Febbre a 90′

fever-pitchPer chi conosceva la bellezza di salire le scale di uno stadio, e l’invasione degli occhi nel prato verde prima, negli schemi e nelle maglie dopo, “Febbre a 90°” rappresentò uno specchio: non c’era bisogno di tifare Arsenal, bastava persino la squadra di quartiere per riconoscere il percorso biografico dello scrittore tifoso Nick Hornby. Sono passati venti anni dall’uscita del libro, e i cambiamenti fuori e dentro il calcio sono stati enormi, più che nel ventennio precedente al libro, ma quello che rimane intatto è il cuore di quella storia (rimandato in libreria da Guanda con una prefazione dell’autore) pagine e pagine non sul gioco del calcio, o sui suoi protagonisti, che pure ci sono, ma sull’emozione generata dal calcio: che si fa religione, scadenza, ritmo di vita.Tutto è diventato più veloce dalle verticalizzazioni che sembrano quelle dell’hockey sul ghiaccio, alla vita, i calciatori hanno visto lievitare i loro compensi, e noi moltiplicare la possibilità di non andare allo stadio – che costa tanto – tra web e canali via cavo è molto facile trovare la partita della propria squadra gratis, e quindi ridurre la visione da collettiva a solitaria davanti al proprio pc, ovvio dipende dalla condizione e dal grado sentimentale che vi lega alla partita. E poi ci sono le scommesse, e una marea di siti che hanno ridotto il calcio a un affare, non più solo nel sognarlo giocando ma nel sognarlo guardando e indovinando i risultati in un modo ossessivo, tirandosi dietro un mucchio di paradossi, ho sentito ragazzini del Cairo cantarmi a memoria la panchina del Napoli o peggio del Werder Brema, adulti di Rio preoccuparsi di Totti più che a Trigoria, e vecchi a Singapore conoscere le biografie di arbitri italiani come mia nonna quelle dei santi. Hornby conosceva e conosce benissimo queste cose, e in più il suo campionato, la Premier League, ha pagato Hillsborough (chi ne vuole sapere di più legga: Graham Davies “Ho battuto Berlusconi!” – Racconto in due tempi, più supplementari e rigori, edito da 66thand2nd) che ha portato al cambio radicale degli stadi inglesi e del comportamento di chi li frequentava. E poi Rupert Murdoch che comprando i diritti della partite è diventato un imperatore, producendo un nuovo sistema mondiale, fatto di assurdi spostamenti di capitale e accumuli di calciatori da collezione (con i soldi degli arabi e il concetto di giocatori porcellana). E poi c’è stato Mourinho, lo stravolgimento della figura dell’allenatore. In mezzo a questi cambiamenti, come una nave in bottiglia, c’è “Febbre a 90°” che ha raggiunto i venti anni di vita e di edizione (è stato anche un film “Fever Pitch” di David Evans), che è finito nella mani di tutti quelli che stavano in mezzo o intorno a un campo, che toccavano un pallone, e c’era sempre una ragazza che li guardava male, poi una donna, dopo diventava un urlo dalla cucina o un occhio distratto mentre stirava, anche se poi era venuto un film come “Sognando Beckham” che aveva declinato al femminile il desiderio calcistico con una ossessione imitativa verso il calciatore inglese simbolo del decennio passato, che se la giocava con l’ossessione verso l’Arsenal del protagonista di “Febbre a 90°”, e dove Alan Smith sembra un operaio al cospetto di una multinazionale. A Hornby vanno diversi meriti, per un libro che è stato trasversale fin da subito, e che riusciva a far comprendere quello che sembrava ignoto a molti altri scrittori, il calcio era un mondo, e infatti sono seguiti altri libri figli di quel mondo senza però nessuna possibilità identificativa, a tutti mancava la distanza zero che Hornby aveva ed era riuscito a replicare, raggiungendo un “neorealismo calcistico” rispetto ai racconti “realistico magici” di Osvaldo Soriano. Il primo ci diceva non cosa si provava a stare dentro, ma fuori, in mezzo a una mischia che si costituiva dopo le linee bianche, il secondo raccontava la magia di stare in mezzo e di starci in modo epico, in comune avevano il fatto che la vittoria e la sconfitta avrebbero condizionato la vita di chi giocava e anche di chi guardava. Quando Hornby scrive il libro, l’influenza sociale e culturale del calcio si era già estesa, certo c’era ancora chi passava per snob o peggio chi per stupido a scegliere una partita al posto di un cinema o peggio una donna. Hornby non si è mai vergognato e non ha mai smesso di andare alle partite, e questa condizione l’ha reso un testimone attendibile oltre che informatissimo sui fatti, insieme alla sua leggerezza che si è portato anche nel racconto dei libri e della musica e nel resto delle storie che ha scritto. E se ora non ha un Alan Smith da seguire in scia ma dei figli, ed è passato del tempo, e la passione diventa affetto, la distanza dagli spalti si allunga, colpa anche della miopia, si beve di meno, si sopporta meno la pioggia e il freddo, e si vogliono maggiori comodità per imprecare contro gli esperimenti di Arsene Wenger, ma quello che non cambierà mai, nonostante i soldi degli arabi, gli errori arbitrali e quelli tattici, il mercato continuo, la totale assenza di un legame con una città, gli allenatori rapper e quelli filosofi, i calciatori indolenti e quelli pronti a tutto, è la consapevolezza di avere in cambio di tutto questo: «attimi di gioia trascendentale» 

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