vadi, venghi, eschi, facci, batti, dichi

paolo_villaggioL’uomo divenuto situazione e aggettivo, grazie alla sua maschera, compie 80 anni. Paolo Villaggio troppo raffinato per prendersi sul serio come scrittattore, non ha mai avuto il fisico del vanto come il suo amico Vittorio Gassman, ma la riflessività che dona la pinguedine, tirandosi dietro una indolenza balcanica, il risultato è che tra la faccia e la maschera (il ragionier Ugo Fantozzi matricola 7829/bis) c’è l’Italia. La sua cattiveria sta alla pari con quella di Sordi, che però non scriveva, dava vita. Una comicità di racconto e azione, con diversi livelli, di pancia e testa, scritta e recitata, studiata e d’istinto. Paolo Villaggio ha creato l’unica vera maschera dal dopoguerra a oggi, riuscendo persino a ricollocarla nell’Italia berlusconiana, come leghista. Si è scrittori se si hanno una lingua e un mondo, e Villaggio li ha, con i suoi: vadi, venghi, eschi, facci, batti, dichi, l’alito modello fogna di Calcutta, la nuvolona dell’impiegato, la cagata pazzesca per “La corazzata Potëmkin”, gli elenchi di attrezzature e vestiario, i luoghi metafisici come l’acquario dei dipendenti, e su tutti il megapresidente declinato in: galattico, clamoroso, conte magistrale, gran Lup. Mann Gran figlio di putt., e poi vicedirettore ereditario, Direttore dei  direttori, Direttore naturale, Direttore laterale, Gran Consiglio dei Dieci Assenti, e poi le declinazioni del proprio cognome da Fantocci a Bambocci, Pupazzi, Puccettone e poi Merdaccia e Coglionazzo, aspirando ad avere una poltrona in pelle umana, insomma un immaginario che è diventato lingua e in molti casi realtà, chiedete a Evgenij Evtušenko visto che a Moravia non si può più. E su tutto questo dovete metterci espressioni e movimenti, corpo e toni, sguardo e voce. Il suo gioco al ribasso lo ha reso popolarissimo, come anche il suo prendere parte ad ogni tipo di film da Fellini a Jerry Calà, ma in realtà è un vero scrittore snob, capace di giocare con la Storia, e soprattutto le religioni. E persino quando ripete i suoi pezzi, quando esibisce la sua grassezza prima e la vecchiaia poi, non si può che riconoscergli grandezza. Esibizionista del torto e del pessimo, adora giocare col paradosso e la cattiveria, e quando non viene capito ci mette su un peso maggiore, sguazza nel confine tra verità e bugia, nascondendo tutto quello che gli altri tendono ad esibire, lasciando in vista il pessimo che diventa carattere. Ha una naturalezza nel raccontare quello che è ignavia, ha preso la vergogna e l’ha mostrata, suonandola come un sax, è Dario Fo senza pesantezza e soprattutto senza Franca Rame e i suoi lamenti, è un antropologo senza cattedra universitaria (il suo pezzo il giorno dopo la strage di Nassiriya sulle sirene della auto che portavano i ministri da uno studio all’altro era un saggio sul nostro paese, divenuto scena), sì, è anche reazionario con tutta la sua nostalgia per il mondo delle lucciole, e per la giovinezza, ma è solo una parte che è uscita adesso, negli ultimi anni, a teatro “dove vengono solo le vedove”. Ha la natura di satrapo, un tiranno dolce, che rimpiange la sua capacità di far male solo a parole. È circo e biblioteca insieme, e anche un poco strada, poi barche e terrazze, pentendosi per il tempo non passato col padre. Uno strano incantesimo, con la cattiveria che deve avere il poeta che sa che la cultura fa male. Per questo Paolo Villaggio ha finto per tutti questi anni di essere lontano, ma non c’è riuscito. Auguri.

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