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Un allenatore che non vince è una equazione senza risultato, un allenatore che vince inaspettatamente è una probabilità prevedibile ma non accettata. Se poi quell’allenatore batte la squadra giusta, allora diventa anche quello sporco, che ha sottratto alla bellezza il suo premio. Il calcio registra con estrema serietà anche le storie più inattendibili, e ne fa racconto. Adesso che quella di Roberto Di Matteo al Chelsea è finita come un Ranieri o un Vialli, possiamo scriverne l’elogio. Sì, l’elogio, perché Di Matteo è Cipputi e anche Nereo Rocco, e poi un concetto di Europa che andrebbe studiato (è italiano di passaporto non di orizzonte) per questo serve lo sport, oltre Abramovich e Murdoch, e persino Nick Hornby lo sa e vi direbbe che tra una Champions in bacheca e l’elegia estetica dell’Arsenal, sceglierebbe la prima. Il calcio ti fa capire cose che ci vorrebbero anni di saggi, e sì, sì, lo so i diritti tv, i soldi gli ingaggi la crisi e gli emirati e via andando, chiedetevi perché Obama gioca a basket, capirete perché son qua a scrivere l’elogio meritato di Roberto Di Matteo, e non mi importa se diverrà o meno un grande allenatore, mi importa che abbia reso possibile un sogno: ha detto a tutti che il più forte può perdere. Che anche una squadra sgangherata e in là con gli anni può batterne una che è una corazzata (se hai uno come Drogba che va oltre se stesso), e che anche col calcio vale quello che valeva per Davide e Golia, succede di rado, ma può accadere, il resto è voglia, strategia, e anche una buona percentuale di fortuna, ma non l’aveva anche Sacchi il fattore “C”? Di Matteo sembrava avviato a prendere una piega brutta dopo un infortunio, poi sembrava essere costretto alla seconda classe del calcio, e lui, occhi da orientale di uno che parla poco ma che ha un sorriso stampato da maschera, tipo avete presente V per Vendetta oppure – e di sicuro lo avete presente – Cesare Battisti, ecco Roberto Di Matteo sta da quelle parti, uno che se ti si siede di fianco in aereo, pensi: mi sta sulle scatole. Poi, ti mostra per tutto il viaggio modi educati, ti racconta una bella storia, infine dopo aver ritirato il bagaglio ti offre il caffè, e te ne vai dicendo: ma guarda le apparenze. Ecco, in campo con lui hanno fatto tutti così: e gli hanno messo anche il catenaccio in biografia, e non hanno capito che ha solo tratto il meglio da quello che aveva, e come Rocco, si è tenuto l’accusa (ma è poi una accusa?) e ha vinto. Zitti tutti, punto e a capo. Ha vinto la Champions con il Chelsea che doveva vincerla con altri. E Roberto Di Matteo invece è il ragazzo fortunato e bravo che fa quello che nessuno si aspetta da lui, e rimette in moto il mondo, che gira con due cose: la morte, e i sogni, lui ovviamente gioca con la seconda, e lo sanno a Stamford Bridge, per questo nella partita contro il Manchester City sono scattati tutti in piedi ad applaudire al minuto 16 (numero della sua maglia col Chelsea, e ricordo di un suo gol che fece vincere la Fa Cup a Wembley). E per quanto Abramovich non vedesse l’occasione per mandare via uno che è troppo raffinato per stargli intorno, noi siam qua a dire che quelli come Di Matteo salvano il calcio. Perché si è fatto da solo, senza padri, perché è sempre straniero, lo era in Svizzera dove è nato e lo è in Inghilterra dove è diventato allenatore, perché ha dovuto smettere di giocare con una gamba rotta in tre punti e dieci interventi eppure si è rialzato, perché è uno che sa aspettare, e intanto ha studiato: si è laureato in Corporate finance, e poi ha preso il patentino per allenare, è stato un elegante soldato del centrocampo e poi un allenatore chiamato con la nave già coricata di lato, rialzarla e portarla a vincere non è stata solo fortuna. Per tutti quelli che ora pensano a lui come a un bluff, e si sbagliato, per quelli che pensano che doveva andarsene dopo la partita col Bayern e il freddo della Champions tra le mani, per quelli che hanno pensato che era solo uno di passaggio capitato al posto giusto: ci sono le due partite col Barcellona che fanno di lui un ricordo indelebile, e degli altri delle parole al vento.

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