Kumar

Kumar non è solo un uomo e una donna ma anche quello che resta di un quartiere, Bugis e del club Boom Boom Room: una figura di eleganza androgina prodotta dalle culture presenti a Singapore, sopravvissuta ai veloci cambi di stile e alla voracità costruttiva dell’isola. Per capire, dovete pensare a Fiorello, ma con la cattiveria e l’ossessione per la carne di Daniele Luttazzi, che però si crede Madonna: avrete Kumar (44 anni), per la quale ogni definizione è riduttiva: drag queen, comica, oppositrice, ballerina, cantante, o anche, semplicemente: «Una donna speciale resa ordinaria dall’ossessione per lo shopping».Indiana – di nascita, ma questo è il suo passato, o quello che le serve per i suoi spettacoli. «È la mia condizione di precaria che mi fa trovare la forza e la voglia di ridere, sono ancora in affitto, mi piace non sapere che cosa farò domani,  così guardo a questo posto, dove son più quelli di passaggio che quelli che restano, ad ognuno rubo qualcosa che poi finisce nel mio spettacolo, un armadio pieno di gente». Lo show è semplice, lei è la cattiva, poi ci sono la grassa (Helda, 34 anni) e la bella (Lise, 35 anni) che un po’ ballano un po’ la introducono, tra le due pause, il risultato è immediato: tre drag queen e un mucchio d’ironia fanno una commedia, la comicità è da radio, tipo: Robin Williams in “Good Morning Vietnam” per la velocità di battuta, tutta basata sul gioco di parole e le assonanze. Kumar lavora con quello che trova in sala come Letterman con i suoi ospiti, solo che lei non ne conosce le biografie: soldati americani, marinai russi, gay australiani, ragazzotti cinesi, giovani spose musulmane, avvenenti malesi, ne ha per tutti, spietata, senza mai essere volgare, macina e macina in un continuo di parole, aggiungendo a quello che ha preparato il resto che le viene guardando quello che ha davanti al palco, dopo le due ore del suo monologo tutti gli spettatori sanno quello che c’è da sapere su Singapore, conoscono le abitudini sessuali e culinarie di malesi, cinesi e indiani e hanno una mappa dell’«isola ad aria condizionata», come la chiamava Tiziano Terzani. Una delle vette è il racconto – paradosso della diversità – di un suo fermo da parte della polizia che le imputava di non essere abbastanza singaporiana, e lei chiedeva mettendo in crisi la polizia: «Chi è di Singapore? Io sono indiana, il poliziotto che mi ha fermata è malese, il capo è cinese. Come la mettiamo?» La forza di Kumar, anche in funzione politica, è la sua leggerezza, il non appartenere, non avere missioni, che le consente di prendere in giro ministri «il cui numero è superiore a quello dei supermercati», di non farsi martire dopo la chiusura del suo programma tv: “Ra Ra Show” ritenuto politicamente scorretto, ammette: «Qualche sera esageravo, hanno fatto bene a chiudermi. Pensa, piacevo anche a quelli che han dovuto farlo, che ora vengono al club, si è creata una dipendenza». Il club è il 3-Monkeys: che è un po’ la sua casa, serve ai tavoli, prepara i cocktail, dispensa consigli e battute, di proprietà del suo manager Gween Khoo che chiama «Mother chicken», alterna le sere e gli show qui con le esibizioni all’Hard Rock Café, e le tournée per l’Asia «Vado ovunque si possa uscire dalla scatola, ecco un altro mio difetto, immagina un padre indiano conservatore, pensa che scatola mi aspettava». Kumar per scatola intende i tabù, religiosi e sessuali. «Dell’India mi piace solo una certa integrità morale e i colori». A Singapore è come Beppe Grillo da noi, solo che non ha un movimento e non le interessa averlo. Tutti la conoscono e la citano, è un esempio di irriverenza e ragione, l’unico al quale ho visto storcere il naso davanti al suo nome era un ricco e cafone armatore cinese. «Sono ricca di amore perché realizzo quello che riesco a immaginare, in una isola che produce, insegue e vive per i soldi, secondo un sistema che non te li fa mai bastare. Siamo l’avanguardia di quello che succede al mondo con l’ultraliberismo, qui lo puoi vedere al dettaglio, non sei mai ricco, c’è sempre qualcuno più ricco di te che sta sbarcando, e allora corri come un criceto». Lei si è fermata, e li guarda andare. Vive in una casa che sembra il retro di un teatro, si trucca in una stanza camerino zeppa di vestiti fino al soffitto: «Frutto dei miei safari nei mercati di mezzo mondo», in quella prima ci sono diversi frigoriferi e tv, delle poltrone leopardate, un divano sfondato, un esercito di ombrelli, e scatole aperte di vestiti, scatole di scarpe, scatoloni ancora sigillati «Sono i testimoni dei miei traslochi, quando sarò vecchia li aprirò per sapere dove sono stata». Tutto in Kumar ha una atmosfera portuale, lei che si sente una nave cargo: «Tu paghi e io ti porto la merce, nel mio caso ti faccio vedere quello che è sotto i tuoi occhi». Ho assistito a due suoi spettacoli e non c’entra la battuta che rivolge ai tanti marinai in sala «Sai perché le navi hanno un nome di donna? Perché tutte prima o poi prendono il largo». Ho passato un giorno intero con lei – mi ha aperto la porta un uomo, sono uscito di casa con due donne: «Stasera non sono una donna ma due, ho momenti di grande stima per me stessa» ed ho avuto sempre la sensazione di andare incontro a una tempesta. Anche le discussioni con lei non sono scontate, come i viaggi in mare, è stata capace di andare avanti per un’ora sull’importanza del reggiseno «Che è sexy perché doppio». La sua giornata è quella di una ragazzina, si alza tardi, legge i giornali «Quello che resta» (a Singapore c’è un grande controllo della stampa), il pomeriggio è un bivio: se lavora si prepara per lo spettacolo, se non lavora esce a praticare lo sport nazionale: «Spendere». Ha cominciato al Boom Boom Room, che oggi non c’è più, al Bugis uno dei primi quartieri sventrati e ricostruiti dall’ossessione di modernità del dittatore Lee Kuan Yew, i club hanno ceduto il posto ai centri commerciali, convertendo i desideri sessuali in desideri materiali. «Li hai letti gli slogan? Come fai a non diventare un comico se vivi qui? C’è bisogno di avere nuovi comandamenti e missioni per dimenticare la storia che viene cancellata tutti i giorni». Singapore è un posto non libero che si percepisce come libero, perché non si sa bene – soprattutto oggi – cosa non è libero. William Gibson l’ha chiamata «Disneyland con la pena di morte». È un paese artificiale con una coesione imposta tra popoli lontanissimi tra loro, in questo contesto Kumar è una sorta di virus che passa tra muri e divieti, ballando sul baratro, giocando con le tradizioni che provano a resistere mentre il contesto muta ogni giorno – sembra di essere in un videogioco – riuscendo persino a far ridere i cinesi della propria testardaggine. Il racconto dei tre tipi di donna: indiana, malese e cinese, che vengono importunate mentre sono ai fornelli, è un incrocio tra sensualità e ferocia, compiacimento e derisione. E non si tratta solo del saper restituire con le parole ma anche di mimare il piacere, nella teatralità, nei tempi di movimento c’è la sua grandezza. La ribellione sta nel racconto, con ironia, e nella condizione di doppiezza: uomo-donna, comica-oppositrice. «Fondamentalmente sono una straniera, come tanti, solo che io non vado via, resto». Mentre si veste, parlo con Helda, centotrenta chili di allegria che ballano su “Release Me” di Agnes. Era un cuoco malese, ha lasciato tutto per fare da spalla a Kumar, da quindici anni, «Da lei ho imparato tanto, molto, principalmente a non vergognarmi, i miei non sanno che ora sono una drag queen, continuano a pensarmi cuoco, e mi sono anche fidanzata», la misura della sua femminilità è data da quello che dice mostrando la foto del ragazzo: «Non è gay, is straight, (dritto) ed è innamorato». In questo c’è la magia di Kumar, un po’ la Miranda Priestly de “Il diavolo veste Prada” un po’ Mary Poppins, sorella maggiore sopravvissuta a troppi viaggi, tanti traslochi, molti colpi presi, balli, bugie, sbornie, notti, uomini, eppure: «Piango solo per i film horror, mi immedesimo con le vittime, mi faccio consolare da Adele e Michael Jackson, e penso che nessuno mi può schiacciare se non glielo permetto». Kumar divide la vita in set, niente a che vedere col tennis, ma con la ricerca della felicità che «Specialmente nella coppia, comincia quando sia l’uomo che la donna buttano il proprio ego sotto lo stesso livello dando luogo al gioco che la produce: il sesso». La sua preparazione alla serata è da attrice, la scelta dei vestiti, il trucco, la pettinatura, la differenza è che è sola davanti allo specchio. Nel suo camerino, compone la maschera, prepara una nuova traversata, lascia il corpo di uomo e diventa donna, niente a che vedere con Tootsie, no, lavorerebbe anche in giacca e cravatta, il vestito di paillettes, il cerone, il rossetto, i gioielli, servono a chi la ascolta, a chi riderà. Da donna, si fa padrona, diventa anche più arrogante, non abbastanza per non voltarsi e dirmi ammiccando, prima di salire sul palco: «Tutto questo è solo make-up».

Photos of Maria Vittoria Trovato

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