Cuori sgozzati

Il posto è inconfondibile, tutti ci vanno per fuggire dalla noia e finiscono a vivere la stessa realtà. Palm Springs, California. Hanno cominciato i ragazzi della generazione X di Douglas Coupland, ora proseguono quelli della Y e della Z. Lettere per generazioni con zaino in spalla, si portano dietro un mondo. Provano a vivere minimo tre vite, come nella Portland di Katherine Dunn di “Cuori sgozzati”, raccontata anche da Chuck Palahniuk, «uno fa il cassiere in un alimentari, l’archeologo e il motociclista», oppure: «il poeta, la drag queen e il commesso in libreria». Scendono in apnea, lasciano gli studi, la città di nascita, la sicurezza, entrano ed escono dall’esercito come commessi al grand hotel. Scegliendo di tradire le aspettative.
Se a vent’anni non ti droghi non sei normale, se a trenta non sei ancora in altomare fra dubbi e tavola da surf non hai capito nulla. Stai sull’orlo, poche certezze, nessuna aspettativa. Ma tutti alla fine del viaggio hanno un sogno di normalità. I genitori in giardino, in provincia o anche in grandi città, persi nel loro lavoro, disprezzati perché non hanno saputo comprare una casa. I sentimenti ben nascosti dietro le vetrine di un sexy shop, in un negozio di tatuaggi, negli occhi di una spogliarellista dolce come una mamma. I’m gonna live forever. È come se corressero verso il futuro con le forbici in mano. Attaccano prima che la vita li respinga. Si defilano per continuare a sperare. Aspettano, frustrati in molti casi, l’occasione giusta. Si confessano con disinvoltura. Sono cresciuti con i videoclip negli occhi, i pc sulle gambe. Parlano mentre fanno altro. Non vanno in cerca di verità, quella la lasciano a televisioni e giornali. E ognuno ha la sua dose di speed e di pizza. La lingua ruota intorno a fuck, cool, trendy, shit, spun. Vedono e sentono solo il deserto che gli sta intorno. Stranger in a strange land. Stranieri in terra straniera, si dicono, ma non hanno mai letto il libro di Robert Anson Heinlein, neanche sanno chi è. Non importa, non importa mai molto, mentre cerchi di spiegarglielo hanno già voltato pagina, persino cambiato idea. Eppure il vecchio Heinlein diceva una cosa che loro potrebbero sottoscrivere: «Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti». Stanno uno accanto all’altro come barattoli in un supermercato, ma non fanno corpo, hanno poco da dire pur avendo la realtà in comune. Il loro mondo era già qua.
Il deserto: un armadio da aprire. Pochi mesi: hai già fatto i conti, e non capiscono se è questo lo scandalo o è la semplicità di aver visto e capito per tempo lo schifo che li circonda. E allora: sabbia, pale eoliche, palme, skate park, parcheggi, Paris Texas, case da telefilm seconda serie; massimo della stravaganza un tirannosauro di plastica che scruta l’orizzonte. Nessuna consapevolezza politica fin quando non arriva “Vote or Die” di Puff Daddy che ti dice chi sei e che fare più di un genitore marine. I luoghi hanno nomi da fumetto, Coachella Valley, Indio Valley, Cathedral City, Palm Desert, Bermuda Dunes, La Quinta, Rancho Mirage si prestano alle interpretazioni new life di questa recente ondata di attori neorealisti che preventivamente ripudiano l’ordinarietà distruttrice del matrimonio dei loro genitori. Se la generazione X (indicativamente quelli nati tra il 1965 e il 1975) fuggiva dalla sistemazione e aveva bisogno di storie da inventare – allucinate favole che partivano dai quadri di Roy Lichtenstein, quella Y (tra gli Ottanta e i Novanta) figlia della X e la Z (post 1995) nipote e coetanea della paura terrorista, non hanno molto da inventare. Lo stanno già facendo altri per loro. «Cosa farò domani? Andrò a giocare un po’ a golf».
E tutti vogliono amore, prima o poi, anche se si tratta di love without love, che lo si cerchi in chat o in un bar, si procede a colpi di fucking without love, e forse mentre parliamo c’hanno già pure fatto un videogioco. Sesso droga e rock’n’roll. No, sesso droga e denari. Con il pallino comune di dover sempre colonizzare tutti gli spazi, come quello di avere simboli vuoti, frasi bibliche da non ascoltare, bandiere alle finestre e il disordine in casa. Generazioni divise non solo dal diverso rapporto con la tecnologia, che si fa sempre più invasiva fino a sostituire i quadri con le immagini digitali: protesi attraverso la quale passano desideri e azioni. Ma anche dall’aumento del consumo di droga, del distacco con la famiglia, fino alla quasi scomparsa di certezze, dal lavoro alla musica al credo: «La religione per me è solo un teddy bear per bambini adulti», sostiene per esempio William (25 anni). Il rapporto con la memoria riguarda sempre meno la Storia e sempre più i bit, e se proprio ti chiedono del Berlin’s Wall c’è Google. È l’Information generation come rivendica orgoglioso Isaac (22 anni). Tutto si sfilaccia verso una liquidità. Dall’iperattività al coma. E viceversa. Scritto, catalogato sui blog di livejournal e wordpress, trovi i loro profili su facebook, linkedin e uber, e le loro foto nelle pagine di flickr o tumblr. È come se avessero una coazione all’esilio, una naturale predisposizione, per poi costruire inutili zattere nell’oceano-web per farsi vedere, trovare, ma non tornano a casa con una nuova storia da raccontare, dalla loro. Solo parole in libertà.
Se quelli della X i giornali non li intercettavano, questi (Y e Z) li prendi anche da un altro continente. Partono da Seattle, San Francisco, Washington, New York diretti «verso il magnifico impero del deserto», come dice Mike, ma il punto di arrivo è sempre un altro posto, ancora da scoprire, più virtuale che reale. Hanno tatuaggi in vista, ché «con il piercing sono sistemi rituali di appropriazione di se stessi, strumenti per trasformare la percezione di sé da attiva in passiva», spiega Marilee Strong, giornalista americana, nel libro Un urlo rosso sangue. «Pensavo che la generazione X fosse adesso. Come ci chiamano ora? Siamo Y? Penso che la mia generazione sia praticamente fottuta, da vecchi saremo rugosi e tatuati». Scendono i gradini della società con la stessa disinvoltura e velocità che avevano alcuni loro coetanei negli anni Ottanta salendo le scale di Wall Street. «Una volta avevo dei sogni, penso, ma non ne è rimasta traccia», dice Larina (20 anni). La paranoia da South Park si mescola alla malinconia: «Ho sentito la tristezza di essere un outsider e in un certo senso la valle è un gruppo gigantesco di outsider – la terra dei giocattoli disadattati». Prendono poco come le piante grasse che adorano, citano i telefilm della stagione in corso per farti un esempio pratico, oscillano fra la troppa vita e la voglia di farla finita, stupendoti quando parlano del Demerol (farmaco post chirurgico) che Elvis usava come estrema cura. Sono venuti qua, o ci sono nati e non se ne sono andati, perché ogni città è identica e tutti fanno le stesse cose. Ignorando che anche loro – deserto o meno, libertà di dosi massicce di speed o no – stanno nel mazzo ordinario dei giorni, forse solo con più spazio e meno rotture. Cercano la mappa della vita senza riuscirci, sono bloccati o forse non ci provano abbastanza, si addormentano con la consapevolezza di non svegliarsi nel futuro. Quando le cose stanno per cominciare non vedono rischi, pensano che niente sia definitivo, non c’è nulla che valga la pena di essere anticipato, il mondo può anche andare a rotoli, l’unica cosa che conta è la vita che accade. Mentre tutto gira, i margini si disfano, fermi all’angolo della storia, davanti: la sabbia del deserto, dietro: un parcheggio vuoto, nell’iPod gli Smashing Pumpkins a suonare eternamente Today.

Photos of Patrick Strattner  http://www.patrickstrattner.com/

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