Sócrates Souza, pediatra

Socrates of BrazilEra uno strano tipo di calciatore, faccia da Cristo allegro del sud, i ricci, la barba nera e folta, era alto (1,93 con un 37 di piede), predicava Gramsci, giocava a calcio in modo elegante e sorrideva triste: Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieria de Oliveira (57 anni). Morto a San Paolo, per una infezione intestinale che si era andata ad aggiungere a un quadro clinico disastrato, conseguenza dell’abuso di alcol. Era uno splendido perdente, capitano di un Brasile meraviglioso (con Junior, Serginho, Zico, Eder, Falcao, Cerezo) che non riuscì a vincere i due mondiali che doveva avere in tasca (1982-1986), e di cui Zico ancora non se ne fa una ragione. “Sócrates Souza, pediatra”, diceva la targhetta di lato all’entrata di casa sua. E lui si è preso cura di molti bambini, tutti quelli che andavano allo stadio. Sì, perché era anche dottore, anzi lo era prima di essere calciatore, poi cantante, pittore, commentatore sportivo per giornali e tv. Ma la passione era la medicina non era mai venuta meno: «il calcio si esaurisce presto, la medicina resta e serve di più». Era il riassunto di un epoca e di un pallone, irripetibili. Socrates non correva, pensava. Non crossava, la dava di tacco. Se dribblava era per tirare in porta e segnare, non per superare l’avversario. Si muoveva a testa alta, con uno stile da aristocratico. Mai stato veloce, agile sì. Aveva lunghe gambe e un tocco leggero. Era una gazzella marxista, un po’ intellettuale e molto cazzaro. Non aveva la disperazione di Garrincha, anche se poi li ha fregati entrambi l’alcol, ma gli è mancata la determinazione che calciatori molto meno bravi di lui hanno avuto, vincendo il mondiale o costruendo carriere da manager. Il suo gol all’Urss, a Spagna ‘82, è indimenticabile: un dribbling, una finta che apre la difesa e tiro da fuori area che si infila nell’angolo alto. Braccia alzate dentro maglia gialla e verde. Anche quello che fece a Zoff non era male, gliela mise tra lui e il palo, con una potenza e una velocità che tradirono per un attimo il suo animo: ai mondiali succede, (segnò molto per un centrocampista: 76 gol in 157 partite ufficiali con le squadre di club, 22 reti in 60 partite con la maglia del Brasile). C’era in lui e nel suo gioco una sorta di ricorso alla semplicità, all’utilità della squadra, che poi erano anche i principi della democrazia corinthiana, un esperimento che Socrates si inventò durante gli anni della dittatura brasiliana. Applicare il socialismo in campo e nella vita della squadra, in attesa di estenderlo al paese, usare le maglie e i corpi dei giocatori per inviare messaggi di democrazia. «I calciatori sono artisti e quindi hanno molto potere nelle loro teste», diceva fiducioso, poi ha cambiato idea vedendo il nuovo calcio. Per lui, il pallone era la continuazione non solo dei giochi ma anche dei libri della sua infanzia e poi giovinezza. Ammirava i filosofi greci – «una degna professione» –, e raccontava a tutti che stava finalmente scrivendo un romanzo, sui mondiali in Brasile del 2014 con l’Argentina che vinceva. Chissà se era una storia come la canzone “Notte speciale” per un disco che è rimasto inedito, che parlava di un uomo che aspetta la donna che ama e per non fare figuracce si mette a pulire la casa prima dell’appuntamento, «soprattutto la cucina, mi piacciono le metafore». Però in Italia disse chiaro e tondo che un anno, alla Fiorentina, poteva bastare, e se ne tornò in Brasile. Il campionato italiano richiedeva sacrifici che la sua vita non poteva accettare. Ribadendo il suo diritto di fumare, bere e giocare un calcio diverso. La sua esistenza è stata una corrida lenta, allegra e senza cadute, peccato sia arrivato in fretta alla fine.

 

Il dispositivo Socrates, che aveva dimostrato affinità con la bellezza, ha smesso di oscillare, dribblare, saltare, il 4 dicembre 2011, a San Paolo. Ha spento rabbia e paura, preparandosi all’esposizione finale. La durezza ha vinto. Rimane il suo gesto di portarsi la palla in avanti col tacco. Lo stile con il quale indossava le maglie da calcio, la bellezza di sentirlo ragionare, no non si era mai «messo a disposizione del mister», o se lo aveva fatto, nelle interviste diceva altro: tipo come nasceva la voglia di pensare a tiri improbabili, e di riuscire, pure, a realizzarli. La capacità di organizzare rivoluzioni e gioco con lo stesso spirito. Credendo a entrambi.

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