The Ulsan Show

Ulsan non è una città, è un mondo, quello della Hyundai. Dove il confine di appartenenza è talmente labile che provoca una situazione surreale. Qualcosa che sta dalle parti del Truman Show, ma al posto delle telecamere c’è la grande impresa coreana. Ogni strada o piazza nella città di Truman, Seahaven, aveva il nome di un attore; qui ogni cosa appartiene o viene fabbricata dalla Hyundai Heavy Industries (HHI). Nata come impresa di costruzione edili ha poi esteso il suo dominio come impresa navale, ferroviaria, automobilistica, elettronica, finanziaria. Dormo allo Hyundai Hotel; mangio bevo e sono costretto a comprare una giacca allo Hyundai Department Store; dopo giorni di bus della Hyundai, ho affittato un’auto che ovviamente è una Hyundai (Sonata); mi rifornirò alla Hyundai Oil; ritirerò i miei soldi o potrò chiederli in prestito alle banche e alle finanziarie Hyundai; entrerò in palazzi che sono costruiti e di proprietà della Hyundai; mi muoverò dentro ascensori Hyundai; parlerò con telefoni Hyundai; ascolterò da televisioni Hyundai la voce di Lee Myung-Bak, ieri presidente HHI e oggi presidente del paese, parlare della sua vecchia impresa. E dovrò aspettare una settimana per visitare il loro cantiere navale (il più grande del mondo), dove nascono la maggior parte delle navi cargo che portano in giro le nostre e, soprattutto, le loro merci. Non è solo una sala parto gigantesca di navi: è un universo, dove è difficilissimo entrare e quasi impossibile uscire, di cui tutti si prendono cura. L’orgoglio della cura, il forte senso di appartenenza, lo racconta una giacca a vento uguale per tutti: operai, impiegati e manager, che il popolo Hyundai esibisce orgoglioso (cambiando colore, per quello navale è blu petrolio). Il resto lo fanno le gru, che senti a orecchio, hanno un dolce jingle – mentre si spostano – che è la colonna sonora della città (giorno e notte). Poi le vedi, anche: si alzano oltre il muro dell’immenso cantiere navale di Ulsan, Corea del Sud. La città è stata scelta per il clima temperato, dovendo lavorare sempre all’aperto: qui piove pochissimo e non nevica mai. Il cantiere navale si è mangiato quasi tutto il litorale, dando lavoro a 43mila persone tra saldatori (la maggior parte), impiegati coreani e ingegneri indiani. Sfornando 100 navi all’anno, perlopiù cargo; in media una nave costa 100 milioni di dollari (9 mesi di lavorazione), mentre le Drill Ship, navi da ricerca petrolifera, hanno costi altissimi, e tutti mi portano a vedere quella di un’impresa nigeriana – Usan FPSO – che sta per lasciare il cantiere, di cui vanno orgogliosi. Il cantiere, 7 milioni di metri quadrati di cui solo 1,6 milioni al coperto, è diviso in 300 dipartimenti, 1.000 squadre da 4 a 100 componenti che si spartiscono il lavoro sulle navi in costruzione. Il resto è ricerca e progetto. «Qui è possibile costruire qualunque tipo di nave di qualunque dimensione», dice Kim Moon-Ju (30 anni), che mi accompagna in giro nel cantiere. Si parte da una lastra pesantissima, pensate alle sculture di Richard Serra, e si arriva alle navi che vedete ancorate nei nostri porti. La misura è enorme, l’uomo è un particolare, un dettaglio. I saldatori si spostano nel cantiere in motocicletta, e all’uscita, la sera, sembra un alveare che si svuota; vedi i vecchi, con la giacca HHI consumata, lasciare il cantiere in bici e i giovani sfrecciare in moto e scooter. Parlo con Chung Lee (26 anni) che, invece, lascia il lavoro alle 23. È un tecnico, disegnatore dell’ufficio progettazione che regala il suo tempo alla Hyundai: «Ci sarebbe un modo per farmi pagare lo straordinario, ma non voglio, mi piace che la mia azienda sappia che può contare su di me. So che questi sacrifici non andranno sprecati». Il mondo HHI è il paradiso secondo i canoni asiatici (non si sciopera da 15 anni): se si entra, è fatta. Si ha casa, scuola per i figli, accesso a impianti sportivi, ma soprattutto si diventa parte, tassello, del paradiso. Per capire dovete pensare ai nostri anni Settanta, alla sicurezza che dava l’entrata in Fiat o in Olivetti, il senso di appartenenza, la possibilità di poter dire: ce l’ho fatta. Ulsan e la Hyundai sono il nostro passato, anche se ci sta davanti. Un ossimoro temporale e lavorativo. Che mi arriva addosso quando entro in una delle 60 palazzine (a tre piani) mensa: il senso di appartenenza viene da un coro che accompagna la pausa pranzo dei tantissimi saldatori e operai seduti ai tavoli. È l’inno della Hyundai che scandisce ogni boccone, mentre scorrono le immagini del mondo HHI. Impossibile dimenticare, impossibile non appartenere. Il cuoco Lee Sung-Mok (37 anni, qui da 12) prepara da mangiare, insieme ad altri 44, per 3.500 persone ogni giorno. Naturalmente, è felice: il suo obiettivo «è far mangiar bene la gente della mia famiglia HHI». L’effetto Truman diminuisce allo Hyundai Foreigners Compound, il cuore straniero al centro della città. Qui vengono ospitati i supervisor, ingegneri (con le famiglie) delle compagnie straniere che commissionano navi alla HHI e spesso rimangono anche 3-4 anni se non di più, perché hanno l’incarico da diversi armatori, quindi seguono la costruzione di più navi. L’aspetto è da base americana, con il check point e le mura intorno. La differenza salta agli occhi perché le case sono basse rispetto ai grattacieli che stanno intorno. Hanno scuole e impianti sportivi. Piccoli parchi, un’invidiabile tranquillità. Di giorno si incontrano solo le donne, di ogni paese. C’è una folta colonia scozzese, arrivata nel 1970, l’altra folta colonia è australiana. Vado a casa di uno di loro, Bruce C. Dunn (43 anni), supervisor di una Drill Ship per conto della Woodside. È qui da 18 mesi «e ringrazio il Dio», prima era a Singapore «dove la sicurezza è un miraggio». È un Bruce Willis che sogna di tornare a casa nel Queensland per fare l’agricoltore, come ha fatto suo padre quando ha smesso di fare il controllore di volo. Ha due figlie che stanno imparando il coreano, mentre sua moglie ha un rifiuto per tutto: «È ancora lunga, ho il sogno sulle spalle e non lo mollo». L’altro compound, Santeville, quello dei quadri HHI, mi riporta al mondo Truman perché sotto il nome ha una certezza: health and happiness. Incontro l’ingegnere indiano che sogna il Brasile, Joseph K. George (32 anni), con sua moglie, altro ingegnere, Merlin Matthew (28): sono arrivati da due mesi, immersi nel mondo HHI ancora non credono al sogno, passati anche loro da Singapore che è il sottoscala dello sfruttamento e dell’insicurezza. Anche se Joseph lavora minimo 10 ore al giorno: «Non mi pesano perché so che è un percorso, andrò altrove, questa è solo una tappa». Chi invece è rimasto tutta la vita, e ha visto crescere e sviluppare il cantiere è Lee Hee-Jung (65 anni), in pensione da poco, un caposquadra di saldatori. «Ne avrò saldate almeno 1.000 (di navi, ndr). Prima non ci pensavo, quando è nata mia figlia ho preso a contarle. La prima e l’ultima sono state petroliere. All’inizio guadagnavo 35 dollari, poi sono arrivato a 6mila lavorando 500 ore al mese. Sì, anche i fine settimana. Eravamo così poveri che non c’era il tempo né per ragionare né per sognare. Al secondo stipendio ho comprato la tv, per farmi raccontare se c’era altro fuori dal cantiere». Sua moglie Woo Rok-Hua (57 anni) lavora sempre alla HHI, è la cuoca alla scuola dei Foreigners Compound: «Ho imparato molte cucine straniere, anche quella italiana». E poi c’è la notte, e soprattutto Ilsan Beach, che ricorda la Ostia di Pasolini con le sue 10 famiglie di pescatori, sopravvissute al cantiere, in un villaggio che sta stretto all’ombra delle grosse navi calate nel Pacifico, un nuovo mercato del pesce dove tutti all’uscita del cantiere vanno. E di fronte una baia colorata di ristoranti, parchi giochi e Love Motel. Un festival di luci che pare la Rimini felliniana col circo da Shangai, con musica di Raul Casadei passato per le mani del rapper Rza. Pensate alla colonna sonora di Kill Bill, senza interruzioni. Mai silenzio. Un paese dei balocchi di fronte all’oceano. Dove passato e presente, operai e pescatori, si mescolano. La spiaggia raccoglie la loro natura, quella che hanno perso, lasciano il cantiere per venire a pescare o comprare il pesce, sotto gli occhi dei pochi pescatori rimasti, che li guardano con compassione. Mi siedo di fianco a Park Ji-Seok (82 anni), in mezzo a una quindicina di piccole barche, e il vecchio attacca a raccontare di come un po’ alla volta, «come fa l’oceano con le spiagge», la HHI abbia inghiottito il suo villaggio. Fissa le luci dei Love Motel, non fa caso alla colonna sonora, né al via vai fragoroso di giovani operai che vanno in spiaggia, giocano a mini baseball, fischiano alle donne e bevono come militari in libera uscita. In mezzo a tutto questo, mi racconta di una grotta che sta a est di Ilsan, dove c’è una donna pesce, una sirena. Lui non l’ha mai vista, ma ne ha sentito il canto.

 Photos of Maria Vittoria Trovato

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One thought on “The Ulsan Show

  1. […] Lui ha mollato il suo biglietto da visita, io ho scritto il nome del mio hotel Hyundai – qui a Ulsan è tutto nella Hyundai – il resto è stato sorrisi e giravolte, proprio come avevo visto […]

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