Walking the Basilicata

«Sono fuori servizio, e non è di mia competenza», comincia così il mio viaggio, con la reticenza del Sud e i suoi rifiuti di responsabilità. A rispondermi è una donna incrocio tra Rosi Bindi e Susanna Tamaro, camicia azzurra e la scritta Fs sul seno, una mano che gioca con la obliteratrice e l’altra attaccata come una protesi al cellulare. Le porte del treno che da Napoli mi porta a Maratea non si sono aperte. Per cinque vagoni ho provato invano, poi siamo ripartiti. E mi sono messo in cerca del capotreno che non si trova. Dribblo fumatori da corridoio, mamme apprensive al telefono, bimbi che giocano davanti a bagni, ragazze tirate a lucido per la spiaggia. Il sogno del treno è Scalea, la meta, l’Eldorado, il resto non esiste, e se c’è non conta. Scalea fin da Napoli la senti masticare come se fosse la California, su questo treno sgangherato che va a Cosenza con quarantacinque minuti di ritardo. Alla stazione di Praia, trovo questo uomo anziano con una faccia paciosa da pentapartito, che risponde, a differenza del macchinista risoluto che mi aveva liquidato in una battuta: «il comando delle porte funziona, chi mi dice che non mente?» Il mio biglietto. Troppo tardi, ha richiuso finestrino. Basile, si chiama il capotreno, con calma messicana e accondiscendenza da prete di campagna, mi aggiusta lo zaino sulla spalla e dice: «prenda uno dei treni che vanno nella direzione opposta, racconti al collega, dell’inconveniente, non pagando il biglietto». Cinquanta minuti dopo, l’altro capotreno, ovviamente non mi crede, e domanda anche: «ma tra Praia e Maratea che differenza fa? Il mare non è lo stesso?» Indeciso se desiderare di essere in un film di Tarantino per sparargli, o vittima di una candid camera, dopo una breve rincorsa con spirito buddista, vado con lo spiegone: ci sarebbe una differenza geografia, la prima si trova in Calabria e la seconda in Basilicata, e avendo deciso di attraversare a piedi la seconda dal Tirreno allo Ionio, e avendo chiamato il viaggio Walking the Basilicata, capisce che mi viene scomodo? Mentre parlo gli mostro anche il biglietto Napoli-Maratea, che lui non degna di uno sguardo, e dopo una smorfia da cartone Disney, che gli confonde rughe e camicia, brontola: «ogni scusa è buona per non pagare il biglietto».

*

Dalla stazione di Maratea alla piazza del paese, sono sei chilometri di salita. Si passa tra cancelli retro villa con gadget di cani rabbiosi, e ortiche, mi compiaccio della leggerezza del mio zaino, anche se ho due ore e fischia di ritardo. Ad ogni passo mi ripeto un verso di Pasternàk, ho deciso che sarà il mio motto, servirà a superare i momenti duri. È tratto dalla poesia di Amleto (la prima tra quelle che si trovano alla fine del dottor Živago): “Vivere una vita non è attraversare un campo”. I miei due esempi, invece, mettetela come vi pare, diciamo che se mi faccio questi chilometri a piedi da una costa all’altra è anche per ricordare loro: Chris McCandless che si incamminò per le strade americane e poi si perse in Alaska, dove morì. Jon Krakauer ha scritto un bel libro su questa storia “Nelle terre estreme”. E Josè Gutierrez, il primo soldato a essere ucciso in Iraq, nel 2003. Si era fatto a piedi dal Guatemala alla California, quando gli riusciva saltava su un treno. Aveva vissuto da homeless e clandestino. Dopo la leva militare, voleva studiare architettura. S’era arruolato nei marines per dimostrare – ha raccontato il fratello –  “la propria gratitudine all’America”.

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Maratea è un set da Giuliette e Romei, risulto incongruo con il mio abbigliamento, lo zaino, il sacco a pelo e il sudore. L’unica che mi rivolge la parola è Bianca, brasiliana. Parliamo sotto la statua di San Biagio, in piazza, mentre mangio. La barista, invece, piange un ragazzino morto, mentre prepara il caffè e mi fa sapere che apprezza la scelta dei genitori di donare gli organi.

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Ancora salita, ma sulla strada tra Maratea e Trecchina, sono solo con dei falchetti che volano su sfondo blu Las Vegas. Pietre, pulizia dei monti, strade che si avvitano al silenzio.

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Trecchina, piazza alberata, preparativi per la festa, piedi dolenti, ho ancora forza, compro cena al supermercato e scendo verso Lauria. Mi sistemo sotto una galleria di una strada che mi dicono chiusa da 20 anni. C’è qualche cornacchia di lato che si lamenta, un cane che abbaia lontano, se non fosse per il ferro sparso, il cemento della galleria, potrei dire di aver dormito in una grotta, a mollo nello sciroppo caldo.

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Prime luci del giorno, la sagoma grigia della strada si fa largo tra il verde del paesaggio. Il celeste dei guardrail, consumato: è diventata una linea spettrale che corre inutile e sghemba, fra ruggine ed erbacce, sopra il fiume di asfalto scavato dall’acqua e dal tempo, sembra una ferita su carne chiara e striata. Cammino a centro, padrone di una strada a due corsie come nemmeno il protagonista de “The Road” di McCarthy, qui non ci sono state apocalissi, ma solo errori. Distinguo una macchia bianca di pecore, prima che possa arrivare a finire di contarle sento abbaiare sempre più vicino una coppia di cani. Raccolgo le pietre che ho vicino ai piedi, depongo lo zaino e aspetto di vederli comparire, invece spunta Alessio un ragazzino con denti da coniglio e faccia scura, occhi grandi e un boccone di pane e formaggio appena staccato dall’involto di carta che tiene in una mano, mentre l’altra regge un bastone da vescovo, che curva in cima. Facciamo un tratto di strada insieme, ha un odore di latte rancido addosso che mi sale nelle narici. La nostra conversazione è rotta dai suoi fischi e urla verso cani e gregge. Riesco a sapere poco di lui, parla a mozzichi un italiano da straniero, mi mostra il suo cellulare, dice del suo motorino, e del desiderio di sposarsi. Non lo contraddico, ci lasciamo davanti al cimitero di Lauria.

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La Basilicata è una salita che vuole complicità, devi andarle dietro, ho provato due volte a deviare per sentieri trovandoli chiusi, avrei bisogno di un machete per farmi strada. La sola compagnia è quella delle lucertole. Salgo tra “Capricci di moda” e ripetitive scritte sui muri che diventano una certezza man mano che avanzo: Cristo ci è fermato a Eboli, Marx a Lauria. Dopo quindici chilometri, mi siedo, di fronte alla caserma dei pompieri, fuori dal paese. E scopro, alla fermata del bus, che c’è tutta una letteratura da muro, con la storia di IceMan scritta da Laura.

*

Dietro una curva spunta la fontana dei contadini, Contrada Pecoroni, acqua gelida, getto tintinnante nella vasca a bordo strada. Mi siedo, butto lo zaino sotto, a terra, e mangio pane e frittata con un gatto nero che non la smette di miagolare fin quando non gli mollo un boccone. Un via vai di gente che mi chiede dove vado e perché, ma tutto è intervallato dai giudizi sull’acqua: meravigliosa, eccezionale, ghiacciata. Poi si ferma anche una macchina della forestale. Chiedo quanto manca per Latronico ma non lo sanno, gli mostro la mia carta costellata di disegni, scarabocchi, simboletti per i sentieri chiusi e i cani pericolosi, e invece di venire a capo della distanza, si finisce di nuovo a parlare del viaggio. Hanno visto il film di Papaleo, inutile tentare di tracciare una differenza, e alla fine devo anche subire il racconto del passaggio di una trasmissione Rai con la Gregoraci,e quando ripartono rimango con i dubbi dell’inizio: salite, salite, e nessun sentiero per tagliare.  

*

Finisco in un alveare sovietico, a ridosso delle terme, un hotel come nemmeno in Albania e Moldavia mi era capitato di vedere. Un esercito di vecchi in vacanza che passeggia, una stanza imbiancata da un ubriaco che ha voluto reinventare la geometria piana. Latronico è il muso sottile di un mostro, un animale perso nelle tenebre della terra. Nella mia stanza persino l’estate sembra lontana. C’è qualcosa di mostruosamente ingiusto in questo spazio. Un tempo disegnato da un demone, che attraverso uno slittamento ha accumulato umanità dolente con la scusa di dargli ristoro. Mi sento infiacchito, abulico. Incontro solo anziani che mi parlano dei loro malanni, nemmeno provo a raccontare che ho trenta chilometri a piedi, e me ne accollo altri sei – tre di andata e tre di ritorno – per salire al paese e mangiare fuori dall’oscurità e dai visi di terracotta che stazionano alle terme.

*

È una notte calda, la luna è luminosissima sembra di poter vedere le sue nodose venature. Ho cenato in un angolo, tra due ali di ospiti in festa. Mi sono sentito ancora più estraneo. Al ritorno incrocio un gruppo di ragazzi in piazza, al centro un Elvis triste in giacca bianca annuncia che stasera si distruggerà, a me fanno male i piedi. E poi di fronte a una verità indiscutibile persino scuotere il capo è inutile. Per strada penso che darei dieci euro per una birra ghiacciata, invece mi tocca l’acqua calda. A letto la Basilicata, a farla a piedi, e anche a pensarla, mi appare più grande dell’Asia.

 *

Gli occhi abbassati sulla strada, cammino ore senza tempo, lungo la Sinnica, sotto un sole pesante da tenere sulle spalle, che mi respira sul collo. Un paio di volte sono sceso al fiume – Sinni, a larghi tratti ancora selvaggio – per prendere ombra, riposarmi, ma è impossibile camminare di fianco. Mi tocca una strada monotona, esplosa di luce. I miei passi sono costellati di offese, in molti si sporgono dai finestrini delle auto a insultarmi, regalandomi una ottima domanda: perché lo fanno? Perché un uomo con centoventichili di matrimonio deve insultarmi? Troppo facile, rispondere. Ci deve essere dell’altro. Ricordo Celati nei suoi diari di viaggio lungo il Po si interrogava sulla paura che facevano i miserabili, e si rispondeva dicendo che la gente non li vuole guardare in faccia, non vuole fare i conti con loro. Io mi sento solo un camminante, niente di più. Certo, nessuno conosce più le distanze tra un paese e l’altro, nessuno sa dirti se ci sono fontane o sentieri, perché camminare è fuori dal tempo, al punto di sembrare sovversivo. Quando lo chiedono, rispondo che cammino per pensare, e soprattutto per ricordare Chris e Josè, e racconto la loro storia. Tutti mi parlano di “Basilicata coast to coast”, ma c’entro poco col film, anzi, più cammino più mi convinco che se davvero troupe e attori avessero fatto il viaggio non si sarebbero persi tutta la poesia che si respira in questa regione e che  nel film manca, c’è un buco, ed è la realtà di quelli come Nicola che si ferma per darmi un passaggio non richiesto. Salgo, non mi perdo nulla. E ci guadagno la sua storia: bidello che sta andando a Potenza per il suo ultimo turno a scuola, dormirà lì, dopo non si sa, risulta tra i tagliati della Gelmini, è molto religioso, mi lascia convinto che il Signore gli darà una mano, lo spero, lui l’ha data a me, come un improvvisato Simone di Cirene.

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Il lago sotto il monte Cotugno lo vedi da lontano, che sembra un miraggio – improvvisa chiazza blu – perché poi ne passa di tempo per riacciuffarla, scompare, tra gli alberi e le case. Mangio sotto un pino triste, di fronte al campo di Senise. Seduto spalle a un cancello, all’ombra, ogni tanto infilo la mandibola nella piega del braccio e mi riposo. E poi mi tolgo le scarpe, ho due vesciche, una per piede, e pare di avere due sassi sotto le piante. Le battezzo, Elisabetta: la grande, e Clara: la piccola. Bisogna sempre dare il nome al male. Poi le incido, ne viene fuori una acquiccia oleosa, che è come se fosse il prezzo di arrivare fin qui. Mi incerotto e riparto. Voglio starmene un poco sulla diga. Taglio passando per un campo di ulivi. Ho la contentezza di un bambino, e non posso non pensare a Chris e alla sua ossessione per l’Alaska. Da qui, sono gli uomini in macchina a farmi impressione, ad apparirmi goffi, come prima lo ero io su quella strada senza ombra.

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Alto sulla diga, se ne sta Colubraro, il paese che non si nomina, tutti mi raccontano lo stesso episodio della macchina che si ferma sotto il paese, e non va più. Ne parlava anche Ernesto De Martino in “Sud e Magia”.

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Zoppico, ho il timore di compromettere il viaggio. Rifletto come il lungo camminare a piedi richieda la stessa cura maniacale degli aerei e delle auto di formula uno. Se sbagli assetto sei fuori. Se metti i calzini sbagliati o un pantalone troppo stretto, se mangi o bevi troppo, se non ti riposi il giusto, se non ragioni sui chilometri da fare, lo paghi e nel modo peggiore, sul tuo corpo, con la moneta del dolore e una ulteriore perdita di velocità e tempo. E un cane diventa preoccupante come e più di un temporale, ma questo lo capisci solo se stai cercando un posto dove passare la notte. Uno spunta da un cunicolo e pare proprio uno spettro, abbaia come una sirena, ha più paura lui ad aggredirmi che io a resistere. Quando capisco che non uscirà dal suo rifugio, passo ignorandolo, anche se ammetto lo spavento.

*

Non so come spiegarlo, e anzi vorrei che ci fosse qualcuno per parlarne, ma come mai più cammino, più mi isolo, e più pensieri ed esempi che mi vengono per raccontare e spiegare questo viaggio hanno a che fare con la mia cultura religiosa, che pensavo superata, rimossa, sorpassata. È come se l’arcaicità dei gesti non trovasse – almeno per me – altra narrazione che  in vite di santi o in quella di Cristo.  E la strada, ora, è un sussurro rauco nell’oscurità.

*

Quando arrivo ad Aliano prima che a Levi viene da pensare alla Wertmuller dei Basilischi. Alla controra – che il film raccontava bene – il paese è vuoto, sembra attraversato dal demone del sonno. Davanti al bar trovo due ragazzi, un vecchio e il vigile del paese, al quale chiedo la strada più breve per arrivare a Stigliano. Prima devo rispondere alla loro curiosità, e dopo divento spettatore del più classico dei litigi tra meridionali: il vigile che rimprovera ai ragazzi di non fare niente. Nicola e Antonio sono avvocati e lamentano una chiusura della categoria nei loro confronti, perché vengono da famiglie senza precedenti in quel lavoro, non riescono a superare l’esame di abilitazione, e quindi ad esercitare. Uno incolpa addirittura Levi, divenuto marketing, e l’altro, invece, è scatenato contro le conventicole, professandosi radicale. Li lascio, quando cominciano a sentenziare persino sul mio viaggio, a dirmi cosa e come farlo. Faccio in tempo a sapere il nome del vecchio contadino, Giuseppe, che fuma in silenzio ad occhi chiusi.

*

Cimitero di Aliano, passo per Carlo Levi, il suo viso è assente, la sua tomba d’ebreo piena di sassi, intorno invece ci sono le facce dei contadini, uomini con baffi a manubrio, donne dai tratti forti che nascondono i capelli sotto fazzoletti scuri, e tetri come chador. Da Aliano a Stigliano, ulivi, cicale e vento pigro. Come il silenzio che mette imbarazzo, camminare ti costringe a fare i conti con te stesso, puoi contare solo sul corpo, e, agli uomini non piace sapere di essere soli. Stigliano, prima di salire al paese il benzinaio Enzo, mi chiama per darmi da bere. È un gesto che mi rincuora. Poi, mi convince ad accettare il passaggio di Giuseppe e Teresa raccoglitori di pesche, tornati sconfitti dalla loro emigrazione: porte blindate per lui sottaceti per lei, a Parma, fabbriche chiuse. Mi lasciano con una notizia che mi fa ridere a lungo: sono stai i primi a convivere in paese. E ancora non si sono sposati.  Sotto il cartello Stigliano leggo: “Et ca hia murue”. Siamo oltre il manifesto spirituale. Più in là: scritta verde al neon intermittente “Slots”. Aspetto il mio amico Rocco de Rosa, l’unico, con Paolo Rumiz capace di citare Robert Mallet a memoria, e di criticarlo anche. Imbianchino con la passione per la storia e un progetto: fotografare i paesi e la gente della Basilicata nei giorni di festa, i suoi album farebbero morire d’invidia l’Harvey Keitel di “Smoke”. Insieme andiamo a Craco, tutti mi parlano di questo pastore che si è barricato nel paese abbandonato, complici i pastori sardi e la loro protesta, per strada immagino qualcosa a metà tra un brigante e un critico della modernità, mi trovo davanti Antonio Duca, faccia sporca, modi da scimmia, orecchini e una banda di rumeni ai suoi ordini, che nega il suo nome, non vuole parlare, ha venduto le capre e dietro le rivendicazioni sottraeva pietre alle case per rivendersele. È stato cacciato dai carabinieri.

*

Mar Ionio, scuro di notte, placido, non ho la forza di andare sulla spiaggia. Stazione di Metaponto, appare San Leone, in processione: auto che strombazzano e canti, mancano solo gli spari in aria. Quattro tunisini discutono animatamente di meloni, cicale in sottofondo, note da discoteca che si alzano dai lidi, nessuna biglietteria, nessuno sa niente, sembra che non ci siano capostazione o addetti, siamo in pochi, c’è uno –  italiano – che è arrivato con lo scooter sui binari, sto disteso sulla panchina, in disparte un ragazzo pakistano, ne arriva un altro a chiedermi dove trovare acqua, è cominciato il Ramadan, ho la borraccia e anche una bottiglia comprata prima, gli regalo la bottiglia, parliamo un po’,vive in campagna mi dice che deve andare, domani si alza presto, e attraversa i binari, mi ristendo quando sento urlare: «ti faccio arrestare, hai capito, merda». Mi alzo e comincio a urlare: «come ti permetti?» E quello: «chi cazzo sei tu?» E fa per venirmi incontro, io che ho accumulato parecchio rancore non mi fermo e urlo di più: «non ti devi permettere di insultare nessuno, dove stavi quando cinque minuti fa c’era uno con lo scooter sui binari? Quando mezz’ora fa dal treno per Taranto sono scesi due tuoi colleghi e hanno attraversato i binari?» Quello si spaventa. Bussa alla porta ed escono altri due. Voglio litigare ma quelli cambiano tono, il ragazzo pakistano chiede persino scusa e non mi ascolta quando gli dico di andarsene, quasi che avesse paura che potessero picchiarmi. I tunisini sono scomparsi, l’altro pakistano non si è mosso. Arriva il treno, è mezzanotte, ho i piedi che mi fanno male.

 

 

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One thought on “Walking the Basilicata

  1. Agata Narcisi ha detto:

    Scrittura d’altri tempi, caro marco. Riposante. Rara

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