My goal is to entertain myself and others

L’anomalia fantascientifica – come lo chiamava Isaac Asimov – Ray Bradbury ha cambiato condizione esistenziale, scavalcando il tempo terrestre e il sistema assegnato, occupando un’altra forma di sonno, che chiamiamo morte. Quando aveva cominciato a immaginare mondi diversi e lontani era il millenovecentoquaranta, un tempo senza televisione, dove la fantascienza la facevano, un poco, i fumetti, il resto era roba per bambini che qualche volta trasmetteva la radio. Era un mondo tutto da fare, e lui lo fece grazie a una rivista: Astounding Scienze Fiction, guidata da John Wood Campbell, che voleva gente capace di intuire il futuro, e Bradbury pur non avendo studi scientifici, divenne quello più bravo non solo a prendere il futuro, ma anche a restituirlo, perché era un poeta, con tutto il carico e i difetti del genere, spesso con eroi fragili, altre volte con un eccesso di sentimento, ma le sue intuizioni sono diventate la nostra vita, le sue cronache sono la restituzione quasi esatta (è ancora in vantaggio di molti anni) del nostro tempo. Quando nel 1949 la Doubleday & Company inaugurò una collana di un genere che diventava sempre più necessario, l’anno dopo, il terzo volume fu «Cronache marziane». La sua forza era che il futuro immaginato aveva una struttura comune a chi leggeva, comprensibile, suonava a orecchio e chi lo ascoltava riconosceva il suono del quotidiano, il suo Marte somigliava alla Waukegan (Illinois) la cittadina dove era nato. Più della logica era la fantasia a contare, era un mondo artigianale che ovviava alle carenze scientifiche con le semplificazioni pratiche, quasi che il trucco fosse risolvere i problemi del presente disegnando un futuro di comodità, in una ripetizione del tempo: dove i marziani sono i nativi americani e gli astronauti gli europei. Poi venne«Fahrenheit 451», che conteneva un futuro meno romantico nel quale leggere libri era reato, partorito da un mondo orwelliano, che ha avuto molta fortuna, spesso tirato in ballo a sproposito e che ha generato una marea di cloni, persino Michael Moore, senza l’ironia di Bradbury. Per quanto la critica si sforzasse di dargli una dimensione la sua scrittura e immaginazione si sono costantemente smarcate come i tatuaggi animati de «L’uomo illustrato». E chi ha letto «L’estate incantata», un piccolo libro, spesso dimenticato, sa che è una storia fondamentale del genere fantasy, dentro c’è tutta la tenacia che bisogna avere per apprezzare la vita e tenersela stretta, niente racconta meglio la paura di crescere e gli strappi che ne conseguono. Non è solo nelle «Cronache marziane» o nei tanti altri libri scritti, che ora tutti citeranno, ma anche e soprattutto nei dettagli dell’incanto di una estate del 1928, che Ray Bradbury, attraverso gli occhi di un bambino, ci mostra come è difficile il futuro, quello a portata di mano che contempla la distruzione della casa al risveglio e che ha sempre una parte del vetro opaca quando lo guardi.

 

Photograph by Dan Tuffs

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