Singapore songlines

La luce opaca, il temporale pomeridiano, l’alta temperatura costante: una ciclicità del tempo rotta solo dall’avanzare delle costruzioni come eruzioni di un vulcano, salgono verso il cielo e modificano quello che sta intorno. Singapore è un sogno lungo un giorno. Ha strade di canti, spettacoli di mostri meccanici, parchi con colonna sonora e città in grattacielo (Toa Payoh). Una voracità che si respira nell’aria, si legge sui volti della gente, che contrasta con la compostezza e l’ordine del sistema. E un moto proprio – credo che sia l’unica partita come una Chinatown e finita ad avere un pezzo di Chinatown – che l’ha portata a trasformarsi e trasformarsi e trasformarsi. È un golem di cemento dentro giorni che sono delle incubatrici. Ha un cuore pulsante, che senti battere, vibra sotto i piedi, mentre intorno mostra uno spettacolo dove tutto appare non reale. Una città che ha un padre e una mente – Lee Kuan Yew – ma non ha una madre, perché è figlia di una partenogenesi. Un po’ Venezia, New York, Montecarlo, Ginevra, con schegge d’Asia e India. Un puzzle e spazio circoscritto – assieme – dove tutto è indeterminato a cominciare dalla libertà. Di Singapore, capisci che non è libera, che c’è un ipercontrollo con le telecamere, ma è difficile capire quale è il confine sia del controllo che della libertà. Un sistema capillare che permette di sorvegliare ogni cosa. È questo il patto principale che regola il paese: libertà sospese in cambio di sviluppo illimitato (che resiste alla crisi: la crescita prevista del Pil è tra il 5% e il 7%). E un mucchio di contraddizioni, come quelle di Martyn See Tong Ming (40 anni), regista, che ha girato diversi documentari sugli oppositori del governo e ha avuto molti problemi con la polizia. Ma questo non gli impedisce di lavorare per la tv di stato, di mettere i suoi film su Youtube, dire tutto quello che pensa su facebook e di organizzare il Freedom Festival del cinema taiwanese, sentendosi un prigioniero. «Non credo che l’arte cambi le cose, ma lavora sulle menti, e qui può essere utile, per questo faccio film». Mentre lo dice, penso: è normale che uno stato governato con le telecamere abbia paura di un regista. In questo gioco d’alchimie rovesciate, passo da Martin a Jasmine Png (30 anni), agente immobiliare, che ha la stessa età di Singapore: la città-stato da trenta anni è cresciuta come se fosse un essere umano (secondo i desideri del suo padrone: Lee Kuan Yew). E le chiedo se uscendo di casa si riconosca. Guidando la sua mercedes coupé, dice quello che diranno tutti:«questo è il mio paese, ed è migliore degli altri, sì ci sono cose che non vanno, ma quelle che vanno sono di più». In pochi anni, dopo aver studiato in Australia, lavorando tutti i giorni – vendendo case a ricchi cinesi, ricchi malesi, ricchi indiani, ricchi australiani – Jasmine ha svoltato, fino a raggiungere il sogno di ogni abitante di Singapore: comprare casa, a Sentosa.

Sentosa

L’isola, prima di diventare una spiaggia tropicale, ospitare la riproduzione degli Universal Studios, un parco giochi con due hotel di lusso, due enormi campi da golf e una esclusiva Zona residenziale con ville costosissime, era considerata il luogo dove riposavano gli spiriti guerrieri malesi, il suo nome in lingua significa “pace e serenità”, una volta. Adesso c’è un enorme torre-leone che passa dal rosso al verde come un semaforo, svettando sul lago dei sogni. E dietro ha un percorso da parco Güell – con serpenti colorati di maioliche spezzettate – che conduce a spiagge finto caraibi, davanti alle quali sfilano navi cargo come modelle. È questa la sintesi, tutto sta insieme e si tocca. Se non ti accorgi che la sabbia non ha odore, che l’acqua davanti è una pozza artificiale e che c’è la temperatura giusta ma manca il sole, va tutto bene. A volte sbava, ma se guardi tra una nave e l’altra, il trucco riesce. Se ti volti vieni abbracciato da una infilata di locali stile Miami Beach, con musica e bionde, e la differenza la fanno le scimmie sugli alberi. L’isola è collegata a Singapore con un ponte, si pagano due dollari per entrare, senza poter accedere alla Zona residenziale. Dove vado con Jasmine, orgogliosa di mostrarmi la prova della sua ascesa col doppio codice che permette di superare i check point di accesso. Quando le chiedo se valeva la pena di spendere 4 milioni di dollari per prendere un appartamento qui e non a New York, capisco perché io e Jasmine siamo differenti. Lei risponde «tra un anno vale il doppio, e nel tempo varrà sempre di più, a New York il mercato delle case non mi garantisce lo stesso guadagno». Tenendo come qualità l’incremento dell’investimento, io pensavo alla vita e alle connessioni che la città statunitense è capace di dare. Jasmine è così, incarna l’anima della città, anche se lei è convinta che la città non abbia un’anima, è in cerca di una cultura, accumulandone diverse, quasi si potesse fare shopping tra i paesi. È un cocktail di marche italiane e francesi tra scarpe, vestito e borsa: Prada, Ferragamo, Vuitton, Chanel. Non ha problemi ad ammettere la libertà condizionata del paese, ma «se è il prezzo da pagare alla sicurezza, alla mancanza di corruzione e alla possibilità di essere felice, va bene». L’appartamento è ancora vuoto, si trasferirà nel prossimo mese, ha due affacci, quello principale è la prua di una nave, ed è vista oceano, dietro, invece, ha un balcone normale vista su ville che lei mi annuncia «disegnate da Armani». In mezzo sei stanze, enormi. Cuscinetto tra due desideri, pagati carissimo. Sentosa è Singapore con l’esclusione dei poveri. È il disegno di un privilegio al cubo. È la prima classe di un viaggio immobile. Se ci arrivi è come il paradiso, ti sei garantito l’esclusività, non è una residenza ma uno status. Sarà la lingua, ma quando Jasmine dice Sen-to-sa, a me viene in mente Humphrey che scandisce Lo-li-ta. Sento il piacere che sta nel suono del nome. Quando usciamo, nell’acqua tra l’isola e la città, da una casa di metallo galleggiante, che sembra il baule di una fiaba, si alzano due enormi uccelli meccanici, con un grosso video al posto del petto: e dentro un cuore di pixel che batte forte, mentre loro mimano la guerra che porta all’amore, sfiorandosi e scontrandosi con becchi ed ali di metallo.

Marina Bay

Andiamo allo Sky park hotel, tre grattacieli inclinati coronati da una nave, il cui bordo è una piscina. Si nuota guardando il vuoto dal cinquasettesimo piano. C’è chi sale per guardare il panorama, chi per la piscina, chi, come noi, ci va a cena. La situazione è un incrocio tra le feste di “Eyes wide shut” e i turisti sulla torre di Pisa. Sotto c’è Marina Bay, più che un quartiere è una donna truccata a metà. Dall’alto di questa nave di cemento, ancorata tra le nubi, con la città che risponde come un pugile: colpo su colpo, al buio che cala, accendendo sempre più luci, capisco che si possono costruire sistemi di grattacieli, new town, gallerie che sono una infilata di centri commerciali con viscere di acqua: calli di plastica e gondolette con colonna sonora (qui tutto deve avere una musica distintiva), che si può rovinare il museo dell’architetto Moshe Safdie piazzandoci davanti due store di grandi marche, insomma che sì, si possono fare delle cose e il contrario di queste, ma quello che le rende reali, e che qui manca, è la partecipazione, il sentire di chi ci vive. Ho due immagini nella testa, mentre con Jasmine dal bordo della piscina guardo le punte dei grattacieli che ci stanno di fronte. La prima è la cristalliera di mia zia, zeppa di roba, dai piatti alle bomboniere, tutto quel bianco con venature di azzurro, linee dorate, che sembrava una di quelle foto affollate e raffazzonate delle squadre di calcio quando si vince una coppa e tutti vogliono starci, mescolando giacche e divise, ma c’è l’allegria e non va bene. L’altra ha a che fare con Le Corbusier e Chandigarh, in India. Quella che per lui doveva essere la città del futuro, e che oggi è superata nello stile e nei materiali ma non ancora nella quantità di spazio. Ed è curioso perché il disegno della città di Le Corbusier segue il corpo umano, mentre Singapore non ha questa forma, ma ha uno sviluppo ininterrotto come un corpo umano. E il museo di Safdie somiglia alla mano di Chandigarh, solo che qui la mano sembra quella di un bimbo che chiede di non essere schiacciato da quello che di continuo sorge intorno. Il risultato è una città dell’apparenza, senza qualità. Dove malesi, cinesi e indiani stanno incollati, per forza, e hanno in comune solo lo stupore per i cambiamenti continui, la nostalgia per quello che non fanno in tempo ad assimilare che già cambia. La città è diventata un modello-laboratorio per la Cina come fa notare un altro architetto: Rem Koolhaas. Jasmine ha avuto bisogno della malattia del padre, per comprendere che doveva ripensare alla sua vita, che nella corsa si era persa i sentimenti. Singapore ha bisogno che il suo ideatore Lee Kuan Yew, scompaia, per scegliere se cambiare strada o continuare a crescere febbrilmente. «Per discutere di quello che vogliamo essere», come dice Martin, il regista. Non ci saranno dichiarazioni di distruzione né scuse, ma la presa di coscienza che persone e città hanno vissuto in questi anni due differenti esistenze. E questo ha causato una tossicità nascosta dalla maestosità delle opere. Sono stati nelle mani di chi li ha tirati in modo esagerato, e loro si sono aggrappati a lungo, lasciandosi trascinare, e sono arrivati troppo in fretta in un tempo che non gli apparteneva.

 Photos of Maria Vittoria Trovato

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