Lost in Seoul

Tutti sembrano dire: siamo venuti da dove non sappiamo, e forse ci torneremo. Ma c’abbiamo provato. A dare un nome e un volto ai nostri veri genitori, a riprenderci il nostro nome, nella nostra lingua – dopo averla studiata, imparata o forse no – provando a vivere in quella che doveva essere la nostra città, e invece l’abbiamo persa. È il fare, il tornare a Seoul, che assicura una possibilità. Non il sapere come si fa a farlo. Non c’è un come, un come si può vivere senza la propria lingua e cultura portandola però scritta in faccia, un come si fa a tornare per cercarla, né un come si muore senza averlo fatto. Se ci fosse non avremmo storia, né questa delicata catena di esistenze, coincidenze scommesse e speranze, che somiglia a un film di Kieślowski. Ma che è la realtà per duecentomila ragazzi sudcoreani. La vita dentro Sliding Doors.In una città dove il tempo non ha pareti e le luci hanno una continuità astrale, con una colonna sonora da videogame, quasi ogni giorno ne arriva uno, perlopiù da Stati Uniti e paesi nordici, ma anche Italia, a riprendersi l’anima. Siamo quasi alla terza generazione di cercatori d’anima. Tutto comincia dopo la seconda guerra mondiale con la Corea del Sud occupata dagli statunitensi, i soldati si integrano con le donne coreane, nascono bambini di sangue misto che la rigida struttura familiare coreana non può tollerare, cominciano le adozioni, come colpe a metà. È quella che era una provvisoria risposta a un amore sbagliato, o a una condizione di indigenza che portava a una scelta drastica tra due figli, diventa una soluzione per le ragazze madri, che ancora continua. L’infelicità occidentale di una coppia che non può avere figli si fa carico dell’infelicità di un figlio non voluto o impossibile da mantenere. Da due infelicità sanate: nasce la vita di un coreano o di una coreana trapiantati in un paese lontano. Vanno via a 4, a 18 a 34 mesi fino a sei anni, quasi subito capiscono di non appartenere al paese che li ha adottati, anche se il passaporto dice il contrario i tratti somatici lo smentiscono. Il resto lo fanno l’amore e la strada segnata, perché indietro non si torna, almeno fino a quando non si desidera fare i conti con quello che è successo, con quello che si è, con la parte di mondo che ti ha segnato il viso. C’è chi non ha ancora cominciato come Yoon C. (che sta per Cometti) Joyce (35 anni), che vive a Bergamo fa l’attore a Roma e ha studiato a Los Angeles e New York (ha recitato tra gli altri in Kundun e Gangs of New York), parla dialetto e si sente italiano. E no, non è mai stato a Seoul. «Tante volte ho pensato a come poteva essere la mia vita a Seoul. Essere coreano, per me era una denominazione, dopo, grazie al cinema ne ho capito il valore. Per ora l’unico legame con la Corea è la mia faccia, il set la mia casa». Yoon, col cinema, e anche lasciando l’Italia, ha capito il valore della sua diversità, e man mano che passa il tempo sente il bisogno di approfondire la sua storia. Ha cominciato a teatro recitando la parte di un ragazzo coreano adottato da una famiglia svedese, che non è fortunato negli incontri e nell’integrazione, e alla fine viene massacrato. Ora vuole farne un film. Io ne girerei un altro, prenderei lui e lo porterei a Seoul all’associazione Goal (Global Overseas Adoptees Link ) e dopo al Lotte World che è la Disneyland di Corea, immaginando una madre che insegna a pattinare sul ghiaccio a centinaia di bambini che ogni giorno passano di lì, con uno zio al mercato del pesce e un padre operaio alla Hyundai, a sud, con un viaggio in auto con la madre che non parla inglese e deve sforzarsi di fargli capire le cose a gesti, fino a Ulsan, come andare da Roma a Catania, e lì magari scoprire che il padre ha un’altra famiglia. Finale aperto, un film poco italiano, che piacerebbe anche a Mariarosa Mancuso. Da Goal, passano quasi tutti, è una delle associazioni più importanti che aiuta a ritrovare il proprio passato, se questo ne ha voglia. Perché spesso le ragazze madri si sono sposate e non col padre del ragazzo dato in adozione, o a sposarsi sono stati i padri e magari non sanno del figlio. E di tutte queste storie colpisce la delicatezza, il rispetto omertoso (a fin di bene) verso l’altro. C’è una correità nello sbaglio amoroso, con la madre che spesso si porta dentro questo segreto per tutta la vita, o almeno fino a quando non viene chiamata da Goal o vede il segreto in tv a “I Miss that Person”, una sorta di “Chi l’ha visto?” Con tutte le tv del paese: dagli aeroporti alle stazioni passando per i bus, sintonizzati su quel programma e le sue repliche. Tutti fanno finta di niente, tutti hanno un interesse segreto mentre lo guardano. È una gigantesca soap opera, che si mescola a un singolarissimo cubo di Minkowski. Come racconta James Rosso (Yoo Shin Kim, 35 anni), segretario generale dell’associazione, che da Minneapolis ha deciso di stabilirsi qui per un po’, cercare la sua vera famiglia e aiutare gli altri a farlo. Vede il rientro degli adottati «come la soluzione per far conoscere l’Occidente ai coreani». Lui che a sette anni ha capito che il Minnesota era un involucro che nascondeva un altro indirizzo, e al college ha scelto di studiare il coreano, per visitare Seoul la prima volta nel 1998. Tyler Rhee (27 anni), invece, la lingua non l’ha imparata prima perché non voleva, ora perché non ha tempo. In Corea c’è arrivato come soldato dell’esercito americano. Ha incontrato sua madre «parliamo con gli occhi», gli basta andare in giro con lei «guardarsi e capirsi». Tyler è di poche parole e sembra avere una eterna voglia di stare altrove, nel 2012 tornerà nel suo Kentucky, anche se suo figlio sta per nascere qua. In un caos che non gli appartiene, «in un paese solo apparentemente moderno, dove quando apri una porta chiusa spunta un passato che non mi piace, fatto di mentalità ristretta e gerarchie familiari». In realtà nessuno è contento della chiusura sociale coreana, Amy Ginther (Cho Mihyang, 27 anni), newyorkese, «dico alle mie sorelle coreane di non abbassare la testa davanti ai mariti, e insegnando cerco di rompere gli schemi educativi molto rigidi, dando spazio all’immaginazione». Amy ha trovato la madre, ma non il padre. Quello adottivo, invece, è voluto venire con lei per incontrare la famiglia che con un gesto di disperazione aveva salvato la sua. Da una anno e mezzo studia il coreano, ha il tempo e il cuore diviso a metà, a denunciarlo un orologio col doppio quadrante al polso, con l’ora locale e quella di New York da dove non se ne è mai andata. Sulla madre nessuna incertezza: «non devo giudicare mia madre, la sua scelta le è stata imposta da una società sbagliata». Tim Schroeter (30 anni) da Düsseldorf, a quella società dovrebbe appellarsi, dalla tv, ma non gli va e non lo farà. «Non ha importanza trovarli ora. Sono venuto a vedere come poteva essere e non è stata la mia vita. Sono tedesco». Anche se ha studiato cinese e coreano, adora avere davanti Max Frisch (da leggere) e a centrocampo Bastian Schweinsteiger. Una sicurezza. Come quelle mostrate da Magnus Bengtsson (29 anni), che gli consentono di ironizzare sulla Corea e i coreani, dagli strani odori dell’immangiabile cibo al mancato uso delle sedie, passando per le vistose borse da donna che i ragazzi portano a tracolla. Senza scomporsi, con la giusta distanza, sembra Woody Allen quando se la prende con gli ebrei. Infanzia tranquilla in Svezia, una fidanzata italiana: Giulia Zanatta, e una madre ritrovata, che guida gli autobus «non è la tipica madre coreana, è molto aperta, andiamo davvero d’accordo. Mio padre, invece l’ho visto una volta sola, con lui c’è poco feeling». Difficile non è solo trovare i propri genitori ma anche decidere di incontrarli. Anders Rørvik (27anni) dalla Norvegia sa tutto dei suoi, ma ci sta pensando, è indeciso e non sa quando e se li vedrà. Diverso è per Susanna Weslien (24anni) da Stoccolma che ne aveva un ricordo limpido, avendo lasciato la famiglia a sei anni, identificava la Corea con il Lotte World, il paese come un parco giochi, e voleva tornarci a tutti i costi. Ha rivisto sua madre, la frequenta, non ha fatto in tempo a rivedere suo padre, che è scomparso. Come il padre adottivo di Anja Pedersen (35 anni) da Copenhagen che voleva accompagnarla a Seoul. È venuta sola, ha trovato il vero padre, che non le ha voluto raccontare nulla di sua madre, sposata con un uomo diverso. Il suo desiderio è dirle: «mi sei mancata». Nik Nadeau (23 anni) lo incontro su una pista di pattinaggio lungo il fiume Han. In Minnesota giocava in una squadra di hockey su ghiaccio, qui non gli va, sarebbe lo straniero, e allora pattina. E patisce la sua estraneità «il coreano ha una pronuncia difficile, accenti e intonazioni, basta sbagliare una parola per essere tempestato di domande, mi ritrovo a spiegare la mia storia dalla mattina alla sera, dal taxista al postino, perché?». Nick ha incontrato sua madre, cameriera in un ristorante, voleva registrare la loro conversazione, un po’ per la lingua un po’ per avere un ricordo, come l’unico che lo legava al paese prima della decisione di tornare: un filmino che ritraeva il suo arrivo negli Stati Uniti. Venire a perdersi a Seoul, per alcuni equivale a crescere, per altri a mettersi in pace con se stessi: nessuno cambia, nessuno lascia il paese adottivo, nessuno tornerebbe indietro. Provano a dare una seconda occasione ai genitori e al paese d’origine. A muoverli è il desiderio di avere due vite, e in tasca il biglietto aereo di ritorno.

 Photos of Maria Vittoria Trovato

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