Suicide girl

Bevono birre e sogni, mostrano tatuaggi, capelli colorati, trucco marcato, dreadlock e almeno un piercing. Qualcuna canta e vuole diventare famosa, altre si accontentano di spogliarsi a tema e di essere l’idolo sommerso e alternativo per un pugno di adolescenti che guardano oltre la tv e il suo verbo imperante. Giocano a non essere inquadrate ma finiscono a mangiare da McDonald’s, e se insisti, scavi, a sud delle trasgressioni, le trovi. Se vai oltre l’aspetto, per qualcuna il linguaggio, vedi ragazze normali che, spogliandosi, si sono vestite di carattere, da nude hanno trovando il mondo che mancava per farle sentire in corsa. Quando le incontri, fuori dal set e dal loro sito, senza la maschera artistica e sofisticata della seduzione indotta, senza i loro segreti da blog: scopri ragazze fragili, con desideri comuni, al massimo ti imbatti in un paio che hanno fatto della presunzione e della provocazione un modo per continuare a essere una suicide girl. Il nome viene da Chuck Palahniuk (dal romanzo Survivor) come molto di quello che è controverso e anticipatore di mode o derive. Il “furto” del nome e l’idea di creare un portale a pagamento che divenisse spaccio di nuove bellezze alternative: tra dark e fetish, molto più vicine alla realtà rispetto ai canoni imperanti e alle tette di Pamela Anderson, è stato di Sean Suhl “Sean” e Selena Mooney “Missy Suicide”. L’inizio dice Portland, Oregon, nel 2001, poi si espande, andando oltre ogni aspettativa, arrivando in un episodio di CSI e ad aprire un concerto dei Guns’n’Roses. Per capire, dovete pensare a vostra figlia più Courtney Love che torna a casa dopo due anni di convivenza in un frullatore con Marilyn Manson. Spesso, però, esaurito il giro delle trasgressioni dal sesso alla droga, mostrano una saggezza che non ti aspetteresti, anche perché molte di loro devono fronteggiare la precarietà e con i soldi delle foto non ci vivono (500 dollari a set, in media uno l’anno di 30/40 foto). Per Alessandra Tisato (29 anni, otto tatuaggi) in arte Albertine, c’è stato un processo strano da modella suicide a fotografa ufficiale. «Stavo lavorando a un progetto di autoritratti in cui ero per la maggior parte nuda. Il corpo femminile e la tematica erotica mi hanno sempre attirata. Una mia amica, vedendo le foto, mi ha raccontato di aver sentito parlare di questo sito. Affascinata, ho ampliato una delle serie adattandola e sono diventata una di loro. Conobbi Missy, l’ideatrice, che mi propose subito di iniziare a collaborare». Se stai lontano dalla loro vanità arrivi alla radice delle scelte che vanno oltre la voglia di apparire, esserci, diventare famosi, e comprendi che l’appartenere a qualcosa che è trasversale e che scavalca le frontiere con facilità, l’essere parte di un mondo, sorella di una tua simile che se ne sta nel Nebraska o in Nuova Zelanda, vale più di ogni altra cosa. Ecco perché si diventa suicide girl, per avere una comunità d’appartenenza, un’identità e la possibilità di fare quello che si vuole davvero con niente. Un po’ come succedeva agli anarchici all’inizio del secolo. E nel salto da Malatesta a Missy si capisce anche da che parte va il mondo. In Italia sono una trentina (tra i 20 e i 29 anni): colte, e più ingenue e con più problemi di una secchiona, costrette a nascondere i loro tatuaggi sulle braccia sotto lunghe maglie e il nome e cognome dietro un nickname perché genitori e/o amici, parenti non sanno delle foto e non immaginano nemmeno che esista un sito del genere (a sfondo erotico ma atipico, registrando il 43% di donne tra gli iscritti). Più che essere veramente sfuggenti le ragazze giocano a diventarlo, hanno fidanzati contenti di vederle ammirate e cercate, le scenate di gelosia sono per altro. Quello che invece non sanno le ragazze è che più nuoti nelle provocazioni, più bordeggi la banalità, più ci caschi. Per quanto tu possa stupire, rimani sempre una ragazza, una donna da costruire, e alla fine, fatti due conti, tutto quel che cerchi è amore, un lavoro e dei figli, anche se l’hai presa larga, e ci stai girando intorno, dicendo d’infischiartene, è lì che finirai, e da lì che ripartirai. Se poi tieni conto che la bellezza – alternativa oppure canonica – oltre a dover salvare il mondo, è come lo sport: poesia e business, capisci il gioco, e giustifichi le ragazze, e la loro filosofia che vuole mettere arte e nomi e cultura, su quello che è banalmente carne con aggiunta di ideogrammi e colori. Cristina (29 anni, due tatuaggi) di Bologna in arte Gufina che si vedeva «col nasone, brutta» da ragazzina: ha la pelle bianchissima, è una donna molto dolce e ironica, disegna vestiti in latex e fa la traduttrice dei fumetti Marvel «ho il terrore dei ragni e sono stata fidanzata per dieci anni con il redattore di Spiderman». Per spogliarsi o entrare nella parte del personaggio (i set sono sempre a tema, c’è una storia dietro, la sua era quella di una scolaretta che battendo la testa, impazziva e cominciava a svestirsi) si toglie gli occhiali, come Clark Kent in Superman. Sta in casa tutto il giorno, non fa sport «sono la persona che rimanda sempre a domani», e non si droga. È diventata una suicide quasi per caso: era a Londra, ha partecipato alle selezioni, ce l’ha fatta. L’ingresso nelle suicide ha segnato anche la presa di coscienza della sua femminilità, l’indipendenza sentimentale e lavorativa che non si aspettava. Entrare in squadra ti fa sentire importante, ti spinge a uscire allo scoperto, se tanta gente ti ammira e scrive che ne vuole ancora: vederti rivestire e spogliarti e così via, quella energia che a loro serve per immaginare a te serve per svoltare, andare avanti, prendendo quello che non immaginavi. Altra storia per Valentina (23 anni, undici tatuaggi) che vive tra Milano e la Brianza, in campagna con i genitori. Piccolina, capelli rossi, unghia blu, appariscente rosa di plastica come anello, un kimono cortissimo per coprirsi, se non fosse vestita così non la noteresti. Per lei, Janet Fischietto è un vero e proprio alter ego con il quale litigare e confrontarsi, scherzare e provocare. Vive in uno specchio e negli anni Venti, si mantiene facendo spettacoli burlesque «amo travestimento, abiti e makeup, il mondo circense, la sensualità». La sua missione è «dare spettacolo attraverso il corpo, farne un’opera d’arte». Si ispira alla contessa di Castiglione, Virginia Oldoini: dipinge, fa la writer per strada «scrivo il mio nome ovunque». Ha come mito D’Annunzio: «Le veline sono cliché, i cloni mi fanno pena. Vengo da scuole cattoliche, fino ai dieci anni volevo diventare una suora. Dopo, ho capito che non sarò mai di luce, che l’appartenenza è la carne». Di quegli anni rimane la passione per l’iconografia: «La mia stanza è piena di santi e madonne, mi ripeto: fai della vita il più grande degli show, nel futuro sarò una celebrità non so ancora come, ma ci sarò, anche se nei prossimi vent’anni mi vedo sempre coloratissima ma a casa con due bimbi». Di queste ragazze, colpisce la forte ricerca di avere una seconda identità, inseguita con riferimenti primitivi (gli ornamenti) e con un linguaggio nuovo (il web in tutte le sue espressioni), ma il risultato è una evidente viscosità emotiva che ha tutta la stanchezza dell’Occidente. E il dubbio che essere suicide sia un modo diverso di dire ho paura di rimanere sola, di non essere vista, allora mi sovraespongo. Poi, è anche un gioco, dove si prova – approssimativamente – a costruire quell’individualismo che è già mancato a tante donne.

 

Photos of  Giovanni Cocco

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