Mon oncle d’Amérique

Uncle CharlieSe ne stava in mutande a fumare, guardando fuori dalla finestra. Indossava calzini e scarpe ma non una maglia, diceva: «i miei tatuaggi mi tengono caldo, ne ho fatto uno per errore, tutti gli altri erano Caraibi». Non chiedetemi che cosa volesse dire, mio zio era fatto così. Non era un raffinato ricercatore di linguaggi, quanto uno che semplicemente «pensa ad altalena» – questa la diceva una delle sue cinque mogli, credo la terza – «oscillando tra un pezzo di terra e l’aria». No, non eravamo una famiglia colta, piuttosto era la disperazione di alcuni giorni che portava a fare ragionamenti da università e biblioteche. A chi studia occorrono molti anni per arrivare a certe conclusioni, a chi è disperato basta un pomeriggio, è questo il bello della vita. Mio zio apparteneva alla seconda categoria, di questi uomini che le provano tutte, e lui davvero le aveva provate tutte: dalla guerra alla galera. Aveva anche una sua raffinata ricerca del vestirsi, quando ancora lo faceva, certo dipendeva dalle stagioni, no, no, non quelle climatiche, ma quelle degli affari, che manco a dirlo erano loschi, e così potevi vederlo sfilare con un borsalino e un cappotto di cammello, che coprivano un abito sartoriale newyorchese oppure no, leggero in una giacca da barbone col bavero alzato che non bastava a proteggerlo dal freddo. Che fine aveva fatto il cappotto? Impegnato, che domande. E il vestito? Anche. La roulette russa era il suo modo di vivere, non potevi farci nulla. E lui, non ha mai promesso di cambiare, per questo ha tutto il mio rispetto. Io non lo vedevo spesso, non solo quando finiva in galera o quando partiva per qualche posto sperduto perché doveva «smettere di puzzare», no, è che lui ti tollerava massimo per le due ore del pranzo, se ti andava bene e aveva i soldi mangiavi nei migliori ristoranti della città, «io vivo su un trampolino, Marc», oppure nella forma contratta: «sono un tuffatore», così diceva, dopo alcuni di quei pranzi. Oppure: «la vita è stare sospesi sopra un baratro in attesa della spinta, tanto vale spassarsela». Aveva dalla sua questa filosofia spicciola del carpe diem, che applicava con una dedizione monacale, potrei dire, se l’accostamento non stridesse. Era uno di quelli che non si arrendeva mai, aveva alternato rapine a periodi di fatica veri, al mattatoio comunale dava: «l’estrema unzione alle vacche», sparava in fronte alle bestie, poi si annoiò e passò al trasporto, ebbe un pauroso incidente col suo camion, e quando andai in ospedale mi disse: «vedi, puoi stare alla guida di un bestione come il mio, ma ci sarà sempre una cazzo di ape che ti pungerà il culo, mandandoti a sbattere». Tempo dopo seppi che la sua ape erano stati diversi bicchieri e una lastra di ghiaccio. Era fatto così, per quanto l’apparenza ingannasse, cercava di imparare da quello che gli accadeva, e quando smise di uscire e si piazzò in mutande sulla poltrona davanti alla finestra, fumando per giorni, senza parlare, capii che aveva raggiunto quello che cercava.

Photo of Marc Asnin

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One thought on “Mon oncle d’Amérique

  1. ming ha detto:

    “e lui, non ha mai promesso di cambiare, per questo ha tutto il mio rispetto.”
    bè….c’ha anche il mio, di rispetto.

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