una storia di luce e buio

Una luce dietro una finestra è sempre una storia da raccontare, a guardarla dalla strada, che sia piccola o banale, terrificante o a lieto fine, la voglia ti viene. Sei lì aspetti un bus che non passa e intanto fissi la luce, dall’altra parte del marciapiede, vedi un’ombra passare, poi un’altra, sono un uomo e una donna, non hai altri elementi. Al massimo puoi sperare che si tengano più vicino possibile alla finestra, per regalarti un dettaglio. Ti trovi a ripetere, come un vecchio davanti alla tv: Tieniti più a destra, cazzo, no dai, ripassa, ripassa ancora. E, sentirti soddisfatto se l’ombra sembra averti ascoltato, si muove come chiedi, a occhio. Puoi fantasticare su quello che si dicono, immaginare una lite che non c’è, o esasperare una discussione banale. Adesso invece pare di no, c’è qualcosa di diverso in vista, la donna avanza con qualcosa in mano che però non si distingue, si rende necessario uno sforzo, ti sposti di poco, provi a cambiare angolazione, ma finisci solo per scorgere il deleterio effetto della pioggia su certe facciate. L’uomo ora abbraccia la donna, potrebbe essere un saluto, l’inizio di altro. Poi arriva un’altra donna, ma alla fermata del bus, che a vederti così interessato alla luce dietro la finestra della strada di fronte, ti prenderebbe per scemo, e allora molli, nel senso che fai un paio di passi di lato, abbassi lo sguardo, ti strofini con un mano il braccio, e poi lo rifai, il freddo unisce, ma intanto pensi: Speriamo che vada via presto, e ricominci a guardare, di sbieco, quella finestra e la sua luce sono un libro da leggere, una storia che vuole essere conosciuta, e ti sorprendi per la mancanza di curiosità della donna, le fissi le scarpe con i tacchi, le caviglie, ma se non è attratta dalla finestra tu non puoi essere attratto da lei, e quando mette i suoi occhi sul giornale che ha tirato fuori dalla borsa, ti sembra un regalo, un: Fai pure, e tu lo fai, davvero, non vedevi l’ora, riprendi a guardare, a immaginare, a chiederti che cosa sarà, in fondo è cinema naturale. E il mistero non è sapere che puoi soffrire, che esiste il dolore e ti avverte anche, con segni stupidi, ma che non puoi controllarlo, e per quanto ti sottrai o ti ostini a schivarlo o lo osservi agire sugli altri, l’unica cosa che percepisci è la sua voracità. È quella la paura, insieme all’indifferenza mentre divora le vite, le consuma fino a spegnerle, e che tu sia dietro una finestra illuminata colpita a morte da un coltello o dall’altra parte della strada a guardare la cosa sotto forma di ombre e luci, quello che rimane è lo stupore che accomuna tutti, e la consapevolezza acquisita che proprio dalla parte dove non stavi guardando ti colpirà.

Photo of Peter Van Agtmael

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