italiagermaniaquattroatre – rebirth of cool

Quando vidi le lacrime segnare il volto fiero e buono, ascetico e virile di Giacinto Facchetti, dissi ai miei vicini: è cominciato il nostro secondo risorgimento. Non a caso i calciatori ora intonavano l’inno di Mameli a gola spiegata, soverchiando gli squilli della fanfara dei messicani scornacchiati e pesti. Io ripensavo a Mameli, al suo eroismo e poi all’eroismo nuovo, di questa eletta schiera, fratelli nostri due volte, che si cingevano la testa dell’elmo di Scipio. Si erano stretti a coorte, avevano recato il loro impeto contro la burbanza dei brasiliani, già combattuti e vinti da Giuseppe Garibaldi, più di un secolo prima, agli inizi del nostro primo risorgimento. Quando Facchetti levò alta nel cielo americano la coppa Rimet scese sullo stadio messicano un silenzio profondo e poi un boato di applausi, rassegnati quanto volete, invidiosi i più, ma sempre boato, era. Mentre i brasiliani vedevano Facchetti come Varela, e qualcuno ci rimase pure secco. Ai nostri ragazzi salì il cuore in gola. Gli eroi son tutti giovani e belli e Giacinto lo era più degli altri. Tra le sue mani gagliarde: splendida come una stella, la coppa scintillava. E con quel gesto, in una terra lontana e infida, nasceva la nuova Repubblica, sotto gli occhi di Fanfani. Più in là Ferruccio Valcareggi, eletto poi ministro per i giochi italiani, e insignito del gran collare della coppa, come un papà buono, un Agamennone in Argolide, più umano e pio, rimandava certamente con il pensiero alla lunga vigilia, ai notturni ripensamenti, alle segrete cure di chi sta per condurre la sua schiera sul campo dell’onore, e sicuramente in cuore suo riconosceva di ciascuno i meriti: il potente Gigi Riva, che con quel suo tuffato colpo di testa, allo scadere dei tempi supplementari, aveva piegato le mani al portiere brasiliano, sigillando la vittoria per subito scomparire sotto una catasta di abbracci più che fraterni, il tenace Burgnich, l’agile e sicuro Albertosi (eletto poi sindaco di Pontremoli e di Sarzana, a furor di popolo), l’elegantissimo Rivera, l’acuto Mazzola, il generoso Domenghini, il forte Boninsegna, l’abile Cera e giù tutti gli altri, fino agli esclusi non meno meritevoli. Tutto questo successe quella sera a Città del Mexico, e io che ero presente capii l’enorme peso dell’evento: la rinascita dell’Italia. Dopo i secoli di Michelangelo e quelli di Mameli, stavano per spuntare i secoli di Facchetti e della nuova Repubblica Presidenziale.

Ma questo era solo una parte di un sogno fatto da Luciano Bianciardi, le cose come sapete sono andate diversamente, non c’è stato un secondo Risorgimento e soprattutto non c’è stata nessuna vittoria a Città del Mexico, la Coppa è andata al Brasile, a noi il tempo ha concesso qualcosa di meglio, per quelli che si sanno accontentare, la partita che ci portò in finale è diventata storia, votata come la più bella del secolo, si è trasformata in film, spettacoli, discussioni, soprattutto è diventata un mondo, sembra italiagermaniaquattroatre, non è mica italiagermaniaquattroatre, e via così, insomma non è male per essere solo una partita di calcio, certo, con i preliminari più lunghi di una storia d’amore da film francese, c’è da impazzire o da raccontarla.

Anche perché quella non era una partita ma l’uscita del nostro calcio dalla zona d’ombra, quasi un esame di maturità, affrontavamo i tedeschi alla pari e in una occasione ufficiale e definitiva per la prima volta dopo la guerra, e per la prima volta eravamo soli nel provare a batterli. È anche vero che quella generazione di calciatori, era una linea d’avanguardia di quello che saremmo diventati, insomma, non lo sapevamo ma quella sera stavamo diventando grandi dando calci a un pallone. Quella era l’estate che cambiava il paese, Facchetti e Giggirriva due superman malinconici, ragazzi della porta accanto, Burgnich un Garrone dal cuore d’oro, Mazzola e Rivera i due primi della classe a litigarsi il primo banco nell’area di rigore, Boninsegna l’amico che studia da mago e Domenghini il ragazzo che farà strada, lo vedi da come ti guarda. Queste le facce dei calciatori che fecero l’impresa, volontariamente o meno, non sapevano che per la prima volta una semifinale avrebbe cancellato una sconfitta e anche la partita più importante: la finale.

Prima di arrivare a quella sera, a quella partita straordinaria, una impalcatura di noia e normalità per reggere i tempi supplementari: di cui la gente dirà che si è commossa e divertita, finendo per ricordare dove e come ha visto quella carambola di gol, quasi che Dio o chi per lui agitasse il campo come un bimbo una lattina di coca-cola, un tira e molla di colpi e speranze, talmente irreale da sembrare cinema naturale, da apparire come opera d’arte – ci credo, meno male che giocavamo con i tedeschi e non con una squadra sudamericana altrimenti conteremmo i morti –. Prima di arrivare a quel 17 giugno del 1970 a Città del Mexico, Italia Germania dell’Ovest, si perché c’era ancora il muro, e per farvi capire a che cosa sia sopravvissuta questa partita, e quanto lontana sia non solo in termini di tempo ma di mondo, la colonna sonora è “Let it be” dei Beatles, che pochi mesi dopo si scioglieranno, in cielo saliva per la prima volta il boeing 747 ed era griffato Pan Am che ora non c’è più, proprio come Muammar Gheddafi che veniva proclamato premier della Libia, più giù, geograficamente parlando, nasceva con una costituzione di stampo marxista la repubblica popolare del Congo,  in Germania invece nasceva il gruppo armato comunista Raf (Rote Armee Fraktion) di Andrea Baader e Ulrike Meinhof, da noi invece sul secondo programma debutta “Rischiatutto” di Mike Buongiorno, non lo sapevamo ma stava per diventare un programma di governo, che intanto era alla terza volta di Rumor con difesa a quattro (DC, PRI, PSI e PSU) rafforzata sulla fascia sinistra ma senza nessun attacco, o forse invidiando quello del Cagliari di Riva e Scopigno che vincono lo scudetto, mentre a Sanremo vince “Chi non lavora non fa l’amore” di Adriano Celentano e Claudia Mori.

Un altro paese, se ci pensate, adesso giochiamo diversamente e c’è chi a Scopigno preferirebbe Mourinho. E chi nel salto dall’uno all’altro potrebbe scrivere il migliore dei saggi antropologici, ma Edmondo Berselli non c’è più.

Il mondo è sempre sottosopra quando si giocano i campionati del mondo, ma il calcio ha sempre delle certezze da regalargli, una di queste è italiagermaniaquattroatre:

Per noi si mette subito bene, all’ottavo del primo tempo,

Boninsegna con la maglia numero venti, quella che poi sarebbe stata la maglia di PaoloRossi82, segna un gol dopo una carambola di rimpalli fortunata, con un controllo sporco, la colpisce di mezza punta quasi senza guardare e la palla va nella porta tedesca, si infila dritta come il destino, e si iscrive di diritto a quel genere di gol che fanno pensare al tifoso: stasera abbiamo culo, non ci batte nessuno.

La partita diventa un incontro economico tra Italia e Germania, con il controllo dei dati, il confronto tra le stime, un noioso dibattito e una inutile ricerca di una convergenza, e quando tutti si sono convinti di essere stati catapultati da un incontro di calcio a un incontro al vertice, al ‘90 (e qua il tifoso azzurro viene assalito da forti dubbi di sconfitta perché segnare allo scadere in una semifinale non è proprio una cosa che accade sempre), Schnellinger con la solitudine di chi non ha più niente da perdere, ricorda a tutti i presenti che quella è una semifinale di campionato mondiale, e con un pragmatismo da agente di borsa, ristabilisce le priorità con un piattone destro, risvegliando la difesa azzurro tenebra che si era assopita. Pareggio, uno a uno. Fine tempo regolamentare.

Ecco, se la partita non avesse avuto l’obbligo dei supplementari, questa sarebbe stata la cronaca, poco da dire, forse un rigore su Beckenbauer, e un colpo di testa di Riva, niente che avrebbe aggiunto emozioni. La partita in sé è stata attesa di un volo, il check-in lo fa Schnellinger, si decolla, trenta minuti di un viaggio allucinato, paura e delirio a Città del Mexico.

Quando si ricomincia, l’Italia ha accusato il colpo, la difesa è ancora assopita, e Domenghini e Albertosi si inventano un regalo per Müller (qua il tifoso azzurro pensa che i due abbiano sbagliato sport, e che i gol come quelli di Boninsegna non dicono una mazza, anzi sono presagi di sventure), che tocca in porta tra i due, al quarto minuto del primo tempo supplementare.

Una fucilata di Burgnich pareggia le reti, all’ 8′ del p.t. supplementare, sembra quasi che la Germania volesse restituire il torto, un errore difensivo pari al nostro (in questo momento il tifoso azzurro, dimenticando tutto quello che aveva pensato e detto, oltre i santi imprecati e le suppliche, e urla contento come quando è nato il suo primo figlio, e poi si chiede ma se gioca anche Poletti, è un miracolo?). Mentre Burgnich che nemmeno esulta tanto, quasi incredulo, si dice: chi lo avrebbe mai detto che uno come me finiva a segnare qui, oggi. Ma non c’è tempo, lo abbracciano.

Però quando Gigggirriva, Slow thinking, uno che pensa lento, è uno che pensa lento perché ragiona, sta dalla parte dei giocatori, ma senza assolverli, ora, e prima stava dalla parte della semplicità, poche cose, non a caso lui con Scopigno ci ragionava, e niente va perduto quando un attaccante ti ascolta. Per capire Scopigno, racconto questa e non la spiego: Giggirriva fuma in camera con Albertosi, Domenghini e qualche altro mentre giocavano a poker, ormai verso l’alba di una domenica, giornata di campionato. Entra Scopigno. Si siede dietro i giocatori. A un certo punto chiede? «Dispiace se fumo?». Slow thinking. Giggirriva correva anche per Rivera che adesso fa l’ideologo. Ma ci arriviamo dopo. Per ora siam fermi a  Giggirriva un superman triste che fuma lento. O almeno io lo vedo così, l’ho sempre visto così, con il suo costume da supereroe, la G enorme sul petto gonfio e la cicca fumante fra le labbra, ovvio. E che a sentirne parlare da bambino uno doveva per forza vederlo come un fumetto, un eroe, tutto forza, svolazzi, impegno e coerenza, ecco forse è questo il punto: la sua ingenua, pazzesca, caparbia voglia di non cambiare: maglia, città, posizione. Il suo mondo fantastico, il calcio diverso, Scopigno che diceva: «lanciate il pallone allavivailparroco». E poi la su voce, il suo sguardo, e lui che salta sotto gli occhi infantili di Pelé, a vederlo oggi sembra proprio che Giggirriva non invecchi, come Diabolik e Corto Maltese, passa il tempo e il rombo resta uguale. Un’eco di avventura, una vecchia saga che mette allegria, un porto sicuro. Eppure è solo un attaccante, il migliore, nessuno pensi di andargli dietro, non lo prendi mica uno così, inutile marcare. Infatti non ci riuscirono i due tedeschi, quando lui, G, ricevuto il pallone, controlla di sinistro, finta sullo stesso lato, oplà, lascia scorrere la palla, carica il mancino e incrocia, lato opposto, niente da fare per Maier, e treadue. Al 14′ del p.t. supplementare (il tifoso azzurro è al dopo orgasmo prima notte di nozze, sfinito e felice, proprio come Giggirriva che si tocca lo stomaco e prova a riprendere fiato), in mezzo c’è l’oceano e anche Beckenbauer. E dico lui, perché solo a vederlo, giocare col braccio al collo per una lussazione alla spalla, capivi che era il tipo di tedesco che non si arrende, uno di quelli con la volontà e la determinazione da samurai, che nemmeno in bilico sul baratro, smette di sperare, e così quando Muller si allunga di testa e anticipa Albertosi, oltre la disperazione, tu e anche il tifoso italiano, non puoi non pensare ma questa partita che è un’opera d’arte, solo con i tedeschi si poteva giocare, perché un qualunque altro popolo si sarebbe arreso dopo Giggirriva, e loro invece no. Son qui, e pareggiano, son qui e non smettono.

Se guardiamo meglio, di fianco ad Albertosi sul palo c’è un ragazzino, posa elegante, sguardo da antipatico, che non c’è arrivato a deviare il colpo di testa di Muller al 5′ del s.t. supplementare, ma questa non è una partita come le altre, questa è italiagermaniatreatre, che è insieme romanzo giallo, flipper ed elettrocardiogramma di Lazzaro, oltre che una delle più belle scopate mai viste, tra l’umanità e il calcio.

Ma torniamo alla partita, ogni cosa al suo posto, Rivera su quel palo che non c’arriva e lo vediamo aggrapparsi al legno disperato, sembra una madre palestinese, con Albertosi che gliene dice di tutti i colori, non è un dettaglio. Siamo a dieci minuti dalla fine. E lui risponde: «adesso vado a fare gol», non è una risposta da madre palestinese ma ci sta.  

Facchetti lancia Boninsegna che si allunga sulla fascia sinistra, sfugge a Schultz poi stringe verso l’area di rigore tedesca, è velocissimo e sicuro, sembra un commesso viaggiatore che sta tornando a casa, strada fatta mille volte, stanchezza della giornata, sa che un ultimo sforzo e poi sarà casa, amore, e riposo, oltre il racconto della giornata, una delle più belle della sua vita. Quando Bonimba la mette in mezzo, la palla taglia buona parte dell’area di rigore, una striscia bianca passa sull’erba dello stadio di Città del Messico: un grande sbadiglio, gli spettatori – denti – ormai pronti a tutto, la seguono con gli occhi e quasi smettono di respirare, bimba smarrita, almeno fino a quando non incontra il destro di Rivera, interno piede, palla in porta, ma la cosa più bella che precede il gol, è la finta di Rivera, prima di colpire il pallone, è come se creasse i presupposti per farlo, mentre sta preparando il suo corpo all’impatto, disorienta i corpi dei tedeschi, ed è un gesto senza palla, che il tifoso italiano non nota, mentre esulta e si convince che lo sbarco sulla Luna non era che una pallida imitazione di questa emozione che gli scalda il petto, e che i passi di Rivera danno i punti a quelli di Armstrong. Italiagermaniaquattroatre. Segna un ragazzino, e in quella sua finta che sbilancia, inganna il portiere, c’è l’Italia, ci siamo noi, falsi e veri insieme, che promettiamo una cosa e ne facciamo un’altra, eroici e vigliacchi, “Grande guerra” e Otto settembre, Risorgimento e omicidio Moro, che guardiamo da una parte e calciamo dall’altra.

 

 

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2 thoughts on “italiagermaniaquattroatre – rebirth of cool

  1. […] Città del Messico anche nel mio cuore. Del calcio mi piaceva l’impalcatura tattica, il cervello; la semifinale Italia – Germania era stata una rincorsa agli errori, bellissima sotto l’aspetto sentimentale e agonistico, pessima […]

  2. […] anzi, è il punto dove si incontrano le correnti azzurre del 1970, della semifinale mondiale tra Italia e Germania, finita quattro a tre, e dove Gianni Rivera e i suoi: saranno sempre giovani eroi risorgimentali – come li vide e […]

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