La versione di Yogesh

Eccoci qua, in posa, per il “Times of India”, mio fratello Ramesh, mia sorella Felicia, di fianco a mia madre Radhika, a seguire papà Suresh, e dietro, ci sono io, Yogesh: la famiglia Saldanha al completo, e siamo ricchi. In pratica metà Mumbai è nostra, e l’altra metà pure, è nostra indirettamente, siamo noi l’economia di questo posto, o almeno così la raccontano i giornali che sanno solo una parte della storia. Questa foto è stata scattata prima della mia partenza, ci tengo molto, sapete come quelle vecchie cartoline di città che poi sono cambiate, adesso sono un’altra persona, dopo sei mesi, sono dimagrito, ho i baffi e ancora più soldi. E il mio migliore amico è il tapis roulant, lo so, potrei fare di meglio, lo dice anche mio padre, ma è grazie a lui se ora sono diverso (al tapis non a mio padre), e oltre alle tante rupie ho intorno anche altro, cioè, io ora vedo anche altro, sarà per via del bilanciamento delle proteine. Ho cambiato città, non lingua, ambiente, non livello, alimentazione e abitudini, non capacità d’acquisto né di spesa. Non gioco più a cricket ma a basket, ma solo per conoscere gente, poi mi toccherà il golf, e allora meglio il canestro, credetemi. Il basket non è uno sport ma un linguaggio, se vuoi conoscere qualcuno qui, devi far saltare una palla, se vuoi che ti passino un segreto allora devi puntare al tiro libero, persino se vuoi che una ragazza esca con te (rupie o dollari a parte), devi saper fare rimbalzare la palla tra le tue mani. Ripeto, lo faccio per socializzare, a me piace correre, e nemmeno per strada, ho il mio tapis, e guardo la città dall’alto, è come se ci corressi su, ma il campo di basket, rinunciarvi, è come non andare al ballo di fine anno. Si imparano un mucchio di cose anche solo guardando. Per dire io un giochetto l’ho imparato dalla tv, c’era Kobe Bryant che lo spiegava, mi ci sono messo come se fosse un esercizio di fisica, fino a quando non l’ho risolto, raggiungendo un gesto simile a quello della guardia tiratrice. Che poi, questo paese è tutto un campo di basket dalla Casa Bianca all’ultimo angolo di cortile schifoso di un posto di provincia, neve o sabbia, pioggia o sole, quello che conta è avere un canestro sulla testa o almeno nel retro di casa. Dite che ci sono andato in fissa? Può essere, ma va sempre così con le cose che mi piacciono. Il basket è come se fosse il linguaggio per parlare di tutto, è la lingua universale, spesso al campo, non quello degli studenti come me, l’altro, quello fuori dal campus, lì, non gioco, non ho i numeri, ma solo sentire i pensieri che si passano i ragazzi neri, i loro ragionamenti tra un passaggio e l’altro, mi fa stare bene. Sembra combattano contro il vento, che trabocca, qui, in certe mattine, pare essere la parte in più delle giornate, che sono bicchieri sempre pieni oltre l’orlo. E certi giorni mi sento così anche io, e no, nemmeno il basket può farci niente, non perché non sono americano, ma perché avere tutto, sapere che c’è è qui, intorno a me, dietro, davanti, sopra, sotto, per quanto io mi nasconda, scappi, è qui ed è troppo. È questo che sento, il troppo, che ho a lungo amato, quando ero solo un ragazzino indiano e allora la ricchezza era la polvere che tutti volevano cadesse addosso, e io mi sentivo una città in una palla di vetro, c’era sempre la neve, bastava girare, invece, adesso, vorrei trovare il modo di lavarla via, ma ho scoperto che non si può, dalla palla non si esce. Quando mi danno dell’«indiano di merda», a New York, in certi bar dove mi piace far colazioni che sono fughe, provo piacere, perché lì, in quel momento la polvere non si vede, è andata via, e anche le pareti della palla ma poi esco e tutto ricomincia. La tengo in tasca quella foto, ogni tanto la guardo per farmi orrore, sono migliorato, ho perso il grasso e anche quella buffa espressione che avrà guadagnato milioni di «idiota» quando gli indiani hanno aperto la pagina e l’hanno guardata: invidia, sogni, odio, forse anche amore di qualche ragazzetta che mi ha visto a forma di rupia, poi hanno richiuso il giornale, qualcuno mi ha dimenticato, altri mi usano come esempio di scemo, qualcuno come unità di misura di quello che guadagna, in generale la gente pensa poco a noi, anche se parla tanto di noi, dico di noi ricchi. Il ricco è una torta da guardare in vetrina, l’assaggio da fare con un dito, il tentativo di iniziazione, per scoprire che sapore abbiamo, oltre i giornali e le foto (a quello servono), poi tornano alla normalità, quella che è il mio desiderio.

 

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