fai torto a qualcuno più stai male e ne fai ancora, poi hai bisogno della droga per dimenticare, ecco la spirale che inghiotte il diamante. I ragazzi rapiti, annuiscono. «Non sono un insegnante sono un coach, che lotta contro il male». Prima era un esempio di criminale, ora è un esempio di redenzione. Guida il programma “Passus” che aiuta ad uscire dalle gangs e dalla “Swedish maffia” (titolo anche di un best seller alla “Gomorra” che spopola in Svezia, Erik occupa due pagine con foto). Sentirlo discutere e difendere la polizia da molti ragazzini immigrati che se ne lamentano, è il successo della democrazia svedese e del suo sistema di pena, anche se non tutto è da film, e tutte le carceri sono paese: «c’è una forte gerarchia e molti pestaggi, anche se ricordo con nostalgia gli abbracci alla fine dell’ora d’aria tra uomini grandi e grossi che soffrivano di solitudine». Eric, come i gangster veri è un uomo generoso, che ha amici strani: i carrozzieri settantenni siciliani che hanno una officina con ristorante annesso che è da “Soprano”, un iracheno cresciuto in Svezia e ora tornato in Iraq, Hussein Aflaton,  al quale manda dollari per salvarlo nel caos del paese «sono il suo welfare», un tedesco – conosciuto in prigione – che ha una catena di hotel in Germania sempre pronto ad ospitarlo, il meccanico che gli restituisce la sua Saab – trattata come un bimbo –  lanciata a tutta velocità subito, con Iggy Pop a tuttamanetta, e da qualche parte, un vecchio bulgaro, Miroslav Trankov, difeso in carcere «l’ho sottratto al pestaggio con federe di cuscini imbottite con scatolette di tonno». La vita di Erik non è stata un picnic, ma sarà un libro “Det är modigt att be om hjälp” – il coraggio di chiedere aiuto – che Bonniers (il principale editore svedese) sta per pubblicare. La sua forza è l’ironia, oltre la parola, è un Tyson bianco con il rap di Muhammad Ali, una intelligenza di strada che parla la lingua di tutti, fa presa su ragazzi e ragazze, e quando esce dalle aule deve passare tra un muro di mani che vogliono battergli il cinque. Con lui alle lezioni porta alcuni dei ragazzi che stanno partecipando al programma Passus e provando a darsi una vita nuova fuori dalle gang. Il primo, Timmie Silverstramden, 20 anni, bosniaco, è quello che viene con noi a scuola, e al quale Eric chiede di raccontare la sua storia. Emblematica. Nonna, padre, madre criminali, e latitanti, trafficanti di droga tra Polonia e Svezia e lui aveva seguito l’impresa di famiglia, a undicianni. Timmie ha la saggezza di chi ha visto l’inferno, e può prendersela con calma. «L’anfetamina come ideologia, un coltello sempre sotto il cuscino, a quindici anni avevo una gang tutta mia, e ho trovato anche il tempo di essere latitante in Bosnia, dove me la spassavo con giornate di party, ero davvero bravo ad organizzare feste, in confronto, Kusturica con i suoi matrimoni è un dilettante». Ma non stava bene, sapeva di non poter guardare i fratelli che avevano scelto un’altra strada «ora invece ho lo stomaco pulito» (dalle anfetamine e dalle colpe), le sue passioni le puoi leggere sul corpo, dove ha tatuato il nome della squadra di calcio inglese che segue: il Chelsea, adora Drogba e Terry, e il suo motto: “Me, Myself and I”. Quando gli hanno puntato una pistola alla testa aveva dodici anni, e se lo racconta ora è perché ha saputo rispondere, ha detto al capo della gang avversa: «uccidimi adesso, o ti uccido io più tardi», ma se gli chiedi come è finita non risponde, allarga le braccia. L’altro ragazzo che Erik sta seguendo(per ora ne ha tirati fuori una quindicina ) è Robin Josef Pettersson, 20 anni, di origine uruguagia, che a differenza di Timmie ha da poco deciso di cambiare vita: un lavoro da magazziniere grazie a Passus, una casa in periferia con la sua ragazza e ancora molto da smaltire: mi accoglie sulle note di un rap svedese, con i suoi due cani, alle pareti poster di Marlon Brando padrino, Al Pacino Scarface e Che Guevara, sul collo tatuati una croce e una pistola: «è la mia vita, ci sto in mezzo». Ancora non è pronto a raccontare, è taciturno, bisogna estorcergli le parole. «I ragazzi delle gang sono perlopiù immigrati che si associano perché non credono nella polizia, poi a questo si aggiungono i problemi personali – io avevo i genitori alcolizzati – e il bisogno di sentirti forte, si parte con l’esigenza di difendersi e difendere, poi, però, finisci per far del male». La sera rivedo Erik, andiamo a cena in un ristorante asiatico, è un uomo soddisfatto, sopravvissuto a molti errori, che ha ancora la forza di ricominciare, con meno soldi, il suo esempio è Nelson Mandela, uno che è sopravvissuto alla prigione. «In carcere impari che sei vivo finché sudi, e allora ti alleni a diventare una bestia, poi, quando sei libero, capisci che non è così». E devi ricominciare tutto daccapo.

Foto di Maria Vittoria Trovato

 [uscito su D di Repubblica]

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