I was confident

E se Kapuscinski sosteneva che l’Africa non esiste: troppo grande per poterla descrivere, possiamo dire che esistono i calciatori africani con il loro carico di storie che diverranno anche gol, poster, figurine, siti. Prendete Didier Drogba, racconta la Costa d’Avorio – meglio di Naipaul e dei suoi “Coccodrilli di Yamoussoukro” –  dove la sua esultanza con rotazione del bacino è diventata la drogbacite, le birre locali definite drogbas per dimensioni ed efficacia, e nessuno avrebbe immaginato tanto seguito quando lasciò il paese a cinque anni per andare a vivere con uno zio che giocava nelle serie minori del calcio francese. Una infanzia passata a guardare calcio europeo alla tv e a giocare tra Dunkerque e Abbeville, senza mai diventare francese e non era scontato. Potrebbe provare a diventare presidente come George Weah nella vicina Liberia, magari con più fortuna. E c’è chi è diventato pure arte come Samuel Eto’o che l’artista Kehinde Wiley per conto della Puma ha usato come soggetto nei suoi quadri a spasso nel tempo. Invece no, Drogba ha deciso di vincere la Champions League, sì perché l’ha vinta lui, e non contro il Bayern Monaco segnando il gol del pareggio e tirando il rigore decisivo per la coppa, ma nella partita contro il Barcellona dove ha fatto come Eto’o (con la maglia dell’Inter e con la medesima squadra avversaria), appunto, non arte, ma parte, nello specifico tre (parti): la sua, quella del terzino aggiunto e quella del regista di se stesso: lanciandosi a porta da solo. I giocatori africani sono così, li abbiamo visti spostare di peso difensori per andare a segnare (Drogba), farsi il campo (e non solo) per andare in porta col pallone (Weah), diventare pragmatici più di un agente di Wall street (Eto’o), insomma il calcio africano non è solo folklore e sofferenza, è anche davvero evoluzione, movimento, viaggio. Non è solo vite e fatica dickensiana ma anche successo. Non tutti hanno la fortuna di giocare nei tre quattro club migliori dell’Europa, e molti finiscono per strada dopo aver aggirato Schengen con il migliore – e ultimo – dei dribbling. Ma Drogba sta al calcio africano come il primo razzo cinese alla Luna, va oltre il confine e i gol segnati da Roger Milla col Cameroun, e va anche oltre la medesima impresa di Eto’o con l’Inter, sì, perché il Chelsea non ha Mourinho e nemmeno Milito, e volendo nemmeno un gioco da calcio piuttosto da cortile. Drogba non è solo un attaccante, col fisico possente e bla bla bla, no, la sua forza è la voglia di contrastare la pochezza del tempo, che passa veloce, nello specifico i novanta minuti calcistici, in questo recinto temporale, che chiamiamo partita, lotta come un cavaliere templare e mentre gli altri mollano, lui continua a sperare quasi sapesse che gli tocca quella parte. Le partite sono cinema naturale senza copione, quello si scrive vivendo, correndo, e non smettendo di giocare, e anche fingendo come spesso fa il calciatore ivoriano, sceneggiate da film western, con isteria che ricorda McEnroe, ma tutto per la causa. Drogba non smette, non so se ha a che fare con il fatto che sia africano o meno, con la religione, o solo con il carattere, so che è quella la sua arma in più, poi vengono tutti le altre di cui vi raccontano i giornali sportivi. A me interessa, l’aura di Drogba o anche la sua ossessione quella di non lasciar andare via nemmeno un secondo. Se ci pensate solo i baci hanno una capacità maggiore di vincere il tempo (segue dibattito, non qui, però). Quando, dopo il gol al Bayern Monaco, si è lanciato in ginocchio esultante (come fa sempre) ed ha tirato indietro il busto, mi è apparso come il tavolo di un ferro da stiro, sembrava portarsi addosso tutta la fatica non vista di questa ossessione temporale, e poi di questa squadretta, il Chelsea, che non gioca il calcio migliore, che era acciaccata, pigra e senza orizzonte, e che lui ha rianimato con l’aiuto di Di Matteo, capace di scegliere come rimedio un calcio vecchio ma efficace, che vedeva in Drogba e nelle sue caratteristiche, l’unica possibilità di fuga. Per farla breve non è un attaccante ma una uscita di sicurezza con manuale per la fuga incluso. Un proverbio –baulé– dice: colui che segue l’elefante non è toccato dalla rugiada. È probabile che Drogba l’abbia raccontato a Roberto Di Matteo, e lui, che è un uomo pratico, abbia risposto: ok, a passo letto, e stando tutti dietro, ci toccherà la gloria, quella nera che ha i piedi e la testa dell’elefante Drogba, seguiamolo.  

 

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One thought on “I was confident

  1. Marco Buccino ha detto:

    complimenti per il tuo blog e per la tua scrittura. stamattina ho scritto un editoriale sulla finale di champions. se ti va, passa a leggerlo. grazie http://marcobuccino.wordpress.com/

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