Say Her Name

«Mi chiamo Lori Berenson e non ho ucciso nessuno. Sono una donna americana, mi son fatta 15 anni di carcere in Perù perché avevo aderito al gruppo rivoluzionario Mrta, i Túpac Amaru. Hanno trovato a casa mia ottomila proiettili, tremila candelotti di dinamite, e una dozzina di membri del gruppo. Hanno detto che io avevo schedato i congressisti per sequestrarli, ma io non c’ero in quella casa, e non conoscevo le loro intenzioni. Mi hanno arrestata su un bus nel centro di Lima. Un tribunale militare, con un giudice incappucciato, mi ha condannata prima all’ergastolo, poi a 20 anni, infine 15. Scontati tutti. In carcere ho avuto momenti relativamente belli e altri da dimenticare. Sono stata in isolamento e con altre prigioniere, ho fatto il pane e il giardiniere, ho lavorato in una lavanderia e imparato a cucinare. Il carcere è non potere essere utile, rispetto a quello che succede intorno a te, mancare ai tuoi cari nel momento del bisogno. Ricordo il terremoto e lì ho fatto i conti col mio fallimento: proprio io, venuta per aiutare, dovevo starmene in un letto per 23 ore. E quando ripenso alla mia condanna l’impressione è quella di essere stata usata, Fujimori con il mio caso poteva dire che c’era un coinvolgimento internazionale nel terrorismo, e l’ha detto. Dopo la sua caduta la vita in carcere è stata quasi civile. Sono entrata che Lima era una città povera e non c’era Google, sono uscita e l’ho trovata piena di soldi e di case, troppe. Ho imparato a usare internet con un corso e ora lavoro come traduttrice. Penso che l’atto più sovversivo che si possa fare è studiare, non per conseguire pezzi di carta, titoli, quelli te li compri ad Azángaro, ma per non farsi fregare. A me piace la Selva, se potessi scegliere è lì che vivrei. All’inizio mi infastidivano le urla della gente per strada, che mi diceva “terrorista”, avevo quasi paura, ora sto prendendo coraggio, e penso: ho sbagliato, ma ho anche pagato le conseguenze. E nessuna persona ha il diritto di giudicarmi. Non ora. Non più. Mi sono sposata in carcere con Anibal Apari e mi sono separata fuori. Da lui ho avuto Salvador che ora ha tre anni, e porta il nome del paese dove tutto è cominciato. Presi a interessarmi dell’America Latina quando uccisero monsignor Romero, qualche anno dopo andai in Salvador con un programma di cooperazione e da lì conobbi organizzazioni peruviane e mi innamorai del paese. Volevo solo interessarmi ai poveri, migliorare le loro condizioni. E no, non cambierei la mia vita. A Salvador non dirò bugie, deve sapere la verità e la saprà da me. Non scriverò la mia storia, sta bene così, scriverei la storia di altri, della gente senza voce che ho incontrato in giro per questo paese. Ora che Fujimori è nella mia stessa condizione, non provo altro che indifferenza, e so anche che lui non ha avuto né avrà nemmeno uno dei giorni bui che ho avuto io in prigione. Ho letto molto, c’era poco altro da fare, ho cambiato diverse prigioni. Mario Vargas Llosa mi piace quando lo leggo, nei romanzi, ma quando parla di politica mi sembra un pazzo. No, non vado al cinema, non ho un film preferito, non ho una canzone del cuore, forse uno scrittore: Mario Benedetti, che per me è stato molto importante. Adesso sogno in spagnolo, è questa la mia lingua, conosco meglio il Perù degli Stati Uniti e appena potrò farlo ci andrò con Salvador. Ho sempre odiato i confini, non mi sono mai posta il problema. Adesso sono quasi una donna libera, il pomeriggio porto Salvador ad aspettare le onde del Pacifico».

Foto di Maria Vittoria Trovato

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One thought on “Say Her Name

  1. dr. Gonzo ha detto:

    Spacca. La Allende, a confronto, è letteratura da centro estetico.

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