America a pezzi

Dici Sigonella, pensi Craxi, ti perdi l’oceano. E un mucchio di umanità. Perché oltre il filo spinato, i ventilatori grandi motori d’aerei, il Tyson allegro in mimetica che la targhetta al petto chiama soldato Johnson, un Beckham intellettuale che porta scritto sopra cuore:  soldato Iraft,  il carabiniere: baffi, noia e paletta, sudato, sotto un cartello che racconta gli incidenti stradali di mese, settimana e giorno, con cause, numero feriti e morti; c’è la Nas (Naval Air Station) di Sigonella: Truman show, Disneyland e America beauty in divisa. Appena entri dimentichi che sei in Sicilia, a pochi chilometri da Catania, potresti essere in Texas o in Arizona. Case basse, bandiere a stelle e strisce, e cartelloni da happy days che annunciano gli spettacoli di cinema e teatro per la sera. Cinquemila americani per turni di tre anni. Di italiano, oltre l’auto dei carabinieri, i nomi delle strade e mille lavoratori sparsi in giro. Il resto è targato America. Lingua inglese, dollaro come moneta. La base (supporto alla sesta flotta)  è divisa in due: c’è quella operativa e quella logistica, poi ci sono i villaggi dove i militari hanno casa. Microcosmi rassicuranti. Gusci déjà-vu. Spazi larghi. Palme per vincere la nostalgia, una tv: Afn per non dimenticare, piscina per svagarsi, giardino per barbecue e veranda per riflettere. L’auto a destra, il canestro per sognare a sinistra, sopra la porta del garage. Qui, tutti hanno una visione di lungo termine, questa è solo una tappa, una delle tante. Desideri al singolare che poi diventano collettivi nei discorsi del Presidente degli Stati Uniti. Sicurezza, benessere, pace. Tradotti: Dio, patria e famiglia. Ti raccontano ogni cosa della loro infanzia, dell’università, sembrano avere una vita legata alla geografia più che ai gradi o agli studi, mentre parlano puoi vedere i loro aerei alzarsi, le loro navi affrontare gli oceani e approdare nei posti più disparati. I racconti sono accompagnati da sorrisi e battute, c’è sempre spazio per una riflessione romantica a braccetto con una religiosa, hanno opinioni positive dei posti che lasciano e sono pronti a dare fiducia a quelli che stanno per accoglierli. Insomma, seguono alla lettera quello che gli dicono ai corsi. Sono ragazze ben messe, ragazzi: enormi, a volte goffi: a tavola come nelle espressioni. E se togli lo sport mattina e pomeriggio la loro vita a Sigonella è una giornata da impiegato che finisce la sera a guardare i documentari su Discovery Channel. Quando vogliono sentire casa – e non gli basta quello che hanno intorno – vanno al supermercato, in attesa dei figli accudiscono cani, organizzano cene, quasi avessero il timore dell’intimità. Sono addestrati per sparare, si allenano scolpendo i loro corpi, inseguono l’efficienza massima, ma hanno paure da bambini: insetti, serpenti, caterpillar. I loro idolo è perlopiù Michael Jordan, il film dove si riconoscono “Il buio oltre la siepe”, l’eroe Gregory Peck. La musica li divide, nemmeno il Boss, i Rem o Dylan li mettono d’accordo, con la musica tornano a casa, hanno sempre un cantante o gruppo che dice il nome della loro città. Si sono arruolati per viaggiare, guadagnarsi la cittadinanza, al massimo per studiare, se gli togli il fucile sono ragazzi di una ingenuità spaventosa, non sanno niente di  Jeremy Rifkin, Gore Vidal, o Franzen che da noi hanno seguito, non parlano di Iraq e di politica. Se domandi di Obama, al massimo un sorriso, enigmatico, se provi a chiedere un giudizio sul reduce McCain si trasformano in gente del Programma testimoni. E se ti spingi fino a cos’è l’America? Piovono le risposte da film: il paese delle opportunità, dei diritti civili, del riscatto, «the land of the free» e compagniabella direbbe l’Holden di Salinger che non hanno avuto il tempo di leggere. Se guardi a orecchio nei loro sentimenti capisci che le famiglie americane non sono nodi difficili da sciogliere come le nostre, ma elefanti legati da un filo di lana che mai si spezza. Però, tutti risponderebbero «sì,credo di sì», alla domanda che muove l’ultimo libro di Richard Ford («sei pronto a incontrare il creatore?»). Comincia Rosal L. Wilson, command master chief, terza carica della base, «sono il sergente cattivo di full metal jacket», ma se le chiedi l’età arrossisce. Viene dalla South Carolina, ha i rasta e somiglia all’hostess (Pam Grier) di “Jackie Brown”, gira da 14 anni per i centri di addestramento, dall’Illinois alla Sicilia passando per la portaerei “Ronald Regan”. Una famiglia di dieci fratelli, tre arruolati, madre casalinga, padre operaio. Ha scelto l’esercito per l’istruzione. Single, per adesso, il cuore le batte solo per Tom Brady, quarterback, nei New England Patriots. Ed è contenta, «in attesa». Richard Barreto, al contrario, non ha tempo per aspettare. Colombiano, sergente armiere, arruolato in marina per viaggiare, parte di un programma che sposa il sogno americano promettendoti di cominciare da marinaio e arrivare ad ammiraglio, sponsor Jeremy Boorda, al quale è riuscita l’impresa (anche se la sua vita non ha avuto un lieto fine hollywoodiano).  Trent’anni, paura della solitudine, amore per gli aerei (il padre era tecnico della Pan Am), ascolta Radiotre, legge Tasso e Marquez. Per lui, gli Usa  «sono un concetto complicato», l’eroe: John Travolta, ma in spagnolo ti dice ancora «Simon Bolivar». Chi invece conosce una sola lingua, è Paul Rumery (48anni) cappellano, tenente di vascello presto capitano con ritorno a casa, protestante, famiglia cattolica, reclutato in seminario, esperienza in Iraq (niente da dire, molti pentimenti nello sguardo, sarà l’unica parola a togliergli il sorriso), di sé dice: «sono un peccatore salvato dalla grazia», dei suoi soldati: «peccatori, ai quali non piace pensare di esserlo», il suo eroe è Martin Luther King, ma è anche contento di essere il pastore di Kennebunkport, nel Maine, dove Bush ha la residenza. Pensa a Madre Teresa come un fenomeno, a Patton come esempio. È preoccupato per la violenza nel mondo, ha paura per i figli e compassione da vendere, sarà l’unico a parlare di ecologia, senza dire niente di Gore, of course. Ma se si vuole vedere l’America allo specchio anche fuori dai confini è a cinema che si deve andare, basta alzare gli occhi e passare in rassegna la striscia di film che campeggia sulla biglietteria: “Toy story”, “Titanic”, “Intoccabili”, “Et”, “Febbre del sabato sera”, “Guerre stellari”, “Padrino”, “Indovina chi viene a cena”, “Mary Poppins”, “Casablanca”, “Via col vento”, “Topolino”, chiudono: John Wayne e James Dean. E poi entrare al supermercato «tutte le volte che si viene assaliti dallo spaesamento», reparto cornflakes, come racconta Tracy Spencer niente a che vedere col cinema, mamma italiana, infanzia a Napoli, gioventù surfista alle Hawaii, allenatore di Basket a San Diego, ora si occupa di supermercati. Altra vita quella di Christian Hansen (33 anni) tenente di vascello del Minnesota – pilota d’aerei cargo in giro per l’Europa, il suo cielo preferito: quello sopra Lisbona – e di sua moglie Hyun Young Hansen (27anni) incinta di una bimba, racconta ai coreani la Sicilia su un sito per viaggiatori del suo paese, le piace l’Etna, Catania e «il suo degrado di fascino». Si sono conosciuti sull’isola di Guam nel Pacifico. L’ultima cosa che li ha fatti impazzire: “Into the wild”, «l’America è un po’ di tanti paesi». La loro casa, sembra un compromesso tra oriente e occidente. Sognano di possedere un’isola tropicale, hanno un salotto più in ordine di una caserma con la tavola sempre apparecchiata per sei, il manifesto della loro vita in cucina: live well, laugh often, love much. Oltre la loro finestra: un campo, dove incontriamo Raymond Delpesche, sergente maggiore, di Saint Vincent nei Caraibi. Allenatore – giocatore della squadra di calcio della base, difensore centrale che vorrebbe allenare in serie C, va a vedere il Catania, ha come esempio Josè Mourinho, è l’unico a parlare l’italiano e ad amare Totò, adora Bob Marley, vorrebbe essere Zidane (testata compresa), vivere in Svizzera, spiega il fuorigioco agli americani: «se loro scendono, tu sali», il suo progetto di vita: «rimanere in Italia più possibile». Chi, invece, è appena arrivato, e fatica non poco ad adattarsi, è Matt Knight (28 anni), sottotenente di vascello, capo ufficio stampa. Sua moglie Nicole Knight (27anni) insegna pedagogia nella base al central technical college, hanno un cane: Harley, onnipresente. Sono del Nebraska entrambi, e lo usano come misura del mondo: «il Nebraska è grande tre volte la Sicilia, da noi nel Nebraska solo campi e trattori,  il sogno era uscire dalla campagna del Nebraska». Lui prima lavorava nei sottomarini, «nulla si può paragonare al guardare l’oceano», ma il sogno era volare. Hanno paura di sbagliare. Si sono conosciuti a scuola senza lasciarsi mai. «L’amore è qualcosa di simile a quello che siamo». Gli eroi, singolari, inventori per lui: Edison, Franklin, una donna speciale per lei: Rosa Parks. E, se l’interroghi sull’utilità di una base: «le basi sono necessarie, come i francobolli e il sapone», dicono.

 

Photos of  Maria Vittoria Trovato

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: