Happiness is a warm gun in your hand

Giorni di sole e luce, che si depositeranno sulla nostra pelle, patina di sudore per tutti, in coppia alla speranza, un grattacielo allungato sull’orizzonte: Allure of the Seas, la nave da crociera più grande del mondo, odore matrimoniale, svacco autorizzato, bella estate, Caraibi, chiacchiere, giochi, sogni, amore – forse l’ultimo o il primo -, piatti e bicchieri sempre colmi davanti, pensando: non si scioglie così anche il tempo? Il plot è semplice, sta dalle parti del fantastico, almeno per chi riesce a farsi coinvolgere, per gli altri c’è un mondo non reale che recita Hollywood. Mi sento Bill Murray: “Lost in Translation”. Anche un po’ “Ricomincio da capo”: «Tu sei nuova del lavoro, vero? Alla gente piace anche il sanguinaccio, la gente è stupida!». Non lo so se la gente è stupida, so che vuole la felicità o qualcosa che le assomiglia, anche solo per poco, ma la pretende. E questa pretesa o la sua illusione, ha qualcosa di commovente. Non è solo il fantastico mondo de “La fabbrica di cioccolato” o di Oz, dove va tutto bene fin quando non ti chiedi: ma tu mica ci abiti a Oz? La gente lo sa che non ci abita, per questo non è stupida, almeno non tutta. E lo sapeva anche prima di partire, ma molti lo dimenticano o recitano a dimenticare. Salgono la scaletta dell’enorme nave a Fort Lauderdale: vanno in scena, e io non riesco a dirne male. Ho una ammirazione bambinesca per la loro prova d’attore, poi anche pozzi di malinconia, ma come non appassionarsi davanti a questa infinita soap opera d’America? Con spiagge in technicolor, Liz Taylor di provincia e commessi viaggiatori, nichilisti piegati dal sogno ma fedeli al look, un bar per ogni angolo e lì seduto un uomo a bere e raccontare la sua vita e dove non c’è un bar c’è un ristorante, e lì una famiglia di sudamericani che come adolescenti a una festa di compleanno devono mangiarsi tutti i soldi spesi per il regalo. Un mondo raccontato dalla finestra in plasma che in stile iPad al muro di ogni piano, appena esci dalla cabina, ti aiuta a capire e ti ricorda a che giorno sei della tua vita d’attore, e se lo dimentichi, lo trovi scritto a terra all’entrata degli ascensori (ho cercato e aspettato l’uomo che li cambia), e arrivi a pensare che persino i tramonti perlacei siano opera della Royal Caribbean: quando piove puoi lamentarti col direttore della crociera, Ken Rush, che vestito da Elvis, Suspicious Minds, può anche scusarsi. E l’oceano sembra un foglio di plastica stirato al mattino, che solo la sera stropiccia incurante degli sguardi e di chi non ha ancora scattato la foto alla morosa. Se non sai come vestirti, comportati, che parte tenere nella soap, c’è scritto nel diario che ogni sera si trova sul letto, è il copione, si recita a soggetto, ma ci sono tutti i margini per improvvisare. E il mare è solo uno degli accessori della nave, come il cielo che nessuno guarda, bastano le luci e gli spettacoli, perché qua la natura viene dopo, hanno costruito una città che viaggia sull’acqua, al ritmo giusto per lasciarti dimenticare, non c’è bisogno di sporgerti o immaginare. Il viaggio in crociera è tondo, non c’è addio né distacco. Si parte da Fort Lauderdale per Nassau-Bahamas, dopo un giorno di oceano si tocca St.Thomas-Isole Vergini, poi Philipsburg-St.Maarten, e si ritorna alla base. Ogni discesa sembra lo sbarco in Normandia, siamo 8.282 persone (6.136 passeggeri, 2.146 dell’equipaggio), e per fortuna sono l’unico a non sapere cosa fare. Li guardo ammirato, immaginando di poter fermare quello che si muove. Perché se qualcuno ti guarda ti costringe a fermarti, ma loro si fermano solo davanti al fotografo vestito da pirata, e io finisco a bere coca-cola con una anziana signora che impana polpette dolci, con un gruppo di operai che guardano le finali di basket oppure a guardare carcerati caraibici deposti al sole in attesa di processo. La mia cabina affaccia su Central Park, riproduzione di quello vero. Di fronte da uno dei balconi dell’immenso alveare di plastica che si alza tra il verde del parco: c’è l’uomo con la cuffietta blu che fa colazione in terrazzo, sembra Capitan America. Più giù c’è l’uomo Lucertola. Esco e incrocio, oltre Lloyd il mio cameriere giamaicano, sempre il Takeshi Kitano che con il parrucchino-Beatles è intento a girare il suo ultimo tempo, con la moglie commossa assistente alla regia: è un film in mille pezzi, dove lui si sforza di sorridere ma ha un principio di tristezza che ha sempre la meglio. Al banco dei dolci c’è la bambina smarmellatrice di dolci, che poi li ricompone sul tavolo, una DamienHirstBrokenCake, che Dario Argento ammirerebbe. Sono tutti Infelici che si affidano all’industria della felicità, ognuno con la sua missione: in fondo la vita è una pista da ballo. È questo il plot, che regge l’infinita soap. Tutti hanno qualcosa che non va, troppo grassi, troppo piccoli, pezzi mancanti d’incastro e se l’hanno trovato non era quello giusto. Coppie che si sforzano di farcela e sperano che la nave e i Caraibi reggano il gioco. A prua: un mondo di vip con solarium e silenzio. Un raffinato lento librarsi. Puoi fare sport, nuotare, immergerti in una vasca idromassaggio guardando le partite di calcio del Barcellona, la Calvin Klein del pallone. A poppa, c’è la zona pop: due pareti da scalare, in mezzo un anfiteatro con piscina per le esercitazioni da sub. E in alto c’è sempre qualcuno che si lancia da una parte all’altra, e più su c’è chi impara a fare surf, su un’onda artificiale ma con acqua vera e istruttore. E poi campo da basket, dove una bionda si allena ogni mattina a diventare Kobe Bryant. Al bar subito dopo ci sono le tre grassone che bevono birra tutto il giorno. Poi passa il ragazzo coreano che ho visto vincere alla roulette bevendo caffè di Starbucks. Al ponte 5 ci sono locali di ogni tipo, dal pub irlandese alla pizzeria italiana stile Brooklyn, e negozi di gioielli e vestiti. Tutto cambia sul ponte di comando, il capitano, Hernan Zini (44 anni) di Buenos Aires, ci riporta alla normalità: “Da navigante dico che bisogna tenere i piedi a terra, non ho paura, quella nasce quando uno supera i limiti, quando si va oltre, e governando questa nave devo sempre avere il senso della misura, controllare tutto. Rispetto per il mare, e felicità per come ogni giorno accontentiamo tanta gente”. È un uomo razionale, anche se, quando se ne sta in posa, davanti a mille persone in fila, vestite di tutto punto, per farsi fotografare con lui, sembra Forrest Gump.
La nave è un luna park bianco che durante il giorno si colora fino a diventare un set con i fotografi piazzati negli angoli a suggerire scene, promettere incanto. Il tempo è tagliato a fette dal programma di bordo, ti scaricano via tv ogni tipo di invito, e il resto devi farlo tu, andare in scena, decidere tra comparsa e protagonista. Ogni tanto il vento passa a scompigliare le sagome degli eterni distesi al sole. Nelle piscine la calca chiassosa dei bambini, sotto lo sguardo ozioso delle madri che in un doppio click cercano il tipo per consolarsi, e poi benevole tornano alla realtà familiare, in un percorso di trasgressione e pentimento che le sfinisce come e più del lavoro. E quando tutto raggiunge il culmine, a metà mattina: il gruppo dei Mega4 ha suonato ancora Bob Marley, quando il ghiaccio del cesto delle birre si è sciolto, il cameriere del cocktail è passato con lo stesso sorriso ancora una volta, il libro che stai leggendo è a un punto morto, la bella che guardavi ha scelto altro, il palestrato è sceso due ponti sotto a correre, si va mangiare, si volta pagina e scena, e con la fame si spera sopraggiungano dei significativi cambiamenti. La giornata della crociera è una scala mobile, un eterno salire stando fermi, limitando al minimo le forze, tirando fuori il peggio, tra desideri voglie e richieste, alzando di continuo la posta. C’è anche chi l’amore ce l’ha ma in questo gioco del rialzo ne vorrebbe ancora, c’è chi è estraneo a se stesso e alla sua cattiva volontà di amare, c’è chi è in apnea e prova a capire se può farcela o è il caso di togliersi la maschera e cambiare, è un teatro apparecchiato sull’oceano, una commedia per coppia, che nessuno nota, perché troppo intento a giocarsela. O almeno a provarci. E la notte ci sono i ricchi russi che al Casinò, rilanciano. Pacchiani, goffi e pure scarsi. Donne scollate che annegano gli sguardi nei quadranti delle slot machine, vecchi italoamericani disposti a raccontarti di quando erano gangster a Little Italy. Nostalgia e rimpianti. Il film è finito, titoli di coda, in fila per uscire. Mi chiedo che cosa si capirà, se c’è una voce narrante non è la mia, non saprei da dove cominciare. Non c’è niente qui, non ci sono messaggi, la sceneggiatura è vuota, almeno quella che hanno dato a me. Intanto, salgono, gli altri, quelli che ci danno il cambio e vanno in cerca della felicità sospesa sul mare. Guardano le nostre facce come si guarda il meteo prima di andare in vacanza.

Foto di Maria Vittoria Trovato

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